I paradossi del voto europeo

Un’analisi di Francesco Marchianò sui riflessi del voto europeo nel sistema politico italiano.

I paradossi del voto europeo

unione_europeaChi ha vinto?

Ha vinto Matteo Renzi, ma non il PD. Questo è il primo elemento che mi pare importante evidenziare. Senza l’azzardo di andare il governo, se fosse rimasto come presidente Letta, difficilmente il PD avrebbe raggiunto un risultato così grande. Inoltre ha vinto Renzi perché tutti i candidati a lui più vicini hanno fatto razzia di preferenze. È singolare notare come il PD raggiunga il suo massimo storico in termini percentuali (Veltroni nel 2008 presi più voti in assoluto) proprio nel momento in cui non ha in realtà né una chiara visione di cosa sia il partito né una visione del paese. Matteo Renzi ha fatto il segretario sì e no per due mesi, poi se n’è andato a Palazzo Chigi. Mai come in questo caso il partito è stato un taxi per il potere personale, mai come in questo caso è stato premiato dagli elettori. C’è, però, un secondo vincitore ed è Matteo Salvini che è riuscito a rilanciare la Lega la quale, in alcune regioni del Nord supera il 14% e torna a essere un attore imprescindibile per le forze del centrodestra. Renzi e Salvini incarnano due modi diversi di fare politica. Il primo parte dall’alto e fonda tutto sulla comunicazione e sul rapporto diretto con il popolo, grazie anche al coro unificato dei mass media a suo favore. Il secondo parte dal basso e prova, con successo, a riorganizzare soggetto politico riuscendoci nonostante i media sfavorevoli. Esistono, perciò, diversi modi di vincere.

Ancora pluralismo polarizzato? Le conseguenze sul sistema politico italiano

Una seconda considerazione da fare sul voto di domenica 25 maggio riguarda la formazione del sistema politico italiano. Essa, infatti, assume i tratti di quel modello che Giovanni Sartori definì come pluralismo polarizzato cioè un sistema caratterizzato da una forte maggioranza al centro, la presenza di coalizioni bilaterali non coalizzabili e quindi l’assenza di alternativa alla maggioranza. Soprattutto, il pluralismo polarizzato registra la presenza di partiti cosiddetti “antisistema”, cioè partiti che ritengono non legittimo il regime attuale e si fanno portatori di un altro regime. Nello specifico, il M5s rientrerebbe in questa categoria. Il paradosso di questo modello è che esso era stato cucito a pennello sulla Prima Repubblica italiana e oggi si ripresenta, seppur con forme e attori diversi, nello stesso modo. Si dice che con l’elezione europea del 2014 si sia chiusa la transizione italiana. Bene. Si deve prendere atto, però, che il risultato di tutta l’ingegneria elettorale maggioritaria della Seconda Repubblica è il modello sistemico della Prima.

Continuità e discontinuità

Rispetto al voto di febbraio 2013, ci sono due elementi di continuità. Il primo riguarda la volatilità elettorale che oramai si è stabilizzata su percentuali elevatissime e che si ripropone in crescendo in ogni elezione. È un dato, questo della volatilità, da assumere come costante. Sicché un primo elemento di continuità è costituito da un fattore squisitamente discontinuo. Il secondo è, invece, l’astensionismo elettorale che continua ad aumentare nel nostro Paese. Solo il 58,7% degli aventi diritto alle urne è andato a votare. L’Italia è uno dei paesi dov’è ancora alta la partecipazione; tuttavia, secondo l’analisi dell’Istituto Cattaneo, “diversamente da altre nazioni vicine, il trend mostra una forte involuzione. Per la prima volta in un’elezione nazionale i votanti sono scesi sotto il 60%. Nel confronto con il 2009 il calo è stato di ben 7,7 punti percentuali, più significativo di quello che si era registrato nel 2009 (-5,4 punti percentuali rispetto al 2004). Un andamento preoccupante, se si considera che solo Lettonia, Cipro e Repubblica Ceca hanno fatto peggio”. Questi due elementi di continuità, nonostante la grande vittoria del PD, rendono fortemente fragile e instabile il sistema politico italiano al punto che qualunque ipotesi futura sul reale consenso delle forze politiche può rivelarsi errata e anche di molto. Permane perciò una forte precarietà nel consenso delle forze politiche.

La tenuta di Grillo e il voto al governo

La precarietà del sistema è confermata da altri due fattori. Il primo è la sostanziale tenuta del M5s. Si è scritto e detto molto sulla sconfitta di Grillo. Si tratta però di un’interpretazione distorta, portata avanti a reti unificate da quasi tutte le tv e giornali che prima si sono inventati un presunto testa a testa tra Renzi e Grillo di fatto mai esistito e, grazie a ciò, hanno poi potuto dire che “Grillo è stato sconfitto.” In realtà, come ho provato a spiegare altrove, il M5s ha tenuto bene e si conferma come secondo partito. Perde voti rispetto all’ultima elezione, ma comunque si consolida. Secondo i flussi, poi, i voti dei Cinque stelle non vengono intercettati dal PD, ma passano piuttosto all’astensione. Si aggiunga poi che nelle europee si vota con le preferenze e perciò un partito che candida degli sconosciuti selezionati dalla rete ha più difficoltà di competere con i grandi raccoglitori del consenso. Un sistema politico sano avrebbe riassorbito il fenomeno grillino, uno dei tani sintomi della malattia italiana, non una sua cura. Invece, il persistere del sintomo resta lì a confermare la presenza della malattia. L’altro fattore è il voto ai partiti di governo che è sotto il 50%. Gli italiani, dunque, nell’insieme non sono in maggioranza schierati dalla parte del governo in carica.

Le difficoltà della vittoria

Il grande risultato del PD è stato salutato con enfasi celebrativa soprattutto dagli ideologi della seconda Repubblica e del partito postideologico. Sono tornati così prepotentemente sulla scena la vocazione maggioritaria, il partito aperto, il maggioritario, il leaderismo, le primarie ecc. Premesso che, curiosamente, non si è scelto di fare le primarie per selezionare i candidati alle europee che sono stati imposti dall’alto, c’è un paradosso che può rivelarsi una difficoltà. Tutti gli elementi sopra menzionati avevano senso in un sistema bileaderistico (o bipolare o bipartitico), che funzionasse in una dinamica maggioritaria e mantenesse come costanti la governabilità e l’alternanza. L’Italicum e la proposta di riforma del Senato erano inserite in questa logica. Solo che con un PD così forte e con tutti gli altri partiti così deboli è difficile ipotizzare che l’Italicum, o un’altra legge analoga, possa passare senza difficoltà, a meno che tutti i partiti non vogliano suicidarsi. Insomma, si rafforza il partito del maggioritario, del leaderismo, ma il sistema politico va da un’altra parte. Il che è ancora conferma di fragilità e precarietà del sistema politico italiano.

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