Per Leo Panitch

Dalle pagine online de “il manifesto”, Luciana Castellina ha ricordato la figura, poco conosciuta in Italia, di Leo Panitch, portato via dal Covid in un ospedale di Toronto qualche giorno fa. Ho sentito così il bisogno di scrivere anche io qualche riga: una breve testimonianza dei ricordi che la perdita di questo compagno e quest’uomo straordinario – di raro spessore intellettuale, politico e umano – ha fatto riaffiorare in me. Altro vissuto, altra generazione; una generazione cresciuta già orfana della sinistra

Per Leo Panitch

Leo Panitch è stato tante cose; un bel tributo gli è stato dedicato ieri su Jacobin da Vivek Chibber (https://jacobinmag.com/2020/12/leo-panitch-obituary). Certamente, è stata una delle anime principali del Socialist Register, fondato nel 1964 da Ralph Miliband con John Saville. Co-curatore dal 1985, ha svolto un ruolo centrale nel fare della rivista uno dei riferimenti della sinistra globale. Era il 2005 quando, con l’amica e collega Matilde Adduci, ci eravamo messe in testa di lavorare a un’antologia italiana del Socialist Register. A quell’epoca, Leo Panitch ne era curatore assieme a Colin Leys. Come ricordano nella prefazione all’antologia, sin dai suoi esordi il Register si proponeva di dare voce ai marxismi del mondo, nel rifiuto dello stalinismo, ma senza cedere all’anticomunismo e all’abbraccio socialdemocratico dell’economia “mista” capitalistica. Tale orientamento fu condiviso da diversi intellettuali marxisti e attivisti politici italiani – il gruppo de il manifesto, ma anche dell’International Socialist Journal fondato da Lelio Basso – con cui gli animatori del Register entrarono in stretta relazione. Tra gli anni Novanta e la prima metà dei 2010, la rivista concentrava giustamente lo sguardo sul “nuovo ordine mondiale”. Si proponevano analisi sistematiche, di livello assai alto, della globalizzazione capitalistica e dell’imperialismo, incoraggiando come sempre approcci teorici che andassero oltre i limiti del marxismo classico e con una tensione genuinamente politica, trasformatrice. Per il Register, e gli intellettuali critici che vi hanno ruotato e vi ruotano intorno, si è sempre trattato ostinatamente di “preparare il campo”.

Per tornare a quel 2005, a noi che curammo l’antologia, sembrava che il dibattito italiano avrebbe potuto beneficiare della messa in circolazione, nella nostra lingua, degli spunti e degli affondi intellettuali del Register, non da ultimo in considerazione della quasi totale perdita di contatto di buona parte del pensiero critico italiano con l’impianto teorico più “tradizionale” della sinistra. Un “tradizionale” che, proprio come il Register faceva, ci sembrava dover essere innovato, rinnovato, contaminato, certo, ma non abbandonato. Ci sembrava insomma che, senza le radici, le ali stessero portando tanto, troppo, lontano: dagli estremi delle ubriacature post-moderne e neoliberali, all’inconsistenza di categorie come “globalizzazione” fino alle tirannie della “società civile” e del “basso”.

L’incontro con Leo – e con Colin – fu facilitato da Alfredo Saad-Filho (associate editor e autore del Register), allora docente presso il Dipartimento di Development Studies della SOAS, casetta rossa dell’Università di Londra, presso cui qualche anno prima avevamo studiato. Con Alfredo, si era ormai instaurato un rapporto di profonda interlocuzione intellettuale, politica e umana; ne sarebbero venute collaborazioni importanti, come la ricerca sul lavoro alla FIAT di Pomigliano ai tempi del referendum di Marchionne, proprio qui al CRS, che avrebbe portato alla pubblicazione di Nuova Panda Schiavi in Mano (2011, DeriveApprodi). A ben vedere, fu proprio Alfredo che per primo ci suggerì di lavorare a un’edizione italiana del Register, uno dei tanti debiti intellettuali che chi scrive ha maturato nei suoi confronti.

L’incontro fu bellissimo. Ci vedemmo nella mitica canteen della SOAS, a margine di una delle sessioni della conferenza annuale di Historical Materialism. Il progetto fu accolto con un entusiasmo genuino, travolgente, quasi grato, consapevole dello sforzo enorme che chiaramente avrebbe comportato. La stessa militanza, ai tempi del post, è divenuta per lo più un fatto individualizzato, demandato alle energie di chi vuole praticarla e, per praticarla, difende con le unghie e con i denti un qualche spazio/tempo eccedente rispetto a quelli tendenzialmente totalizzanti della produzione e della mera riproduzione.

Ci saremmo rincontrati l’anno successivo, sempre in occasione di Historical Materialism. Era il 2006 e la lecture conclusiva era affidata a Mario Tronti, finalmente a Londra a quarant’anni dalla pubblicazione di Operai e Capitale. Continua a venirmi in mente una scena. Ero seduta con Mario nella sala professori dell’Università; Leo, poco distante, a un altro tavolo, da lontano ci scorse, salutò con la mano, e si diresse dritto verso lui. Era grande, grosso, alto; sembra quasi impossibile che una persona con quella fisicità vada via da un momento all’altro per un microscopico virus. Si presentò educatamente, nome e cognome, senza aggiungere altro; ringraziò Mario per quello che aveva rappresentato, e rappresentava, per la sinistra nel mondo; e se ne ritornò con discrezione al suo posto. Un ringraziamento vero, sincero, da compagno a compagno. A suo tempo, questo suo gesto così naturale, riservato, che non pretendeva niente, mi colpì e mi commosse molto. Per me si trattava pur sempre di Leo Panitch. L’esercizio di umiltà è indiscutibilmente una cosa da grandi uomini e grandi donne, e Leo era senza dubbio un grande.

Non ho molti altri ricordi di lui in persona. Ci vollero quattro anni perché il volume venisse alla luce. Si strinse intorno a noi una bella rete di militanza intellettuale che lavorò alle traduzioni; Punto Rosso credette nel progetto e lo sostenne per tutto il tempo. Incrociavamo intanto la crisi finanziaria, che squadernava davanti agli occhi di tutti la rilevanza delle categorie che pensavamo dovessero essere difese: capitalismo, classe, disuguaglianza, tra le altre. Optammo per una selezione di saggi tesi a scandagliare il capitalismo nella sua forma neoliberale, inteso come oggetto di analisi in sé e in rapporto alle trasformazioni del lavoro, alla natura e all’ecologia, e non da ultimo al dispiegarsi del progetto egemonico statunitense. Riguardo a quest’ultimo, proponemmo la traduzione di un saggio scritto proprio da Leo Panitch, insieme a Sam Gindin, su “La finanza e l’Impero americano”. Mi piace ricordare che su questo e altri temi Leo ha scritto cose molto importanti. Tutti i suoi interventi per il Register dal 1979 al 2020 sono ora liberamente accessibili (https://socialistregister.com/index.php/srv/announcement/view/806).

Furono anni di intense interlocuzioni via mail. Quel che ricordo di più di quel tempo non sono soltanto l’impegno, l’incoraggiamento, il dialogo continuo con cui il progetto, e le nostre scelte, furono seguiti. Ricordo in modo vivido il patto intergenerazionale che si andò saldando; quel dare incondizionato affinché il pensiero sedimentato nei decenni grazie a uomini e donne ostinatamente “contro” non andasse perso; perché venisse diffuso nello spazio e tramandato nel tempo, con l’idea ferma in mente che potesse e dovesse contribuire a preparare il campo, a farci trovare pronti.

L’ultimo volume del Register (n. 57), a cura di Leo Panitch e Greg Albo, è stato lanciato il 28 novembre di quest’anno; Beyond Digital Capitalism il titolo. Li avevo persi di vista per un po’ e, per fortuna, c’è sempre quel compagno che arriva e ti fa riprendere dalle distrazioni imperdonabili. Proprio in corrispondenza del lancio, ragionavamo con Giulio De Petra, il nostro direttore, del fatto che si potrebbe lavorare a un’edizione italiana di questo volume o a una selezione di saggi. Chissà! Sarebbe un bel contributo, e anche un bel tributo a Leo Panitch, e a tutti i compagni che hanno portato avanti il Register in questi anni, che continueranno a farlo nel futuro, e che ora sono immersi nel dolore della sua scomparsa.

Che la terra ti sia lieve, Leo; la lotta continua.

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