Per una nuova agenda nella politica della conoscenza

Pubblichiamo in questa sezione il contributo di Walter Tocci al volume a cura di Laura Pennacchi “Pubblico, privato, comune. Lezioni dalla crisi globale” pubblicato dalla casa editrice Ediesse

Per una nuova agenda nella politica della conoscenza

1490-9 Pubblico,privato,comune_cop:14-21Pubblichiamo in questa sezione il contributo di Walter Tocci al volume a cura di Laura Pennacchi “Pubblico, privato, comune. Lezioni dalla crisi globale” pubblicato dalla casa editrice Ediesse

PER UNA NUOVA AGENDA NELLA POLITICA DELLA CONOSCENZA

Do you remember Lisbona? E’ arrivato il 2010, doveva essere l’anno del primato europeo nella società della conoscenza. Il famoso 3% nell’investimento in ricerca in rapporto al Pil non solo non è stato raggiunto, ma c’è stato un arretramento. Il vecchio continente si è attestato su un deludente 1.7% del Pil – addirittura indietro rispetto all’1.8% dell’anno 2000 – facendosi superare dall’Asia (1.9%). La vera novità del decennio è stato l’impetuoso sviluppo della ricerca scientifica asiatica – e in particolare cinese – in fase di sorpasso di quella degli Usa almeno nell’investimento assoluto, sebbene non ancora per quello relativo nel quale gli americani mantengono il primato con un ragguardevole 2.6%. La crisi economica globale accentua le dinamiche di questa geopolitica della ricerca. Usa e Cina hanno risposto con un’impennata degli investimenti nel settore.

1. Geopolitica della scienza

Per la prima volta l’intensità di investimento in ricerca in Europa si colloca al di sotto della media mondiale che coincide appunto con il dato asiatico. La prima volta, da quando? Non disponiamo della serie storica, ma tutto lascia pensare che il primato europeo venga da molto lontano, almeno dalla rivoluzione scientifica del Seicento. Siamo davvero a un passaggio d’epoca. Come sarà la scienza del Ventunesimo secolo a guida asiatica? Già prima del Seicento l’Asia ebbe un primato scientifico, ma lo smarrì proprio perché non seppe tradurlo nell’attività economica. Oggi, invece, esso si ripresenta proprio in una connessione stretta tra tecnica ed economia, declinata in diversi modelli, a prevalenza industriale in Giappone, a guida centralistica in Cina, trainato dalle grandi multinazionali in India. La scienza novecentesca era profondamente permeata dai valori della cultura occidentale. C’è da domandarsi se l’innesto su una cultura molto diversa modificherà il modo di fare scienza. Monismo organicistico contro il dualismo metafisico, dialettica inclusiva contro il principio di non contraddizione, relativismo etico contro l’imperativo morale sono cambiamenti di prospettiva che potranno influire sia sugli statuti epistemologici sia sulle ricadute tecnologiche della scienza. Anche il rapporto con la religione sarà diverso: in occidente è stato di conflitto ma anche di reciproca influenza, in oriente prevarrà forse una certa indifferenza. Se risuscitasse Hegel aggiungerebbe un capitolo alla sua Fenomenologia per spiegare questa migrazione verso Oriente del Geist scientifico. Non si tratta di questioni astratte, poiché in un tempo non lontano l’anziano europeo sentirà gli effetti di questa geopolitica della scienza, quando, ad esempio, per curarsi l’Alzheimer dovrà forse ricorrere ai laboratori cinesi, essendo stata frenata nel proprio paese la ricerca biotecnologica. C’è inoltre da tenere presente che il sorpasso non è avvenuto in condizioni stazionarie, ma nel vivo di una vorticosa trasformazione sia nella quantità sia nella qualità della conoscenza. Non si è trattato di un quindicennio normale, si è verificata una delle più grandi accelerazioni della conoscenza nella storia dell’umanità con la triplicazione dell’investimento mondiale in ricerca. Nei contenuti poi si sono intrecciate ben tre grandi rivoluzioni scientifiche e tecnologiche: la scienza della vita, la scienza della materia, la scienza dell’informazione. Solo una di esse sarebbe stata sufficiente per segnare un’epoca e ora tendono anche a convergere in una scienza caratterizzata proprio dall’attraversamento di diverse discipline, la così detta bio-nano-info science. Tutto ciò modifica radicalmente i paradigmi scientifici del Novecento, attiva nuove forme organizzative della ricerca e instaura relazioni molto più intense tra tecnica, economia e stili di vita. L’Europa, comunque, avrebbe ancora molte frecce nell’arco, la sua presenza nella ricerca di base è ancora rilevante e di grande qualità, soprattutto in termini di pubblicazioni è ancora in testa rispetto agli Usa e all’Asia. Ma certo non potrà reggere la sfida se continuerà a fare affidamento su 27 politiche nazionali. Anche i più grandi paesi europei sono piccole entità nei confronti della scienza dell’Indo-pacifico. Solo il 5% della spesa complessiva è gestito direttamente da Bruxelles, il resto è affidato ai governi europei, soprattutto nel campo della ricerca di base che invece dovrebbe essere quella più integrata a livello continentale. Lo smacco di Lisbona si è consumato nella contraddizione palese tra l’ambizione dell’obiettivo e la delega del processo alle singole politiche nazionali. Il fallimento del primato in conoscenza è il primo risultato dell’appannamento del processo di unificazione politica. E allo stesso tempo è causa non secondaria della scarsa crescita degli anni Duemila. Quel fallimento, inoltre, contribuisce a spiegare in campo politico il passaggio dai governi di sinistra della fine degli anni novanta all’egemonia di destra della fase successiva. La crescita della conoscenza, infatti, era essenziale per la credibilità del riformismo di sinistra; la destra possiede altre risorse di consenso.

Leggi tutto in formato pdf: agenda_con-za.pdf.

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