“Pensai che più che le parole, le lacrime o gli appelli era necessario un governo”

Intervista a Pietro Ingrao di Roberto Ciccarelli

“Pensai che più che le parole, le lacrime o gli appelli era necessario un governo”

pietroingraoA ventotto anni dal rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse dall’archivio del Centro di studi e iniziative per la riforma dello Stato (Crs) riemerge il discorso che Pietro Ingrao, allora presidente della Camera, decise di non pronunciare la mattina del 16 marzo 1978 nell’aula di Montecitorio. Il discorso viene pubblicato per la prima volta nel volume, curato da Gianni Cerchia e Lorenzo Benadusi, L’archivio di Pietro Ingrao. Guida alle carte del Centro di studi e iniziative per la riforma dello Stato (Ediesse, pp. 194, €12) in occasione del novantunesimo compleanno del leader comunista.

“Non lo lessi – ricorda oggi Ingrao, impegnato nella correzione delle bozze della sua autobiografia – perché in quel momento mi sembrava che l’Italia dovesse avere al più presto un governo di fronte alla crisi grave che l’investiva e per avviare subito la ricerca dei rapitori”. Il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana segna la fine di un’epoca nella storia della democrazia repubblicana italiana: “Per questo ho deciso di terminare il racconto della mia autobiografia con l’assassinio di Moro – aggiunge Ingrao – Non è un caso che gli anni Ottanta vedranno la fine del partito comunista e il tramonto della Dc e anche un grave indebolimento del sindacato di classe”.

La notizia del rapimento di Moro fu comunicata a Ingrao dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga qualche minuto dopo la strage di via Fani, mentre si preparava ad entrare in aula per la presentazione del nuovo governo Andreotti. Un governo nei confronti del quale il Pci, dopo un’estenuante trattativa condotta sino all’alba di quel 16 marzo, aveva forti riserve a causa della presenza di alcuni esponenti Dc come Antonio Bisaglia, Gaetano Stammati e Antonio Gava.

Sebbene nelle ricostruzioni successive i brigatisti abbiano sostenuto la casualità della coincidenza tra il rapimento di Moro e la fiducia al nuovo governo Andreotti, quel tragico evento venne interpretato come un attacco alla strategia della solidarietà nazionale perseguita dal Pci e dalla Dc sin dal primo governo Andreotti formato dopo le elezioni del 1976. In quelle ore convulse, Enrico Berlinguer decise comunque di votare la fiducia per dare una risposta immediata all’emergenza, pur denunciando il tentativo di Andreotti di modificare unilateralmente gli accordi che andavano configurandosi all’interno del “compromesso storico” di cui Moro era stato uno dei principali artefici.

La fretta di Ingrao di non pronunciare il discorso e di arrivare subito alla fiducia, rispondeva allo stesso imperativo di dare un governo al Paese, ma intendeva anche sollecitare l’unità di tutte le forze politiche contro il terrorismo. “Allora pensai che più che le parole, le lacrime o gli appelli – conferma Ingrao – era necessario un governo. Giusto o sbagliato, questo fu il mio assillo: anche perché questo dipendeva anche da me. Era l’unico atto concreto che potevo fare e contava”. Una decisione che venne però contestata dall’ex segretario del Partito Socialista Giacomo Mancini, il quale criticò la rapidità del discorso e la mancanza di un “dibattito solenne” in aula.

“Non seppi fare nulla per salvare Moro. Per me è stato un fallimento – Ingrao ha ammesso recentemente – Quando mi scrisse una delle sue lettere, non riuscii a trovare la forza di dire «ma sì, trattiamo»”. Un fallimento che lo ha spinto ad una riflessione prolungata e dolorosa sin dal libro-intervista Le cose impossibili realizzato nel 1991 da Nicola Tranfaglia, a pochi mesi dalla Bolognina, e che oggi continua ancora nella sua autobiografia.

“Ingrao era il primo a nutrire più di un dubbio sul compromesso storico – afferma Gianni Cerchia, l’autore della scoperta del discorso, docente di Storia contemporanea all’Università del Molise e responsabile dell’Archivio Ingrao raccolto nella sede del Crs a Roma – se non fosse stato ingabbiato nella carica istituzionale, se Moro non fosse stato rapito, avrebbe detto cose molto diverse”. Sin dagli anni Sessanta, continua Cerchia, la linea di Ingrao puntava a “spaccare l’unità cattolica e a cercare un accordo con la sinistra cattolica e con il cattolicesimo di base che aveva iniziato a fibrillare sin dagli anni del Concilio Vaticano”.

Quel dattiloscritto fu accantonato, dimenticato, forse rimosso. E con esso anche il compromesso storico come l’ingraiana strategia di creare un’unità politica e culturale tra i cattolici e i comunisti alternativa a quella di Berlinguer. Nel 1979, alla chiusura anticipata della legislatura, Ingrao rifiutò per ben due volte la proposta del segretario del Pci di tornare a presiedere Montecitorio. Preferì tornare a dirigere il Crs, da lui fondato nel 1972 insieme al presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini, immergendosi per un quindicennio in un lavoro di ricerca poco consueto allora per i comunisti italiani e per la cultura marxista in generale: la riforma costituzionale. Uno degli strumenti che lui considerava utile per dare una risposta alla crisi italiana.

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