Una ragione democratica per votare

L’appello della Presidente del CRS in vista del Referendum di domenica 17 aprile.

Una ragione democratica per votare

Il web è in questi giorni fitto di post per il SI al referendum del 17 aprile. Ne ho condiviso alcuni, diversi per fonte e messaggio, per comunicare proprio l’ampiezza e la diversità del Si. Contrastare infatti la disinformazione semplicistica e riduzionista e’ la prima esigenza.

Nel merito io non aggiungo nulla. Trovate tutti gli argomenti per capire e per convincervi delle buone ragioni del SI se vi concedete un po’ di tempo per un giro su Fb. E questo lo dovete trovare.

La sola cosa infatti che non si puo’ accettare e’ l’indifferenza e la sottovalutazione(non serve a nulla; per fermarle un po’ prima e per non estrarre un po’ di petrolio). L’ambiente e’ il bene comune per eccellenza, la politica energetica e’ la scelta strategica decisiva per il futuro, il voto e’ lo strumento diretto che abbiamo per influire, sia pure di un grammo, su questo.

E non si può tacere la gravità, di più il vulnus democratico, dell’invito del premier all’astensione. Un modo per depotenziare il potere democratico. Coerente con l’ idea e la pratica del potere che ha ispirato l’Italicum e la revisione della Costituzione: un potere esercitato dall’alto con la delega di pochi e nell’assenza dei più. Politicamente coerente ma inaccettabile da parte del capo del Governo.

Una ragione politica e democratica per andare a votare. Se si crede, anche solo un minimo, alla democrazia.

Maria Luisa Boccia, Presidente del CRS

5 Commenti

  1. Andrea Vannucci

    [errata corrige, chiedo scusa – se accettato di moderatori, sostituisce il precedente]

    Gentilissima presidente,

    gli argomenti proposti in questi giorni a sostegno o critica del non votare hanno alimentato un certa confusione.

    Scegliere di non esprimersi su un referendum non equivale all’astensione, e certo neanche al non esercitare il diritto di voto, né nella sostanza né nella norma.

    Partiamo dalla seconda: la legge Costituzionale (tanto spesso mal citata nei giorni scorsi) giustamente indica il voto come un “dovere civico” in rapporto alle elezioni (art.48), ovvero quando è richiesto a tutti i cittadini di concorrere alla composizione di organi rappresentativi. Invece, nella disciplina lo strumento referendario (art. 75) come parte del processo legislativo si definisce chiaramente che la facoltà di esprimersi sul quesito abrogativo è un “diritto”.

    La differenza non è solo formale: il referendum non è concepito come strumento di espressione di indirizzo politico generale, ma segnatamente a fine solo abrogativo, come ulteriore opportunità per forzare il legislatore a intervenire su temi in cui la sua capacità si sia dimostrata limitata. Per questo è previsto che l’abrogazione scatti solo a fronte di un quorum di votanti: perché se i cittadini non ritengono di doversi esprimere sul punto, esistendo già una legge perfettamente legittima formatasi nelle istituzioni preposte, non si vede perché una minoranza, per quanto sinceramente convinta, dovrebbe decidere la decadenza delle norme.

    E veniamo allora alla sostanza: proprio in quanto la mancanza del quorum produce nell’iter del referendum un effetto noto e definito a priori, la scelta dei cittadini di non partecipare va riconosciuta come non solo perfettamente legittima, ma anche pienamente efficace e rappresentativa di una effettiva volontà: non abrogare. Non quindi come per l’astensione nelle elezioni, dove far mancare il proprio contributo è oggettivamente una rinuncia a un ruolo democratico.

    Il riferimento di queste riflessioni al referendum previsto Domenica è banale: chi ritiene di non votare vuole che la legge resti quella che è. Stigmatizzare questa posizione, democraticamente rispettabilissima, come “indifferenza” e “sottovalutazione” è esagerato e strumentale. Per quanto i fautori del Si ritengano di essere amanti dell’ambiente e impegnati per il bene comune, l’opinione di chi invece ritiene la legge vigente già valida, merita di essere rispettata? o no?

    Saluti

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    • maria luisa boccia

      gentile andrea vannucci, grazie innanzitutto per le sue osservazioni di merito. è vero che il voto nel referendum abrogativo ha una funzione diversa da quella del voto politico e che la stessa indicazione del quorum lo evidenzia. tuttavia sono convinta che l’invito a non votare da parte di chi ha responsabilità istituzionali, o le ha avute all’apice del nostro ordinamento, sia grave e sbagliato, proprio perché è dichiaratamente un giudizio negativo sul ricorso stesso al referendum, dunque sull’esercizio del potere democratico da parte dei cittadini. Sia il presidente del consiglio, sia il presidente emerito Giorgio Napolitano hanno infatti usato parole molto nette “pretestuoso”, “inopportuno”, perfino una “bufala”. Merita oltretutto ricordare che questo referendum è stato richiesto da Regioni, ed è la prima volta che accade, perché sono state private di competenze, su una materia così rilevante per il territorio in cui esercitano il potere di governo. tanto più era, ed è, necessario, rispettare la volontà di modificare una disposizione del governo. Ma trovo in linea di principio, sia sul piano politico che su quello istituzionale, che vada tenuto ben distinto, il diritto ad astenersi – e ci mancherebbe!- del singolo e della singola, dall’invito a non partecipare ad una consultazione democratica, diretta, al fine di delegittimarla. Tanto più in un fase storica, ed in un contesto politico, come è quello attuale in Italia, pesantemente segnato da sfiducia nelle istituzioni e nei partiti. Come ho scritto, quell’invito appare coerente con, e motivato da, una concezione della politica come delega al decisore, a chi deve fare, in fretta e senza intralci. Questo alimenta distacco, indifferenza, anche ostilità come sappiamo. Sarebbe “opportuno” tenerne conto, favorendo e non disincentivando, partecipazione, sostanziata da informazione e confronto sul merito delle scelte. Non vi è stata né l’una, né l’altra, e non credo per l contrario, è proprio l’invito all’astensione che se ne è avvalso.
      Infine, io rispetto certamente chi ritiene che vada bene la legge così com’è, e si astiene. Non mi sembra che il presidente del consiglio rispetti chi la pensa all’opposto, quando parla di “bufala”. E questo, se permette, ha un peso politico ben più rilevante. A conferma della mia lettura del suo invito. Quindi ribadisco: chi ha cuore la democrazia, respinga quell’invito, e domenica vada a votare, Si o No. O anche scheda bianca, se non sa cosa preferire. Le schede nell’urna, in questo caso, hanno un valore politico, simbolico, preciso:voglio contare, non lascia fare a chi ha il potere.

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    • Amedeo Aniballi

      Inviterei il cittadino Andrea Vannucci, in quanto interpellato, a votare semplicemente NO,( riprendendo l’ultima parola della sua ampia riflessione).
      Cordiali saluti

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  2. stefano ciccone

    chi ritiene che la legge debba essere mantenuta può legittimamente votare NO. Altro è sommare surrettiziamente il proprio voto al non voto di quanti non partecipano per indifferenza, disaffezione generale, per pigrizia, per disinformazione. Si tratta di due comportamenti completamente diversi. peraltro in uno scenario molto diverso dal periodo in cui la Costituzione venne promulgata dove la partecipazione al voto si è abbassata strutturalmente. Non a caso la stessa riforma in discussione propone una rimodulazione del quorum in relazione alla partecipazione al voto generale. E’ evidente che il governo ha scelto scientemente di sprecare circa 300 milioni di euro per evitare il voto in concomitanza delle amministrative per alimentare l’astensione. Sommare non partecipanti e contrari e attribuire a tutti coloro che non partecipano al voto l’effettiva volontà di non abrogare la legge mi pare evidentemente una forzatura. Se si ritiene che l’attuale Legge sia corretta e debba restare in vigore e se si vuole sostenere questa proposta senza furbizie si dovrebbe partecipare al dibattito pubblico contribuendo all’informazione consapevole dei cittadini e poi votare no affrontando lealmente il confronto politico. Che poi l’invito al non voto venga da chi ha un ruolo istituzionale mi pare ulteriormente negativo.

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  3. costantino cea

    Gentile Andrea Vannucci, è vero, come lei sostiene, che nel caso di consultazioni referendarie il non voto ha un valore diverso da quello che avrebbe in una ordinaria consultazione elettorale; però, se il non voto va considerato una legittima espressione della volontà di non abrogare una norma, non si capisce perché il legislatore abbia previsto anche l’espressione di un voto negativo; sarebbe stato più semplice limitare le opzioni a due: un voto per abrogare, un non voto per mantenere. Certo, in questo caso si sarebbe potuto eccepire una inevitabile non segretezza del voto, ma non so quanto questa eccezione sarebbe fondata. Nel merito, al di qua del valore simbolico e, se vuole, anche ideologico di questo voto, mi piacerebbe capire quali finalità si sia voluto perseguire con l’abbattimento dei limiti temporali delle concessioni estrattive; mi creda non riesco a capire quale vantaggio possa venire alla cittadinanza dalla preclusione della possibilità di rinegoziare di volta in volta, le concessioni ad ogni scadenza, a seconda delle opportunità del momento; opportunità che invece con questa norma non possono essere colte.
    Sinceramente

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