Per Alfredo Reichlin

Intervento pronunciato in occasione della presentazione del volume a cura di Mariuccia Salvati “Alfredo Reichlin. Una vita” (Treccani, 2019), tenutasi il 30 gennaio 2020 a Roma presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana

Per Alfredo Reichlin

«A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento. Questo vale soprattutto per l’Italia. Parlo dell’Italia non perché mi stia più a cuore della Germania o dell’America, ma perché gli italiani sono la parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine: filosofi e operai che sono all’avanguardia d’Europa. L’Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all’Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza.
Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte. Vent’anni fa la confusione dominante poteva far prendere sul serio l’impresa di Fiume. Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso. Quanto a me, ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo».

L’avete riconosciuta tutti, è la struggente lettera – indirizzata al fratello Luigi, da Napoli, il 28 novembre 1943 – con cui Giaime Pintor prende congedo dalla famiglia, e dalla vita. Ed è il passaggio immediatamente successivo a quello, ancora più celebre e citato da Alfredo Reichlin innumerevoli volte, in cui si parla del destino della loro comune generazione: un destino ‘risolto’, per così dire, dalla guerra e dalla necessità della Resistenza.

Se ho scelto, invece, proprio questo brano, è perché mi pare che esso contenga tutte le aperture di senso che fanno apparire, oggi e per noi, preziosi la vita e il pensiero di Reichlin.

Naturalmente, lo dico dal mio punto di vista: che è molto diverso da quello dei due amici che con me oggi prendono la parola, e probabilmente da quello della maggior parte di voi. Un punto di vista eccentrico, anche se spero non del tutto illegittimo: non sono mai stato comunista, e non tanto perché al crollo del Muro di Berlino avevo 18 anni, quanto perché le mie radici intellettuali e politiche affondando nella tradizione del cristianesimo sociale e democratico, nel pensiero di Giuseppe Dossetti o Lorenzo Milani, in quello (liminare e confliggente) di figure eccentriche come Simone Weil, o ancora nella costellazione di Giustizia e Libertà, da Lussu a Calamandrei, a Carlo Levi.

Sono, dunque, molto grato a Giuliano Amato e a Massimo Bray per la singolare scelta di invitarmi qua stasera, dandomi l’occasione di riflettere pubblicamente sulla figura di Reichlin. Ho subito accettato con senso di riconoscenza, perché in qualche modo, almeno sul piano simbolico, avviene così un incontro che non poté avere luogo.

Una domenica di novembre del 2016, nella tarda mattinata, ricevetti una telefonata da un numero fisso di Roma. Era Reichlin, che aveva letto e visto alcuni miei interventi nella campagna per il No al referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi: chiamava per dirmi che ne condivideva appieno lo spirito, e che avrebbe voluto conoscermi di persona per parlare, mi disse, «del futuro della Sinistra, che ci sta così a cuore». Fui profondamente colpito da questo contatto del tutto inaspettato, e soprattutto dalla generosità intellettuale, dalla curiosità e dalla vitalità di questo famoso principe del Partito Comunista, e rimanemmo che ci saremmo presto visti: ma le sue condizioni, e, di lì a non molto, la sua scomparsa, ce lo impedirono.

Avevo molto ammirato l’articolo sull’Unità – visibilmente soffertissimo – con cui, poco più di un mese prima che ci sentissimo, Reichlin si era schierato per il No al referendum. Era un testo breve e forte, duro e chiaro. Non era dettato, come per altri, dall’antipatia (pur così comprensibile…) per l’equivoca figura dell’allora presidente del Consiglio, ma era al contrario fondato su valori e ragionamenti che avevano attraversato carsicamente tutto il pensiero di Reichlin, e che ora affioravano in superfice, obbligandolo a prendere parte. La determinazione a difendere l’impianto parlamentare della Repubblica, per esempio; e a difendere una idea di partito, che non può essere ridotto «a puro servizio del Capo»; e forse più di tutto la preoccupazione, l’ansia viscerale per la tenuta della ‘nazione’. Una preoccupazione, questa, che certo affondava le radici nelle riflessioni di Gramsci e di Togliatti sulla nazione, e che aveva portato Reichlin a riproporre l’idea di un ‘partito della nazione’, un’idea così profondamente travisata e strumentalizzata da suscitare il disgusto dello stesso Reichlin. Un’idea che mi ricordò le analoghe tensioni di una personalità che ha più di un contatto con quella di Reichlin. Alludo a Carlo Azeglio Ciampi, a cui si riferisce un apologo eloquente. Quando, il 10 giugno del 1940, la radio portò anche alla Scuola Normale la voce di Benito Mussolini che scandiva la dichiarazione di guerra, preparandosi a maramaldeggiare oscenamente sulla Francia piegata dalle armate naziste, un gruppo di normalisti intonò proprio l’inno di Francia, la Marsigliese: affrontando poi le sanzioni che il direttore della Scuola, Giovanni Gentile, cercò poi in ogni modo di mitigare. Cantare la Marsigliese in quel momento significava interpretare il concetto di patria in un modo tanto polemico col presente fascista, quanto carico di futuro: fino a prefigurare l’idea di patria (pacifica, antinazionalista e fondata sui diritti umani) che sarà poi tratteggiata dai principi fondamentali della Costituzione. Mentre i giovani normalisti insorgevano, un autorevole studioso come Piero Calamandrei annotava nel suo diario reazioni alla dichiarazione di guerra del tutto analoghe: «il discorso di Mussolini, secco freddo cinico pedestre, scandito senza empito, come recitato, senza un tremito di commozione, senza un sussulto di responsabilità. E due ore dopo, il discorso di Reynaud [il primo ministro francese], che annunciava l’entrata in guerra dell’Italia con parole così umane, fiere e misurate che io lì, nella sala davanti alla radio, mi sono messo a piangere disperatamente: gli inglesi e i francesi e i norvegesi che difendono la libertà sono ora la mia patria». Ebbene, ricordo di aver sentito per la prima volta questo eloquente aneddoto proprio da Carlo Azeglio Ciampi, nel 1940 normalista e tanti decenni dopo, durante il mio corso di studio, venuto da Presidente della Repubblica a presiedere una consegna di diplomi nella sua alma mater pisana. Proprio la carriera di Ciampi, formato dalla papirologia e dalla filologia greca a governare la complessità della Banca d’Italia, della nascita della moneta unica europea e della guida dell’intero Paese è stata resa possibile dalla formazione al non conformismo ricevuta in quella straordinaria scuola d’élite su base egualitaria. Ed è all’insegna del non conformismo anche questa estrema uscita pubblica di Reichlin: ha davvero una certa grandezza, questa lettera di un grande uomo di partito che giunto alla fine della sua vita si mostra in qualche modo capace di recuperare e attualizzare quei valori di spirito critico e resistenza innanzitutto intellettuale, e direi ancor più quel tono morale, che erano appartenuti alla sua giovinezza prima del Partito, quando nella Resistenza romana il punto di riferimento era l’appena più grande Giaime Pintor.

E torna dunque in mente quella lettera sul dovere degli intellettuali di combattere. Che certo si poteva leggere in senso strettamente storico: e cioè riferito agli atti eroici, al combattimento letterale e non figurato dei partigiani. Ma si poteva anche riferire all’organicità al Partito, o invece intendere proprio al contrario: intendendo che il posto di combattimento degli intellettuali fosse la verità. «Il primo compito degli intellettuali – ha scritto Bobbio – dovrebbe essere quello di impedire che il monopolio della forza diventi anche il monopolio della verità»: ecco che l’ultimo Reichlin si spoglia di ogni disciplina di partito e torna un intellettuale libero. Libero anche di schierarsi pubblicamente, in nome della verità, contro il segretario del Partito.

Né si deve immaginare che questa solenne presa di posizione equivalesse ad una posa retorica, ad un tronfio prendersi sul serio che riducesse la vita alla dimensione politica. La lettera di Pintor è altissima laddove egli confessa al fratello che davvero avrebbe fatto altro nella vita, e quanto gli costasse rinunciare alle sua traduzioni, alle poesie e alle ragazze: «Quanto a me, ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo». Si legge, in nuce, in queste righe il Reichlin che confesserà, con una punta di civetteria, di non aver mai rinunciato – sono parole sue – «ai piaceri della vita».

È il Reichlin ritratto nelle bellissime pagine di Franco Marcoaldi: un Reichlin apparentemente liminare e minore, eppure invece quello che pare più destinato a restare, e infine a prendere il sopravvento. Il Reichlin innamorato, da giovane, di due poeti impolitici come Rilke e Montale: un ‘riccio monoteista’ (laddove il dio è la politica, il partito) – per usare la figura che Marcoaldi ruba ad Archiloco ­– che sa di aver bisogno di essere anche una volpe politeista (laddove i molti dèi sono i profumi della vita, i suoi volti irriducibili a unità, felicemente incoerenti). E che alla fine attinge a questa luce interiore per riuscire a trovarsi – sempre più spesso, da ultimo – in posizione isolata e critica rispetto a una comunità a cui teneva visceralmente. Viene in mente una pagina meravigliosa di George Orwell: «Se devi prendere parte a cose del genere: politica e potere, e penso che tu debba, a meno che tu non ne sia impedito dalla vecchiaia, dalla stupidità o dall’ipocrisia, devi riuscire anche a tenere inviolata una parte di te». E ancora: «Non posso e non voglio abbandonare completamente la visione del mondo acquisita nell’infanzia. Finchè sarò vivo e in buona salute continuerò ad appassionarmi alla prosa, ad amare la superficie della terra, a prender piacere da oggetti solidi, da ritagli di informazioni inutili. Non c’è modo di sopprimere questa parte di me, l’amore per la parte gratuita della vita, per le piccole cose di ogni giorno. … Dentro di sé coltivare la libertà. In fondo riesco ancora a guardare al mondo con occhi nuovi, animato dall’orrore ma altrettanto animato dalla meraviglia. Coltivare dentro di sé la capacità di desiderare follemente le cose che da grandi non si sognano più e che da bambini si sognavano: la giustizia, la libertà».

E se si leggono gli ultimi libri e articoli di Reichlin, si manifesta questa parte ‘inviolata’: e sembra prendere corpo un discorso che in molti, credo, sentiamo straordinariamente attuale. Non le tante pagine nelle quali, inevitabilmente, si cercano soluzioni (che nessuno ha in tasca) alle grandi questioni sul tavolo della politica: il rapporto tra democrazia e globalizzazione, e quello tra economia e politica, per esempio. Non è qua – nell’approccio frontale al ‘che fare’, per intenderci – che si trova ciò che è vivo nel pensiero di Reichlin: non nel ‘cosa’, insomma, ma invece nella sua crescente preoccupazione per il ‘come’.  Uno slittamento evidentissimo nel citato articolo del No, quando egli scrive: «Non illudetevi amici che il problema è chi comanda. È invece con chi si comanda. Con o senza il proprio popolo. Popolo dico. Popolo vero, non opinione pubblica; sono due cose diverse. È la partecipazione del popolo italiano, alla vita pubblica, che è ormai quasi inesistente. Queste cose vanno dette anche alla sinistra. La quale deve ritrovare il senso vero della sua missione, che è quello di ridare voce al popolo italiano». Un passaggio quasi incomprensibile per una classe dirigente divorata dall’ansia del successo personale, e dalla scellerata mistica maggioritaria e presidenzialista del capo.

Un passaggio che sembra debitore del fitto colloquio di Reichlin con un eretico come Bruno Trentin, che fin dal 1975 spiegava a Enrico Berlinguer che ciò che gli stava davvero a cuore, più della ‘presa del governo’, era la «costruzione di una nuova rete di potere democratico nel tessuto sociale del Paese». Un modo di sentire che è maturato più volte nella nostra storia recente, per esempio nella Coalizione Sociale che Maurizio Landini e Stefano Rodotà hanno animato: che aveva l’obiettivo, inevitabilmente medio-lungo, di costruire un popolo dei diritti e della Costituzione, che potesse dare vita ad una nuova sinistra.

Oggi vediamo con chiarezza che è solo battendo strade come queste che si può evadere dalla stanza senza porta e senza finestre in cui il discorso pubblico italiano ha murato il futuro della sinistra politica: quella in cui, per esistere politicamente, bisogna fondare un partito, candidarsi alle elezioni e cercare di andare al governo. Messa in quei termini forzati, la sinistra che non c’è non ci sarà mai. Perché un partito, le elezioni, il governo sono le possibili conseguenze di una esistenza nella realtà: non ne sono il presupposto. E, più profondamente, perché – sono parole di Simone Weil – «un partito occupato nella conquista o nella conservazione del potere governativo non può discernere nelle grida delle persone a cui viene fatto del male altro che rumore».

Non doveva essere stato facile per Reichlin scrivere: «non illudetevi, amici, che il problema sia ‘chi comanda’»: non era facile perché, lungo una vita, egli aveva coltivato il ruolo di consigliere del principe, cioè dei segretari del Partito. Pubblicava con orgoglio, ma con fastidio crescente per la loro nel frattempo conclamata inutilità, le analisi e i consigli che gli erano stati richiesti dai leader che si erano succeduti alla guida del Partito: in un lungo servizio che era culminato nella chiamata a guidare il gruppo di ‘saggi’ che avrebbe steso la carta dei valori del nascente Partito Democratico.

Ma di fronte al fatto che il Pd era venuto su precisamente senza valori che non fossero quelli della corsa al potere della sua slabbrata classe dirigente, Reichlin prende atto che non è più possibile fare il consigliere del principe: perché il principe è sordo, ottuso, incapace di capire.

Il principe non c’è più: quando se ne rende conto, il consigliere non tace, non si ritira in buon ordine. Ma inizia a ragionare, a scrivere, a prendere la parola esattamente su questo vuoto, e sul modo di superarlo.

L’eclissi della sinistra trova in Reichlin un testimone onesto e per nulla reticente: un intellettuale che torna al suo vero posto di combattimento, indicando a tutti una via d’uscita.

Potrà sembrarvi che, su questi sentieri, vi abbia condotti lontanissimo dal pensiero del comunista e alto dirigente di partito Alfredo Reichlin, ma è a lui che appartiene questa frase, del 2015: «l’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione».

Sono parole, per me, decisive: qua davvero Reichlin coglie il punto essenziale. E lo fa tornando alla cultura della Costituzione in cui comunisti, socialisti, laici e cattolici convergevano esattamente sull’idea concreta di persona umana, quella su cui è costruito l’articolo 3, cardine e culmine del progetto costituzionale.

«Dare ad ogni uomo la dignità di uomo»: in questa sintetica espressione attraverso la quale Piero Calamandrei spiega ai giovani, parlando nel 1955 all’Umanitaria di Milano, il progetto politico della Costituzione, c’è tutto intero il manifesto e il programma della sinistra di cui abbiamo bisogno: ed esattamente è questo che capisce Reichlin.

La fine dell’articolo sul No al referendum passa, con una chiusura a sorpresa e straordinariamente coinvolgente, dalle considerazioni astratte su Costituzione e sistema politico-istituzionale a un piano, per così dire, in presa diretta: «Mi hanno commosso le facce di quel popolo meraviglioso che è apparso sugli schermi delle televisioni tra le macerie del terremoto. Perfino commovente nella sua forza d’animo, nel sentimento di sé e della sua terra, nel suo slancio solidale».

Era un modo di dire che il discorso sulla persona umana non era una petizione di principio appunto astratta. Ma che egli proponeva invece di coltivare, condividere, diffondere un senso della giustizia concretissimo. E cioè che non si arresti alle dichiarazioni di principio, ma che le viva nei fatti di fronte a ogni essere umano in carne ed ossa: «Ecco un passante – scrive ancora Simone Weil – ha lunghe braccia, occhi celesti, una mente attraversata da pensieri che ignoro, ma che forse sono mediocri. Ciò che per me è sacro non è né la sua persona né la persona umana che è in lui. È lui. Lui nella sua interezza. Braccia, occhi, pensieri, tutto».

È un’idea diversa della politica, ed è un’idea che permeò profondamente la stagione della Resistenza in cui Reichlin si era formato: per poi venire tradita dalla ‘politica politicata’ dei grandi politici di professione, tutti immersi nel gioco del potere. Una politica capace di fare scorrere il sangue nelle vene, quella di cui scriveva Carlo Levi nell’Orologio (1950), un libro, magnifico e dimenticato, tutto dedicato alla crisi del governo Parri (1945), il governo della Resistenza, e all’avvento del governo ‘di sistema’ di De Gasperi. In un passo chiave di quel libro, Levi oppone ai tatticismi di due giovani politici che stanno per prendere il potere, l’idea – e direi il sentimento – della politica di Parri: «mi esponevano i loro progetti, i passi che avevano fatto, le manovre a cui ci si doveva opporre, le intenzioni nascoste dei capi, gli interessi che si celavano sotto le manovre: e tutto questo mi pareva che si svolgesse in quel cielo nel quale anch’io forse talvolta mi illudevo di trovarmi, popolato di strani uccelli, in lotta tra loro, nell’atmosfera solitaria … Da quell’altezza essi non vedevano la terra che come un fumo lontano: e come avrebbero potuto distinguere in quel fumo, a quella distanza, i visi degli uomini e delle donne che si muovevano nelle città, che zappavano i campi, che lavoravano negli uffici e nelle fabbriche, che si disputavano il denaro, che mangiavano, che facevano all’amore? Come avrebbero potuto, di lassù, vedere la faccia di Teresa, dietro il suo banco, sull’angolo della strada; e i geloni della sue mani al primo freddo dell’inverno? Il presidente, invece, il presidente caduto non volava in quel cielo: non voltava neppure gli occhi a guardarlo, ma camminava sulla piccola terra. E non sapeva né voleva vedere altro che i geloni di Teresa, il viso di Teresa. E le facce le mani di tutti quelli che incontrava sulla sua strada. E si fermava a parlare con loro, dimenticando ogni altra cosa, piangendo le loro lacrime. Che cosa si poteva fare? Come si potevano mettere insieme cose così disparate: gli uccelli, il presidente e Teresa? Come si sarebbe potuto risolvere quella crisi, che era assai più che un cambiamento di ministero ma il segno della presenza di cose senza comunicazione, di tempi diversi e reciprocamente incomprensibili. Mi veniva in mente il libro di aritmetica delle scuole elementari che affermava (ma questa affermazione né allora quando ero bambino né poi mi riuscì mai del tutto persuasiva) che non si possono sommare beni di diversa natura, che non si può dire per esempio cinque pagnotte di pane più tre rose fanno che cosa? Non fanno niente, secondo questo venerabile testo».

Alla fine della sua vita Reichlin si trova d’accordo con Levi: i volti degli italiani del terremoto si pongono in drammatica alternativa al discorso del potere sul potere che aveva portato al referendum costituzionale. Reichlin non ci sta, e rovescia il tavolo in nome di quest’altra politica: così lontana da quella che aveva conosciuto lungo una vita, dopo l’esperienza della Resistenza.

La reciproca incomprensibilità tra le lotte quotidiane e diffuse della democrazia di ogni giorno e la ‘politica del governo’ è, ancora oggi, alla base dello scollamento tra la sinistra che esiste e resiste per le strade del Paese e la sua rappresentanza politica. Quello scollamento non è solo un problema da risolvere, è la chiave per comprendere cosa coltivare, dove cercare, in cosa sperare.

In questa ricerca io, e credo di non essere il solo, sento profondamente vicino Alfredo Reichlin.

E mi pare che dalle sue ultime pagine egli ci sussurri le stesse parole di Giaime Pintor, così terribilmente capaci di descrivere il nostro, di tempo: «Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco, e di dichiarare lo stato d’emergenza». Grazie.

 

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