Pensare l’Europa

Saggio di Mario Tronti per il volume Una costituzione per l’Europa? edito da Ediesse

Pensare l’Europa

costituzione europaNon possiamo dire Die Konstitution oder Europe, come Novalis diceva Die Christenheit oder Europe. E se non possiamo dire questo, siamo già al di sotto del problema. Oder, come ovvero, cioè, non qualcosa che contraddice, ma che dice diversamente. Non sarà questa Costituzione a fare l’Europa, ma può una Costituzione fare Europa?

Ecco il tema che mi pare di dover premettere a questa piccola raccolta di saggi, prevalentemente giuridici, che a loro volta introducono la lettura del testo di Trattato costituzionale, mentre i capi di Stato lo firmano e i cittadini comuni lo ignorano.

Assumo quindi la dimensione geofilosofica del problema Europa: aspetto non nuovo, che ha trovato elaborazione in raffinati contributi, sia in Italia, da Cacciari a De Giovanni, sia fuori, da Habermas a Balibar, per non citare che i primi nomi che vengono in mente. Nella dimensione geofilosofica introduco però delle forzature politiche, come credo sia necessario fare su un tema come questo: che non è un tema di storia del pensiero, né solo di storia delle istituzioni. Qui abbiamo a che fare con un passaggio che non ha nulla di epocale, ha molto di congiunturale, e tuttavia indica, o può indicare, una ridislocazione di quelle che una volta si dicevano le zone di influenza nella politica internazionale.

L’Europa di oggi può giocare un ruolo strategico nella lettura politica di quel fenomeno, soprattutto economico-finanziario, che è l’attuale fase di globalizzazione capitalistica. Ecco perché sull’Europa c’è da spendere un pensiero forte. C’è da spostare al tempo stesso l’asse del ragionamento e dell’intervento, la logica delle cose da pensare e la pratica delle cose da fare. Verrebbe da dire con una frase fatta che l’Europa è cosa troppo seria per lasciarla fare al presente miserabilismo delle classi politiche europee. Bisogna tornare a riflettere sull’idea d’Europa. Se questa modesta proposta di Trattato offre l’occasione per farlo, ben venga. Sappiamo bene che è dalla contingenza che viene spesso la ragione necessaria della decisione. Ma a chi spetta la decisione di fare Europa?

E’ qui che si colloca infatti il punto di maggiore difficoltà. Il progetto di Europa politica sta dentro un processo di generale spoliticizzazione. E’ arduo proporsi di costruire comunità politica mentre si vive e si esercita crisi della politica. I grandi costituenti europei, Adenauer, Schumann, De Gasperi, posero il problema quando, dopo l’uscita dalle guerre civili mondiali, era in atto un processo di riappropiazione della politica dal basso, e un movimento di de-nazionalizzazione delle masse. Momento magico quello del secondo dopoguerra, così diverso dal primo, anzi così opposto. Durò poco. Presto la ricostruzione economica impose una fase di restaurazione politica.

La costruzione europea, a direzione capitalistica, assunse paradossalmente il passo di uno schema da materialismo storico volgare. Prima la struttura economica, poi su questa, in futuro, la sovrastruttura politica. Si partì dal carbone e dall’acciaio, e poi via via, gradualmente e molto lentamente, verso una comunità come area di libero scambio, con unificazione di potere finanziario, con vincoli di politica economica, tra Commissioni e Consigli, cioè tra commissari e ministri, spesso in lite fra loro. Quando si è arrivati ai cittadini, si è detto loro: adesso mettete insieme i soldi e il resto si vedrà. E, ora che c’è il libero scambio delle merci, e l’uso comune della moneta, può esserci perfino la libera circolazione delle persone. In questo frattempo vere istituzioni politiche sovranazionali non sono mai nate. Le elezioni europee, è stato detto, sono elezioni di mezzo termine per verificare gli equilibri politici nazionali.

Il Parlamento europeo fa prima a scomparire dalla nostra vista che a insediarsi nelle sue sedi. L’Unione europea ha preso dagli Stati nazionali, sì, la forma della burocrazia, ma non la pratica del governo. Intanto è venuta avanti, non più in modo totalitario, ma in modi democratici, e mentre vige la crisi dello Stato-nazione, una ri-nazionalizzazione delle masse. C’è una nuova divisione tra governanti e governati: i primi sono costretti ad essere più europeizzanti, i secondi sono chiamati ad essere più patriottardi. Del resto, che cos’è l’allargamento della comunità, se non un’aggregazione di nuove piccole patrie?

Questo non è un discorso euroscettico. E’ semmai un discorso europessimista. E il pessimismo non è sull’Europa. Semmai è sugli europei. La retorica europeista dei capi di Stato e di governo copre un vuoto di volontà politica. E l’indifferenza europeista degli uomini e delle donne che una volta si dicevano semplici nasconde un pieno di ben altre preoccupazioni. Dov’è un popolo europeo? E si può fare Costituzione – anche questo è stato detto – senza popolo? I giuristi hanno giustamente molto discusso di sovranità. I politici dovrebbero discutere di chi è il sovrano. In realtà, bisognerebbe tornare all’alternativa fondativa della modernità politica: il potere leviatanico di Hobbes o la consociatio symbiotica di Althusius? Nel moderno, ha prevalso il primo modello ed è nata la forma-Stato. Se avesse prevalso il secondo, sarebbe forse nata la forma-Europa. Dopo le guerre civili di religione vinsero, nel Seicento, gli inglesi contro gli olandesi.

Dopo le guerre civili di politica, hanno vinto, nel Novecento, gli americani contro gli europei. Non si fa Europa se non si rimonta questa sconfitta. E poi, c’è questa cosa a un tempo certa e ostile: la nascita di una nazione, e la sua contemporanea crescita a Stato, è andata sempre contro qualcuno, un’istituzione universalistica, fosse essa Chiesa o Impero, il vicino di casa con pretese di territorio, una potenza sovrapposta da cui conquistare indipendenza, un antico regime coi suoi corpi separati. L’Europa di oggi ha da scrollarsi di dosso l’egemonia atlantica. Dal discorso di Fulton, quando è calata sull’Europa la cortina di ferro, per nessuno di noi europei c’è più stata storia politica autonoma. L’età del Patto atlantico è stato il tempo dell’ibernazione per il progetto di unità politica europea. Sacrificati a una funzione di avamposto occidentale, nemmeno anticomunista, ma più rozzamente antibolscevico, siamo stati niente più che una provincia dell’impero. Nessuna figura di provincia è mai passata a forma di potenza politica. Il fallimento della costruzione del socialismo implica un altro discorso, ma la fine geopolitica dell’Unione Sovietica con il suo blocco militare, attiene precisamente a questo discorso che stiamo facendo. Perché è esattamente da quella caduta che si risolleva l’idea d’Europa, diventa cioè veramente storicamente possibile un’Europa politica. Europa politica può essere soltanto un’Europa non più atlantica.

Il “siamo tutti americani” del dopo 11 settembre ha bloccato di nuovo l’avvio di questo processo. La guerra di Bush è sembrata per un momento rilanciarlo. Ma affidarsi a queste piccole contingenze non fa grande storia. Il progetto strategico di uno spostamento di spazio politico va messo a fondamento di una costituzione d’Europa. L’atto di costituzionalizzazione è sempre un evento che arriva a conclusione di un movimento di forze diretto da soggetti. E’ decisivo se il soggetto politico abbia o meno una stoffa storica. La soggettività del movimento operaio, nel Novecento, si è espressa in altri luoghi e con altri tempi. Ma quella era l’unica forza con una vocazione internazionalista. Si oppose a che si aprisse l’età delle guerre. E anche per questo fu travolta nel dopoguerra in occidente e vinse invece nell’oriente dell’Europa. Poi, divenne in effetti difficile parlare di Europa nel mezzo delle guerre civili europee.

E il movimento operaio del secondo dopoguerra ha subìto la tragica divisione dell’Europa in due campi nemici. Il suo internazionalismo fu la prima vittima della guerra fredda: rinacque, esso, dal basso nelle lotte antimperialiste, ma sul terreno europeo rimase la divisione tra est e ovest. La fine dei blocchi contrapposti non sembra aver provocato grandi riposizionamenti. Con una socialdemocrazia seria, la Germania poteva diventare il luogo di nuovo classico dell’esperimento, con una riunificazione non solo di Stati, ma di movimenti di lotta e di organizzazione. La sinistra europea doveva ripartire da lì. Oggi è un soggetto politico troppo debole di fronte alla forza dei processi strutturali che orientano l’unità europea. Malgrado un cosiddetto partito socialista europeo, le sinistre sono ancora molto nazionali, certamente più nazionali dei loro rispettivi capitalismi. L’unica élite che poteva fondare un popolo europeo, internazionalizzando le forze-lavoro sulla base della globalizzazione capitalistica, era una sinistra erede del movimento operaio.

E’ un dramma che non ci sia, né costituita né costituente, un’Europa politica capace di esercitare egemonia culturale dentro gli attuali equilibri/squilibri del capitalismo-mondo. Non saranno le fanfare che accompagneranno la firma del Trattato costituzionale a offrire per il dramma un lieto fine. Le ragioni dell’assenza dell’Europa dal mondo sono le stesse ragioni dell’assenza della sinistra dall’Europa. Una sinistra senza parola perché senza pensiero: questo è il problema.

Bisogna fare attenzione. Non c’è solo una retorica dei politici, c’è anche una retorica degli intellettuali sull’Europa. Questa tesi, propria del “politicamente corretto”, di un continente che si specifica per essere un arcipelago di differenze, è un’idea banale. Su questo terreno, la competition con il melting pot americano appare francamente del tutto perdente. Questa vocazione per l’apertura all’altro, non sembra proprio esattamente confermata dalla nostra storia, recente e trascorsa. L’altro poi oggi ha tante di quelle facce, alcune rassicuranti altre terrificanti, che bisognerebbe per lo meno distinguere. E la terra di mediazione, tra nord e sud come mondi sociali e tra occidente e oriente come tradizioni culturali, potrebbe anche funzionare come progetto: a una condizione, se la costituzionalizzazione dell’unità politica europea, trovasse qui uno spazio-tempo della nuova decisione.

Potremmo allora semmai, strumentalmente, evocare una buona retorica, quella degli antichi, di segno filosofico, per esporci a sostenere che l’Europa è una categoria dello spirito. C’è uno spirito europeo, moderno, che va strappato a una storia tragica, soprattutto novecentesca. E’ la Kultur, come prodotto continentale, nata e cresciuta, non nello scontro ma nel confronto con la Zivilisation di marca anglosassone. Cultura-civiltà di fronte a civiltà-progresso: le due facce della modernità. Ridurre la prima alla seconda è la finis Europae . Non si tratta di ridurre la seconda alla prima, ma di separarle con l’atto appunto della decisione politica e di tornare a confrontarle in una lotta, “civile”, di egemonia. La posta in gioco è il governo della tecnica, il grande inevaso irrisolto problema che abbiamo ereditato dal Novecento: tecnica, sì come tecnologia, ma anche come economia, come finanza, come comunicazione e…. come guerra. Forse non ci siamo resi conto, e soltanto dall’orizzonte della Kultur-Europa possiamo renderci conto, che la guerra è diventata la continuazione della tecnica. Non c’è quasi più niente di politica in essa. Il terrore scende dall’alto e sale dal basso mosso dalla stessa autonoma strumentazione di mezzi che giustificano il fine.

In questo, Kultur è Verfassung, non semplicemente Konstitution. Dà forma politica al popolo, e dunque fonda un popolo. Non è solo Carta scritta di principii e ordinamenti. E’ un’idea che si fa storia e storia che diventa un’idea. C’è da sperare che la firma del Trattato di Roma non venga intesa come la conclusione di un processo, ma come l’avvio di un esperimento. La ratifica popolare nei vari paesi facciamo in modo che diventi l’occasione di una collettiva presa di parola e presa di coscienza sull’evento di un “siamo tutti europei”. E intanto, “pensare l’Europa” venga assunto come compito urgente della cultura politica militante. Se ce n’è ancora una.

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