Oltre le primarie, per l’autonomia del partito. E della politica

Facebook Twitter Google+ Stampa La vittoria di Pierluigi Bersani nelle primarie del centrosinistra ha costituito un’ulteriore sconfitta della Seconda Repubblica. Matteo Renzi, infatti, per quanto si sia presentato come innovatore, era in realtà il candidato più vecchio e conservatore che portava avanti e difendeva i pilastri di quel fragile sistema politico emerso dopo la crisi […]

Oltre le primarie, per l’autonomia del partito. E della politica

La vittoria di Pierluigi Bersani nelle primarie del centrosinistra ha costituito un’ulteriore sconfitta della Seconda Repubblica. Matteo Renzi, infatti, per quanto si sia presentato come innovatore, era in realtà il candidato più vecchio e conservatore che portava avanti e difendeva i pilastri di quel fragile sistema politico emerso dopo la crisi dei partiti nei primi anni novanta. Il mito del leaderismo, la fiducia nelle tecniche elettorali maggioritarie, la comunicazione e il marketing anteposti alla politica, la vocazione maggioritaria, la perdita di identità definite, la critica al partito organizzato e alla professionalizzazione della politica, la devozione al liberismo, sono stati tutti sconfitti in questa consultazione.

Un paradosso accompagna, però, la vittoria di Bersani e lo segue come un’ombra minacciosa: il fatto cioè che la sua vittoria sui miti della Seconda Repubblica, che potremmo chiamare la Repubblica contro i partiti, è avvenuta grazie ad uno strumento principe dell’antipartitismo, cioè le primarie.

Esse, giova sempre ricordarlo, sono uno strumento nato proprio in contrapposizione ai partiti politici col fine di indebolirli fino a renderli inutili e non hanno nulla di così democratico visto che danno vita solo a dinamiche plebiscitarie. Inoltre, uno dei loro effetti è di produrre una corsa al denaro da parte dei candidati perciò, anziché invertire il trend negativo della cosiddetta postdemocrazia, caratterizzato dalla privatizzazione del politico, cedono totalmente ad esso e svuotano la politica riempendola con la comunicazione e con il marketing. Tutto questo in un sistema parlamentare nel quale non esiste l’elezione diretta del presidente del consiglio da parte dei cittadini, né vi è un rapporto che leghi la durata di un governo a quello della legislatura.

Va da sé che per chiudere del tutto con la negativa esperienza della Seconda Repubblica occorre depotenziare gli effetti diabolici di questo strumento, mettendo da parte il racconto retorico dei mass media secondo il quale le primarie sarebbero una risposta all’antipolitica: purtroppo esse sono solo una modalità alternativa dell’antipolitica. Questo, va detto, non prescinde dal riconoscimento dell’impegno dei tanti volontari o di chi, come me, semplicemente è andato a votare. Ma partecipare politicamente non può essere solo scegliere un leader o un candidato.

Occorrerebbe recuperare l’autonomia del partito come organismo collettivo al quale spettano le decisioni importanti, come la scelta dei candidati, senza lasciarsi incantare dalle sirene dei grandi giornali, consiglieri poco attendibili nel nostro Paese. A tal proposito, qualche giorno fa, a conclusione delle primarie, l’editore di Repubblica Carlo De Benedetti, già tessera numero uno del PD di Veltroni, ha inviato un’email con questo testo a Matteo Renzi: “Renzi, avendolo dichiarato pubblicamente, lei sa che ho votato convintamente Bersani ma le riconosco lealmente il merito di avere, con questa sua candidatura, aperto in modo importante con queste primarie la stagione delle primarie vere e di aver fatto un ottimo lavoro a favore del futuro successo elettorale del PD. Non mancherò di farlo notare. Cordiali saluti, CDB”.

Meglio chiudere il prima possibile la stagione delle “primarie vere” e passare alla stagione delle politica vera nella quale i grandi giornali potranno anche non mancare di farlo notare, ma la politica la faranno i partiti e i cittadini, non i leader postmoderni sostenuti dai gruppi di potere.

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