Non si può accettare il declino dell’Università e degli enti di ricerca

Proposte migliorative per la legge di Stabilità

Non si può accettare il declino dell’Università e degli enti di ricerca

UniversitàQuando si è deciso di chiudere le università meridionali? Forse ho perso una seduta del Parlamento ma non ricordo una legge che abbia preso tale decisione. Eppure molte politiche, più o meno consapevoli, aggravano lo squilibrio nazionale:

a) Il calo delle immatricolazioni dell’ultimo decennio è concentrato per metà al Sud. Nella ripartizione nazionale gli atenei meridionali raccoglievano il 35% delle domande, poco meno di quelli settentrionali attestati al 39%. Oggi il distacco si è triplicato poiché i primi sono diminuiti al 31% mentre i secondi sono saliti al 45%. b) Gli studenti migliori sono incoraggiati a emigrare poiché il decreto del Fare ha istituito una borsa di studio aggiuntiva a quella ordinaria proprio per chi lascia la propria regione di residenza. c) Diminuisce il numero dei professori a causa del recente decreto che quasi azzera il turn over al Sud mentre mantiene in parte o aumenta le cattedre al Nord. d) I tagli ai finanziamenti si fanno sentire soprattutto al Sud a causa di una malintesa applicazione del così detto fondo premiale. Questi processi colpiscono le fondamenta del sistema universitario e sottraggono al Mezzogiorno i giovani più istruiti e più brillanti. Se non si inverte la tendenza la frattura del Paese si aggraverà. C’è anche una certa schizofrenia in questa politica. Infatti, con i fondi strutturali europei si è finanziata la ricerca universitaria al Sud per circa 100 milioni l’anno nel periodo 2007-20014 – con risultati migliori rispetto ad altre voci di investimento – ma nel contempo si sono indebolite le strutture che dovevano gestire queste risorse. È il difetto dell’approccio italiano che utilizza i fondi straordinari europei in sostituzione di quelli ordinari, perdendo in efficacia e continuità dell’investimento. Non ha senso ridurre i ricercatori e gli studenti proprio nei territori che ricevono più fondi per la ricerca. Eppure nessuno sembra responsabile di tali incongruenze. L’acqua va dove trova la strada. A tracciarla è un insieme amorfo di regolette, di tagli e di inadempienze giustificate da neutrali esigenze tecniche, mentre sono il frutto di politiche sbagliate che vanno avanti nel conformismo diffuso nel mondo politico e accademico, senza una valutazione degli effetti. Questi sono devastanti al Sud, come si è detto, ma costituiscono la punta dell’iceberg. A pagarne lo scotto è l’intero sistema universitario nazionale. Quelle regolette hanno creato l’illusione o la rassegnazione che una parte del paese possa salvarsi da sola. Così anche all’interno dell’accademia si è smarrita la solidarietà e ciascuno cerca una propria soluzione navigando nei rivoli sempre più discrezionali o emergenziali dei finanziamenti pubblici. Ma le diverse componenti del sistema rischiano di fare la fine dei polli di Renzo se insieme non reagiscono al mainstream della politica universitaria degli ultimi anni. I quattro punti iniziali allora non rappresentano solo le emergenze degli atenei meridionali ma sono i sintomi di una crisi generale. Dal mondo politico e accademico dovrebbe levarsi un appello unitario: non si può accettare il declino dell’università e della ricerca.

La questione sociale. Il calo delle immatricolazioni è accentuato al sud ma è grave anche a livello nazionale: meno 20% per un paese che ha pochi laureati rispetto all’Europa dovrebbe essere un campanello di allarme. Significa che sotto i colpi della crisi economica tanti giovani e famiglie anche del ceto medio impoverito hanno perso fiducia nell’alta formazione o non ce la fanno a sostenere gli studi. La difficoltà di trovare lavoro, le scarse retribuzioni e una certa campagna di destra sulla cultura che non si mangia hanno dissuaso fasce ampie di ceti meno abbienti. Si è riaperta una questione sociale nell’accesso alla conoscenza. Ma l’establishment politico-mediatico è riuscito a deviare l’attenzione dal problema alzando il polverone della meritocrazia. D’altronde alzare il vertice del triangolo costa poco e si racconta bene ai media anche se la base del triangolo scende sempre più in basso. Così è diventato prioritario il fondo per il merito della Gelmini che era un tentativo di dare il sussidio anche ai figli delle famiglie agiate. Nel frattempo aumentano gli studenti meritevoli e a basso reddito che hanno diritto alla borsa di studio ma non la ottengono per carenza di fondi. Il caso italiano è unico in Europa: dal 2006 in Francia, Germania e anche in Spagna (+59%) è aumentato il numero di borsisti, da noi si è ridotto (-22%). Lo stanziamento per il diritto allo studio in legge di stabilità continua ad essere insufficiente e con l’emendamento del Pd cerchiamo di riportarlo a livelli che aveva qualche anno fa.

Meno università più burocrazia L’attacco più grave al sistema universitario è ormai condotto con l’arma del blocco del turn over. C’è un vero accanimento ministeriale che ha portato all’approvazione di una decina di norme, quasi una ogni sei mesi, con una complicazione burocratica che neppure gli autori ministeriali riescono più a dirimere e soprattutto con effetti devastanti. (Luciano Modica ha raccontato questa bulimia normativa nel documento allegato). Il rimpicciolimento dell’università è arrivato già a metà dell’opera. Negli ultimi cinque anni i professori sono diminuiti di diecimila unità e la dinamica proseguirebbe allo stesso ritmo con le regole previste dalla legge di Stabilità. Nel decennio 2008-2018 avremmo una riduzione complessiva di circa ventimila unità – un docente su tre – con una radicale riduzione dell’offerta didattica e della qualità della ricerca. Abbiamo presentato diversi emendamenti per eliminare o almeno attenuare il blocco del turn over sia nell’università sia negli enti. Su questo punto bisogna chiarire un equivoco creato ad arte dal Ministero dell’Economia. Il blocco del turn over non è finalizzato a impedire sforamenti della spesa pubblica, ma solo a ridurla senza fare rumore. Infatti, l’eventuale decisione di un ateneo di assumere un professore non comporta un corrispondente aumento del finanziamento statale. Da vent’anni, con la L. 537/1139, il Fondo FFO non è più obbligato alla copertura delle spese di personale delle università per il semplice motivo che la competenza sugli stipendi è stata trasferita dal Ministero ai bilanci degli atenei. Lo stanziamento previsto in FFO, quindi, non può essere superato dalle decisioni di politica del personale a livello locale. Ovviamente, se poi l’organo di governo dell’ateneo non rispetta il budget assegnato e assume professori senza disporre delle risorse necessarie compie una scelta illegittima di cui pagherà inevitabilmente le conseguenze, incorrendo nelle procedure di “warning” che possono condurre perfino al commissariamento. Le leggi attuali garantiscono quindi la separazione delle decisioni di bilancio tra gli atenei e lo Stato. In sostanza, quando Governo e Parlamento fissano la quota di FFO pongono un vincolo finanziario insuperabile e non sarebbero quindi necessari ulteriori vincoli al turn-over. L’attuale legge di stabilità prosegue su questa strada con la proroga del blocco parziale del turn over fino al 2018, determinando una riduzione di risorse per I prossimi anni. Rimane vigente inoltre la metà del taglio di 300 milioni apportato dal governo Monti a dicembre 2012. Il presidente Letta il giorno dell’insediamento ha detto che si sarebbe dimesso se fosse stato costretto a tagliare la ricerca e credo che voglia continuare il più a lungo possibile il suo mandato. Confido quindi in un ripensamento. Per adesso si è aggiunta la beffa del decreto di riparto delle poche nuove cattedre in sostituzione delle molte lasciate vuote dai pensionamenti, presentato come premio agli atenei virtuosi. La grancassa mediatica annuncia il trionfo della meritocrazia raccontando clamorose bugie. Il riparto non dipende affatto dalla qualità scientifica degli atenei ma dalle loro scelte finanziarie e in modo particolare dall’aumento delle tasse universitarie e dai finanziamenti ricevuti dalle imprese. Entrambi i criteri penalizzano gli atenei meridionali che vengono così stretti in una morsa: o aumentano le tasse perdendo ulteriori immatricolazioni oppure confermano l’attuale tassazione perdendo posti per i professori. Queste regole sono state introdotte dal ministro Profumo con un decreto legislativo del 2012 che, mi preme ricordarlo, ricevette il voto contrario del Pd alla Camera. L’attuazione ha confermato purtroppo le nostre previsioni più pessimistiche. Per questo motivo abbiamo presentato emendamenti soppressivi delle regole di riparto.

Do you remember tenure track? Per sopperire ai ventimila professori mancanti si provvede con circa ventimila assegnisti di ricerca. Questi giovani contribuiscono al funzionamento dell’università senza godere di alcun diritto e senza possibilità di ottenere il riconoscimento dei propri meriti. Eppure, la legge Gelmini aveva promesso di risolvere questo problema introducendo la figura del ricercatore “tenure track” che sarebbe andato in cattedra entro un tempo stabilito se avesse ottenuto i risultati scientifici previsti. E’ stato un fallimento, solo una cinquantina di contratti sono stati attivati, perché sono rimaste disponibili altre modalità ben più precarie e sottopagate che vengono privilegiate dagli atenei a causa dei tagli dei finanziamenti. Analoga sorte ha avuto la procedura delle abilitazioni per i concorsi che dopo tre anni ancora non vede la luce, producendo un blocco totale degli accessi alla docenza. E, come se non bastasse, è stato messo a esaurimento il ruolo dei ricercatori universitari che avevano fino a quel momento garantito una parte cospicua della didattica e oggi attendono le interminabili abilitazioni per essere riconosciuti come docenti. E’ una sequela di insuccessi, senza paragoni nella pur travagliata legislazione italiana, che furono tutti previsti da noi oppositori della legge, come si può verificare negli atti di quel dibattito parlamentare. La legge Gelmini è ormai un modello di come non si devono fare le riforme. L’establishment accademico che tanto si è speso per la sua approvazione oggi fa finta di niente e si nasconde in un silenzio pieno di imbarazzo e ipocrisia. La cancellazione graduale di quelle norme è ormai necessaria per allentare il cappio che rischia di soffocare il sistema universitario. In tale direzione i nostri emendamenti eliminano la congerie di assegni, contrattini, incarichi non retribuiti utilizzando per queste attività solo il contratto a termine e incentivando il ricorso alla “tenure” per i giovani precari. Poi si dovranno riattivare i concorsi, superando i blocchi del turn over, assumendo una cadenza regolare dei bandi che assomigli al moto dei pianeti, come ci suggeriscono gli astronomi. Ancora più paradossale la situazione degli Enti di ricerca – non solo quelli Miur, anche l’Istat, Ispra, Enea, Isfol ecc. – che avevano introdotto la tenure track addirittura nei propri contratti di lavoro e avrebbero anche le risorse disponibili, ma vengono bloccati dal decreto D’Alia, rischiando di espellere migliaia di giovani ricercatori. I nostri emendamenti intendono restituire agli Enti la politica del personalle sottraendola alle burocrazie ministeriali.

Valutare per crescere o per tagliare La valutazione dei risultati scientifici dovrebbe servire a migliorare la qualità del sistema universitario e invece viene utilizzata per impoverirlo. Il magico fondo premiale dovrebbe stanziare risorse per la ricerca in aggiunta alla dotazione ordinaria e invece è ricavato da un taglio dei fondi per la spesa del personale. Di conseguenza, gli atenei migliori non ottengono alcun sostegno per l’attività scientifica di cui hanno ottenuto il riconoscimento, ma vengono “premiati” solo da un minore taglio. Al contrario, l’ateneo che si trova in basso nella graduatoria del VQR ottiene una drastica riduzione di finanziamenti che certo non consentirà di migliorare le posizioni nell’anno successivo, provocando ulteriori tagli in una spirale negativa fino alla cancellazione di laboratori e dipartimenti soprattutto nel Mezzogiorno. A pagarne le conseguenze saranno studenti e giovani ricercatori che non hanno alcuna responsabilità nella gestione degli atenei medesimi. Questo modo distruttivo di fare politica universitaria è ormai entrato nel senso comune e neppure suscita adeguate reazioni, ma in altri campi verrebbe considerato demenziale. Un sindaco verrebbe preso per pazzo se dopo aver effettuato un monitoraggio dell’acquedotto decidesse di eliminare invece di manutenere le condutture che perdono acqua e lasciasse interi quartieri a secco. Allo stesso modo non si possono lasciare a secco di conoscenza parti significative del paese. Bisognerà capire le cause dei risultati non brillanti di quegli atenei e aiutarli con interventi mirati e ben controllati per ottenere risultati migliori negli anni successivi. La valutazione non è una clava, ma una guida per migliorare la qualità dell’intero sistema universitario nazionale.

Lo Stato senza ricerca E’ passata poi quasi inosservata la cancellazione dei bandi di ricerca Prin nel 2013. Ancora una volta lo Stato italiano, unico in Europa, viene meno al suo compito di promuovere la ricerca universitaria. Nel frattempo il fondo degli Enti di ricerca (FOE) continua a subire tagli indiretti stornando le risorse per altre finalità. I sapientoni del Ministero dell’Economia lo chiamano risparmio, ma è un grande spreco di risorse pubbliche. Non ha senso spendere circa otto miliardi per tenere aperte le università e gli Enti e poi non metterne a frutto le capacità di ricerca. Ai tempi del governo dell’Ulivo il Prin disponeva di un finanziamento cinque volte l’attuale e otteneva apprezzamenti dalle riviste internazionali per la qualità delle procedure di peer review. Poi è andata sempre peggio, già nel 2009 Tremonti saccheggiò i 300 milioni di euro stanziati da Prodi appena due anni prima, le risorse sono diminuite ma in compenso sono aumentate le burocrazie, fino alle procedure da Gosplan inventate da Profumo. Se il governo non troverà risorse aggiuntive per il Prin saremo costretti a chiedere un riequilibrio con altre voci di finanziamento. Visto che nell’anno in corso non si è avuto scrupolo di cancellare la ricerca pubblica vuol dire che l’anno prossimo chiederemo un sacrificio alla ricerca privata spostando i finanziamenti del Far a favore del Prin. La pausa offrirebbe l’occasione per capire come sono stati spesi i soldi del Far in passato. La questione è oggi all’esame della Magistratura per gli aspetti penali, ma se ne dovrebbe trarre soprattutto una valutazione scientifica e di efficacia economica. Il compito potrebbe essere affidato all’Anvur che non dovrebbe occuparsi solo di università ma anche dei finanziamenti statali alla ricerca privata. D’altro canto questo riequilibrio di risorse del First è quanto mai necessario poiché se venisse a mancare la conoscenza fondamentale verrebbe meno anche la linfa per l’innovazione tecnologica. Su questi indirizzi generali si svolge in queste ore la nostra attività emendativa. Non sappiamo cosa riusciremo a modificare, ma vi informeremo degli esiti del confronto in corso al Senato.

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