Persona e politica nella memoria di Pietro Ingrao

Intervento pronunciato da Walter Tocci in occasione della presentazione del libro “Memoria” di Pietro Ingrao tenutasi il 30 novembre alla Camera dei Deputati

Persona e politica nella memoria di Pietro Ingrao

Qui il link all’articolo dedicato alla presentazione

Memoria fu l’ultimo scritto politico di Ingrao, forse uno dei più importanti. Non solo perché affronta di petto la sconfitta storica, ma perché il tentativo non riesce, e il testo del 1998 rimane chiuso in un cassetto per vent’anni. Oggi viene pubblicato per i tipi Ediesse a cura dell’Archivio Ingrao.

Il fascino dell’inedito

C’è un fascino dell’inedito, che è sempre un testo ambiguo e aperto. Ambiguo tra la passione del dire e l’impossibilità di dirla. Aperto all’interpretazione dei posteri, offrendo l’interiorità che ha rifiutato l’esteriorità. Mi piace immaginare la dolce ironia del nostro maestro che spesso diceva la sua aggiungendo: “ecco, io sono arrivato fin qui, ora ditemi voi.”

L’inedito è un incitamento alla nostra libera interpretazione, ci autorizza a forzare, a scegliere, a completare la lettura di queste pagine. Se ne può dare anche un’interpretazione minimalista, come fossero appunti preparatori del libro pubblicato nel 2006: Volevo la luna. A mio avviso, invece, Memoria è un’opera autonoma e molto diversa per lo stile e per il contenuto.

Il testo inedito è più corto, ma più lungo è il tempo della trattazione, fino alla Svolta dell’89, mentre il libro del 2006, con quasi il doppio delle pagine, finisce con la morte di Moro. Una storia più ampia in un racconto più breve favorisce uno stile più compatto, un “dettato asciutto e filante”, come lo definisce Alberto Olivetti nella postfazione. È una scrittura politica di alto livello letterario, una delle opere più belle di Ingrao.

Per il contenuto, in Volevo la luna la narrazione prevale sulla politica – è la critica che gli fece Magri – mentre in Memoria il racconto illumina come un lampo l’analisi storico-politica. “La vera immagine del passato passa di sfuggita”, diceva Walter Benjamin. Qui Pietro si sottrae alla tradizione comunista della storia lineare, che a suo dire perde sempre la complessità del reale. E utilizza un tempo storico benjaminiano per “impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo”, proprio come il gesto, raccontato tante volte, di spostare i libri di poesia dalla scrivania quando incombeva la guerra: quel fatto nuovo che “strattona e getta le nostre vite nella grande Storia”. La memoria si divincola dalle concettualizzazioni storicistiche e diventa Rammemorazione, cioè appassionata ricerca intorno alla domanda fondamentale sulle speranze e sulle sconfitte del comunismo.

Questa domanda è l’invariante del suo discorso pubblico – ritorna perfino nelle ultime parole pronunciate nella sua ultima presenza televisiva da Fazio – e nell’inedito si presenta nel brano forse più intenso e insieme più controverso. In nessun altro testo si trova una riflessione così ardua e difficile sul No alla Svolta dell’89. Scrive Ingrao: “Mi rifiutai ostinatamente di riconoscere la sconfitta storica e di sancirla. Rimasi aggrappato al nome e al simbolo. Non me ne dolgo. È difficile sradicare la domanda centrale che ha stretto una vita. In fondo ognuno di noi è una domanda” (p. 174).

Si deve sfatare lo stereotipo del personaggio amletico; semmai viene fuori la sua ostinazione, perfino la cocciutaggine, nel rimanere fermo sui fondamenti, come le pietre del paesaggio natio. Seguendo un’intuizione di Maria Luisa Boccia postulo una differenza tra Domanda e Dubbio.

La domanda è sempre la stessa perché rammemora la dimensione storico-esistenziale. Si potrebbe usare anche la parola questione, o anche quistione con l’arcaismo di moda nel Pci, ma sarebbe più appropriata la parola filosofica tedesca, la Frage, anzi la Grundfrage, la domanda fondamentale.

Il dubbio, invece, appartiene alla pratica, riguarda il che fare, come indovinò Camilleri nella lectio in suo onore. Pietro spiega che quello fu il suo metodo di sopravvivenza per non rimanere soffocato dalla rigidità comunista, rappresentata qui dalla tetragona figura di Arturo Colombi, col quale pure si rammarica di non essere riuscito a parlare veramente (p. 122).

Qui e altrove

Nella dialettica tra domanda e dubbio si svela una tensione più profonda tra Persona e Politica, tra appartenenza e alterità, tra l’essere qui e altrove. Non a caso il libro si chiude con l’immagine dell’isola del Disperso di Marburg (p. 187). L’isola è appunto un qui determinato dai suoi margini e insieme un altrove disperso nel mare.

A me pare che tutto il libro sia attraversato dalla vibrazione tra il qui e l’altrove. La vibrazione tra l’adesione militante al partito nuovo che gli consente di scoprire i borghi, le piazze e le campagne italiane, e d’altro canto la formazione intellettuale nella grande cultura europea della crisi, sopratutto la letteratura della decadenza, la scoperta della frantumazione della soggettività che è un antidoto contro la mitologia erculea del fascismo prima e del sovietismo poi. Nella passione per il cinema emerge questo legame tra le avanguardie artistiche del Novecento e i sentimenti popolari in movimento. È un percorso originale che gli consente di evitare sia l’angustia nazional-popolare sia l’elitismo intellettuale gauchista. Si avvertirà sempre in lui la tensione tra immedesimazione e differenza con la cultura del Pci.

La vibrazione tra qui e altrove si avverte anche nel linguaggio. Sono inconfondibili la sensibilità ermetica della sua poesia e la ricchezza semantica delle parole preferite, come documenta la postfazione. Tuttavia questo stile personale convive con l’idioma militare – da una parte della barricata, disciplina ferrea, avanguardia, guerra di posizione, vigilanza ecc. – che influenza il discorso politico comunista (pp. 55-6). Da qui è sorto l’equivoco del titolo originario dell’inedito Memoria di guerra, che ha indotto gli archivisti a catalogarlo come un ricordo bellico mentre era un richiamo al linguaggio politico novecentesco.

La vibrazione tra qui e altrove risuona perfino nella vita quotidiana: all’Unità con la curiosità di scoprire le notizie palpitanti del dopoguerra e nel contempo l’attrito di quel lavoro estroverso con la propria indole lenta, ansiosa ed emotiva (p. 51). Oppure quelle cene in trattoria animate dalle appassionate discussioni tra i giovani togliattiani e nel contempo la precoce e sgradevole sensazione di trovarsi già in una macchina di comando (p. 61). Oppure lo sconcerto di trovarsi, proprio lui intellettuale della penisola italiana, nell’immensa Asia in quel palazzo imperiale davanti a Kim Il-Sung, descritto in una pagina curiosa che sembra tratta dal libro di viaggio Che ci faccio qui? di Bruce Chatwin.

E nella sua vita politica, la vibrazione qui e altrove si manifesta nel portare le sue idee all’esterno del partito, anche per influenzarne il dibattito interno. Ne svela qui la premeditazione facendo l’esempio del nuovo modello di sviluppo, un argomento irriso da Amendola in cambio dei soldoni, che invece trovava interlocutori attenti nelle migliori culture riformistiche del tempo da La Malfa a Lombardi. Si può dire che sia stato proprio l’ingraismo a entrare più in sintonia, seppure dall’opposizione, con le ambizioni di riforma del primo centrosinistra. E si ripeterà negli anni ottanta, quando al CRS vengono elaborate coraggiose riforme costituzionali e leggi elettorali a doppio turno, che nel Pci erano ancora argomenti tabù soprattutto per i miglioristi. È il paradosso del Pci: una destra protesa al governo ma conservatrice nei contenuti, e una sinistra prevenuta sugli schieramenti ma creativa nelle riforme.

D’altronde sono proprio i paradossi a spiegare la vicenda comunista italiana. A mio parere siamo ben lontani da una matura comprensione della storia del Pci. Forse noi, gli appartenenti alla mia generazione, siamo i meno adatti all’impresa, proprio perché troppo coinvolti esistenzialmente e incapaci di distinguere tra la nostra giovinezza e l’adesione a una politica. Forse le generazioni successive torneranno a studiare questa curiosa giraffa e potranno scoprire le sue antinomie leggendo l’inedito.

L’antinomia tra ideologia e funzione: un comunismo come fonte battesimale (p. 73) che costruisce un’infrastruttura della democrazia italiana, una legnosa gerarchia di partito che promuove la “dilatazione politica” nel Paese (p. 79).

L’antinomia tra aristocrazia e popolo: un élite intellettuale che offre una cornice politica e simbolica al riscatto dei ceti subalterni.

L’antinomia tra rivoluzione e conservazione, rivendicata a suo tempo da Berlinguer e prima ancora dall’ambiguità tra superamento e supplenza del capitalismo italiano (p. 75), che è anche il cleavage ingraiano-amendoliano.

L’antinomia tra la teoria della classe e la pratica del popolo, che porta nel dopoguerra alla sconfitta nella fabbrica e all’avanzamento nel Paese, che diluisce i miti rivoluzionari nella rappresentazione dei bisogni dell’Italia nella transizione industriale, fino a suscitare una domanda fatale: “Era comunismo tutto questo? Non lo credo proprio” (pp. 95-6).

Azzardo qui un paragone controverso e forse inopportuno. C’è però una somiglianza, non sostanziale ma formale, un isomorfismo, tra l’identità del Pci e la personalità di Pietro: una costellazione di antinomie, una irriducibile tensione tra qui e altrove, una trascendente complexio oppositorum che gli consentiva di trovarsi nel monastero mano nella mano con padre Benedetto Calati, in una comunicazione intima, rimanendo non credente.

Le antinomie spiegano a mio avviso la grandezza di Ingrao come dirigente del Pci e della politica italiana, la sua influenza ben oltre “l’irrimediabile minoranza di partito” e il fascino duraturo per diverse generazioni di italiani. E spiegano però anche gli equivoci e gli stereotipi che gli sono stati attribuiti, proprio perché le antinomie sono sempre in bilico, prestandosi a letture unilaterali che finiscono per smarrire l’essenziale tra gli opposti.

Mario Tronti ha dato una lettura politico-esistenziale delle antinomie ingraiane, come un dissidio tra la consapevolezza del limite della politica e la ricerca sullo smisurato dell’umano (p. 135). E credo che abbia proprio ragione: in Pietro Persona e Politica non coincidono mai, e lasciano un residuo da cui riparte sempre la domanda di una vita, la Frage della volontà della luna.

Da questa dimensione scaturiscono anche le sue doti di politico pratico, di organizzatore culturale capace di far lavorare insieme personalità diverse e di ascoltare le opinioni altrui, come sottolinea la bella recensione di Paolo Franchi. Basta ricordare che gran parte degli intellettuali schierati per il Si e per il No al referendum erano intorno a lui al CRS.

Un leader politico italiano ed europeo capace di toccare le corde profonde dei sentimenti popolari e di interloquire con diverse correnti culturali, con intellettuali, rappresentanti di istituzioni, partiti, associazioni, sindacati, movimenti.

Un comunicatore affascinante capace di coniugare l’analisi e la poesia, a dimostrazione che bisogna attraversare la complessità per semplificare i messaggi, mentre oggi si vorrebbe semplificare ricorrendo alla banalità e alla volgarità, ottenendo solo disaffezione e rancore.

Nell’asimmetria tra Persona e Politica ci sono però anche le ragioni delle sue sconfitte: l’impossibilità di sostenere il progetto con il potere, la riluttanza alla funzione di comando – “il difficile compito del leader”, come lo definisce – e perfino l’imperfetto capo-corrente, come sanno bene i compagni di una vita. Al congresso di scioglimento del Pci strappa l’applauso più forte dicendo: “state attenti, perché queste correnti rafforzeranno il potere dei capi.” Come si è visto, la previsione fu azzeccata.

“Non sarei sincero se dicessi…”

Le antinomie si esprimono al meglio e in parte decadono in contraddizioni nella vicenda dell’XI congresso. In Volevo la luna, il racconto è mirato a una riconciliazione affettiva con i compagni radiati dal partito nel ’68 e non difesi da lui. In Memoria, invece, la crisi del Manifesto non è neppure nominata e già questo mi sembra clamoroso. Inoltre, l’XI congresso viene inscritto in un’ampia periodizzazione, dalla fine degli anni cinquanta fino alla Svolta, e analizzato nei passaggi politici salienti, pur con reticenze e incertezze, forse non estranee alla mancata pubblicazione.

Il giudizio storico è semplice: quel Congresso fu l’apice di una ricerca sulla transizione italiana al socialismo, che venne battuta e rimase poi accantonata, fino ad essere sepolta alla Bolognina. C’è un corollario però più articolato. A suo parere, la mancata innovazione strategica cristallizzò la linea togliattiana, che certo aveva realizzato il capolavoro della Costituzione e del partito nuovo, ma che già nei primi anni sessanta mostrava l’inadeguatezza di cui lo stesso Togliatti fu consapevole più dei suoi seguaci. La decisione conservativa fu apparentemente gratificata dalle tendenze elettorali favorevoli e dalle aspettative di cambiamento che una parte della società italiana riversò sul Pci, anche oltre i suoi meriti e le sue possibilità. Quando però alla fine degli anni settanta cambiò il verso del mondo, l’arretratezza ideologica e i conservatorismi di partito furono messi a nudo dalle nuove egemonie planetarie e Berlinguer si ritrovò disarmato, non trovando altra risorsa se non quella morale della diversità (p. 126). Questa è a grandi linee la sua storia della crisi del Pci, se non ho forzato l’interpretazione.

Allora però l’interrogativo si ribalta a carico dello stesso Ingrao: era uno dei massimi dirigenti del Pci, alcuni dicono fosse anche il pupillo di Togliatti e forse anche un possibile candidato alla successione. Di certo era uno dei capi della maggioranza, e in breve tempo, addirittura pochi mesi, passa in minoranza e ci rimane fino alla fine. A me è sempre apparso un passaggio misterioso, non chiarito pienamente in sede storiografica, e non raccontato in modo convincente dai protagonisti. L’inedito fornisce alcuni indizi non risolutivi.

Siamo stati abituati a vederlo in minoranza e fatichiamo a immaginarlo in maggioranza, eppure per diversi anni egli interpreta il ruolo in piena ortodossia. Come nel passaggio del terribile Comitato Centrale del ’61. Togliatti fa un discorso quasi indisponente nell’eccesso agiografico verso i sovietici; probabilmente parla in quel momento alla tribuna del suo partito avendo a mente il suo ruolo di dirigente del movimento comunista internazionale, impegnato a influenzare Chruščëv verso una ricomposizione con i cinesi. Dall’altro lato, Amendola sferra un attacco inaudito contro Mosca e a difesa della libertà del dissenso, mentre Ingrao elude la questione, pronunciando il suo più brutto discorso e isolandosi persino dai suoi, poiché Natoli chiede il congresso straordinario. Tutti i giocatori sono fuori posto in quella cruciale partita che poteva cambiare la storia del Pci.

È reticente, a mio avviso, la spiegazione che consegna a queste pagine. Dice di non essersi fidato dell’improvvisata e irruenta richiesta di libertà del dibattito che veniva da Amendola. Bene, ma ciò non significa che non potesse riprendere l’argomento a modo suo; invece si schiera con la maggioranza a prescindere dai contenuti, come non farà mai più in seguito.

Successivamente Togliatti riprende la sua politica e anzi accentua lo spirito di ricerca. Forse è consapevole che il suo mondo è al tramonto e cerca strade nuove: promuove il convegno sulle tendenze del neocapitalismo; porta Rossana Rossanda a Roma a dirigere la politica culturale, con quello che significa per lui la battaglia delle idee; tesse rapporti con i laburisti inglesi e i progressisti americani, come dimostra la recente pubblicazione delle lettere; pronuncia il discorso ai cattolici di Bergamo che è anche un rilancio gramsciano; e infine il suo testamento nel memoriale di Yalta. Sotto questo ombrello Ingrao accelera la ricerca sulla transizione al socialismo, che già era un revisionismo togliattiano, pur in sintonia con il Migliore e anche frenato dalla sua autorità, mentre l’altro revisionismo di Amendola avrebbe portato all’unificazione con i socialisti e alla conclusione della vicenda comunista italiana. I due revisionismi, a mio parere, erano le uniche soluzioni possibili per cogliere le novità del mondo. La mancata vittoria di entrambi costituisce l’inizio del declino del Pci, che sarà visibile solo venti anni dopo.

La copertura di maggioranza per Ingrao prosegue anche nei primi passi della segreteria di Longo, il quale incarica proprio Rossanda di scrivere per il Comitato Centrale un documento di strategia che però viene impallinato dal voto contrario di alcuni ingraiani, un segnale di una gestione perlomeno maldestra della corrente in fieri.

Ma come si arriva al ribaltamento? Perché Ingrao arriva isolato e sancisce il suo isolamento all’XI Congresso? L’inedito non dà una risposta ma fornisce due indizi di una riflessione incompiuta. Pietro ripensa ai suoi errori alla rovescia, partendo dai successi degli atri, di Amendola nel partito e di Trentin nel sindacato. Di Amendola sottolinea l’orgoglio di sentirsi il leader. È solo un accenno, ma evidenzia la vittoria dell’avversario che gestisce la corrente senza farlo vedere, anzi coprendosi dietro l’unità del partito. Invece, egli mostra la riluttanza e l’incertezza a gestire la sua corrente a causa del suo irriducibile qui e altrove: quel suo muoversi da solo senza organizzare i suoi, apparendo una frazione senza esserlo compiutamente. Non caso ricostruisce questo passaggio in modo tortuoso. Dice, non volevo dichiarare l’esistenza della frazione per non anteporre la questione della disciplina ai contenuti del discorso, ma è proprio ciò che accade e il discorso rimane famoso per la bellissima frase “Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso”.

Riflette sull’obiezione che viene da alcuni dei suoi, forse Trentin, che sarebbe stato meglio parlare solo dei contenuti, evitando il tema del dissenso, ma si dà poi una risposta ben al di là della vicenda congressuale. Dice: “In quel tempo non era più possibile separare i contenuti della lotta sociale e le forme dell’agire politico. C’era una domanda sociale che chiedeva voce e non stava più nei vecchi contenitori e nei loro codici” (pp. 120-1). Non si trattava cioè di una regola disciplinare, ma veniva a galla una questione più profonda. Era la precoce consapevolezza dell’affanno di quella forma-partito già nell’Italia degli anni sessanta e la ricerca di nuove forme politiche che poi lo impegnerà tutta la vita. È molto critico della risposta che viene sulla questione dal movimento studentesco: “avvertivo una distanza interiore verso l’elitismo dei leader sessantottini quasi tutti incapaci della pratica dell’ascolto e non sono stato troppo sorpreso del rapido incenerirsi della loro stella” (p. 140). Mentre, invece, troverà più avanti nel movimento delle donne i pensieri e le pratiche più feconde per il ripensamento delle forme dell’agire politico.

La Città del lavoro

Sulla vicenda dell’XI aggiunge una considerazione illuminante. Le nostre idee, dice, furono battute nel partito ma si affermarono nel sindacato con l’autunno caldo, i consigli di fabbrica, l’autonomia sindacale e l’incompatibilità con le cariche di partito. E inserisce un gioiello letterario con la descrizione dei cortei metalmeccanici più “perentori e imperiosi” di quelli di partito (p. 145).

In questa parte del libro riconosce il merito a Trentin che non si lasciò impigliare nella discussione formale sui rapporti partito-sindacato, ma rimase sul terreno delle scelte concrete del sindacato. È un argomento che corregge ciò che aveva detto poco prima sulla propria condotta e sull’ineludibilità di confronto sulle regole. Queste incertezze, mi sembra, confermino l’incompiutezza dell’inedito e forse i motivi che lo hanno lasciato nel cassetto.

Non a caso proprio a Trentin è dedicato l’ultimo capitolo dell’ultimo libro politico, poche pagine di grande spessore teorico, quasi un testamento. Parte da un pieno consenso con Bruno, il quale in La Città del lavoro, il libro dell’anno precedente, aveva ricondotto la sconfitta storica allo statalismo della sinistra, sia comunista sia socialdemocratica, che aveva oscurato il tema della liberazione del lavoro. Vent’anni più tardi, possiamo solo aggravare il giudizio condiviso dai due amici. La statalizzazione non ha riguardato solo l’oggetto, i contenuti delle riforme, ma anche il soggetto, la forma politica e la selezione dei gruppi dirigenti. È il paradosso del nostro tempo che voleva privatizzare ogni cosa e invece ha finito per statalizzare anche la politica, la quale si è incistata nei gangli dell’amministrazione perdendo l’alimento vitale della linfa sociale e culturale. Dal connubio la politica non ha ottenuto più forza, anzi si è indebolita, da un lato dominata dal pilota automatico sovranazionale e dall’altro impoverita di energia popolare.

Eppure la statalizzazione ha avuto esiti politici diversi. La destra è rimasta anfibia, ha gestito con più disinvoltura le leve del potere statale, mantenendo però a modo suo un rapporto con gli istinti profondi, la xenofobia, il rancore e l’egoismo sociale. La sinistra, al contrario, si è consegnata mani e piedi alla statalizzazione e quando si è aperta la grande Crisi e si è determinata la frattura tra le èlites e i popoli europei, si è fatta trovare dalla parte dell’establishment perdendo la fiducia e la credibilità; da qui il crollo del socialismo europeo in quasi tutti i paesi.

Nelle pagine successive Pietro propone un’interpretazione originale del liberismo, oltre la vulgata della deregulation, come nuovo regime politico che rielabora la statualità in un intreccio molto più complesso e soprattutto sovranazionale tra pubblico e privato. È una lettura decisamente insolita per gli anni novanta e oggi si potrebbe confrontare con alcune suggestioni foucaltiane come la nuova Ragione del mondo di Dardot e Laval.

Per il nostro maestro, però, la teoria si coniuga sempre con l’azione e aggiunge un monito a Bruno: stai attento a non esagerare nella separazione tra società civile e statualità perché rischi di sembrare quasi un anarchico e soprattutto ricordati che i “padroni aizzano continuamente quelli che stanno in basso all’odio per il pubblico perché vogliono conquistarli al disprezzo dell’agire politico” (p. 181). È una profezia realizzata oggi con la democrazia minoritaria che tende a scendere sotto la soglia del 50% dei votanti.

Tutto ciò, aggiunge, richiede invece più politica da parte degli attori sociali. Ed è anche l’esortazione contenuta nell’ultimo grande discorso pubblico al Forum sociale di Firenze del 2002: “Non basta la passione vostra, la politica chiede potere e deve saper intervenire sul potere”, parole imprevedibili che suscitano la meraviglia dei giovani dei movimenti. Raccontano i presenti che la sala rimase in silenzio come a dire, ecco il nostro che fare, non ci avevamo pensato. Più avanti, nello stesso capitolo, si spinge a dire che occorre immaginare nuove istituzioni a partire dai processi di liberazione del lavoro.

A tutto ciò Trentin potrebbe rispondere, come fece davanti a Pietro alla presentazione di La Città del lavoro alla Casa della cultura di Milano mentre queste pagine venivano scritte, che per lui il sindacato italiano è stato sempre un soggetto politico e che proprio dal conflitto del lavoro sgorgano i diritti della persona, i diritti sociali e politici e di autodeterminazione della propria vita. Entrambi partono dalla liberazione del lavoro, ma Pietro parla di immaginazione di nuove istituzioni e Bruno di diritti della persona. Credo che qui emerga tra i due amici non solo la differenza delle rispettive formazioni culturali ma una diversa sensibilità verso l’antinomia: qui e altrove per Pietro, qui e ora per Bruno.

Di nuovo si trovano però d’accordo sull’altro corno della sconfitta: la concezione neutra del fordismo, che in una certa misura risale perfino a Gramsci, e soprattutto l’oscuramento del tema alienazione del lavoro, pur compensato dal risarcimento redistributivo ad opera del socialismo novecentesco, i soldoni di Amendola, ma per la verità neppure questi si sono visti negli ultimi tempi. La sottovalutazione sarà fatale poiché il mutamento del paradigma fordista rimetterà in discussione i rapporti di potere, l’organizzazione sociale e gli immaginari collettivi, rendendo così obsoleto l’armamentario teorico e pratico della sinistra.

Qui sorge la domanda dell’oggi: con la grande mutazione il fordismo non scompare, ma per certi versi si accentua non solo nelle condizioni disumane del lavoro in Amazon, che hanno conquistato finalmente le prime pagine dei giornali, ma anche per il fenomeno ancora invisibile dei “nuovi proletari del click“, milioni di persone reclutate in tutto il mondo dalle piattaforme digitali e che svolgono per qualche centesimo micromansioni di validazione dei prodotti dell’intelligenza artificiale.

E tuttavia non è solo il passato che ritorna, ma è una rottura dei vecchi confini e delle paratie del mondo del lavoro, tra lavoro esecutivo e creativo, salariato e autonomo, mercificato e volontario, astratto e personalizzato. Nell’immanenza della nuova forma produttiva non è più possibile neppure immaginare le istituzioni. Nella polvere della frammentazione digitale non sono più pensabili neppure le torri, per riprendere il fulminante verso della sua poesia (p. 208).

Il dialogo tra di loro era non solo un impegno intellettuale, ma anche una relazione affettiva che ha resistito a tanti dissidi. Da parte di Pietro con la peculiare capacità di riconciliare i rapporti umani anche dopo i più duri contrasti politici, atteggiamento ancora presente nella sua generazione in quel miscuglio di “fratellanza e durezza”, come lo chiama in La Pratica del dubbio (p. 30), ma poi sempre più raro tra i dirigenti postcomunisti. E anche Bruno, che pure nei suoi diari intimi, oggi portati alla pubblica lettura, riserva giudizi severi e talvolta sommari verso tutti gli esponenti politici, compreso il nostro maestro, ma poi in un passaggio struggente racconta di aver riabbracciato Pietro e di aver piano tutta la notte (Diari, p. 321).

Nonni e nipoti

Di fronte alla grande mutazione squadernata davanti a noi Trentin avrebbe altri argomenti per rispondere, e Pietro a sua volta porrebbe sicuramente nuove domande. E noi continueremmo ad ascoltare l’uno e l’altro, fino a quando ci accorgeremmo che è solo un sogno ad occhi aperti. I due maestri non sono più con noi, e non ci possono indicare la strada. Dobbiamo trovarla con i nostri incerti pensieri. Lo ricordo soprattutto alla mia generazione, che è stata fortunata ad avere questi e tanti altri maestri, ma è stata sommamente ingenerosa non riuscendo a consegnare granché alla generazione successiva.

Così i giovani militanti di oggi sono senza maestri e si formano tra di loro, anche rifiutando la lezione dei genitori. Curiosamente sono più affascinati dalla testimonianza dei nonni e dei bisnonni, da Corbyn a Sanders. Si trovano nella stessa situazione dei giovani del dopoguerra: Pietro dice che anche loro non hanno avuto maestri, perché c’era stata la notte del fascismo.

La nostra generazione ha fatto il suo tempo, oggi possiamo solo dedicarci a curare la Memoria, consegnando le carte alla generazione successiva perché si connetta con l’esperienza dei nonni. La cura amorevole di Maria Luisa Boccia e di Alberto Olivetti verso l’Archivio Ingrao, da cui scaturisce questo libro, è nel suo piccolo un esempio dei compiti che spettano a quelli della nostra età.

L’augurio ai giovani che prenderanno in mano l’inedito è di leggerlo in connessione ideale con i nonni e con le parole di Walter Benjamin: “C’è un’intesa segreta tra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra”.

1 commento

  1. Coluccio Saverio

    Ho letto tutto con interesse. Certo che, di maestri come questi ne avremmo bisogno.

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