Referendum, parliamo del merito

Un’analisi sul merito della riforma costituzionale: Gaetano Azzariti legge il testo alla luce delle contraddizioni e degli inviti plebiscitari rivolti all’elettorato

Referendum, parliamo del merito

(Da Il Manifesto del 23/08/20016)

È cambiata la strategia comunicativa del Governo. Si è passati dalla richiesta di un plebiscito personale all’affabulazione seduttiva. Non era più possibile continuare a chiedere un voto sulla persona per nascondere le storture della riforma costituzionale una volta calata la popolarità del leader. Da qui la necessità di definire una nuova linea di condotta, che si sostanzia nel dichiarare reale ciò che è soltanto uno slogan. Lo schema è il seguente: in primo luogo si afferma di volere discutere il merito della riforma per poi snocciolare una serie di parole d’ordine prive di ogni riscontro.

Così, il merito coinciderebbe, senza incertezze, con il taglio dei parlamentari, la riduzione dei costi della politica, la semplificazione dei poteri delle Regioni, la fine del bicameralismo perfetto. Sbagliano inoltre tutti coloro che ritengono si ponga una questione di democrazia, poiché la riforma non riguarda i poteri del Governo. Questo il copione seguito con scrupolo nell’ultima fase da tutti degli esponenti politici della maggioranza e interpretato, mirabilmente, da Matteo Renzi. Posta in questi termini solo un pazzo (o un nemico personale del premier o chi difende la propria poltrona) potrebbe votare No al referendum. Solo un pazzo però può credere a questa storia fantastica. Vediamo di prendere sul serio quanto viene affermato, seguendo l’invito sacrosanto di discutere nel merito la riforma.
Si dice che si riducono i parlamentari, si tace dello squilibrio che ciò produrrà. Pur rimanendo entrambe le Camere titolari di importanti funzioni legislative e di delicatissimi poteri di nomina, il Senato sarà composto da soli 100 membri, la Camera rimarrà con tutti i suoi attuali 630 deputati. È ragionevole? È saggio lasciare un ramo del Parlamento sovradimensionato e l’altro ridurlo ai minimi termini? In base a quale logica di sistema? Il sofisma del taglio dei parlamentari se non prevede il confronto con la realtà si riduce a vuota retorica. La verità è allora un’altra. La riduzione produrrà scompensi: da un bicameralismo perfetto passeremmo ad un bicameralismo sbilanciato. Ne vale la pena? Perché non si è seguita la strada della riduzione equilibrata ovvero quella ancor più radicale dell’abolizione di uno dei due rami del Parlamento?

Si rivendica una riduzione dei costi della politica guardando agli spiccioli e ai margini della realtà. Si tace sul fatto che i privilegi dei deputati non vengono toccati (immunità, indennità, status), mentre nessuna attenzione viene dedicata ai costi che dovranno essere pagati a seguito della riforma. In fondo basterebbe ridurre di un decimo il trattamento economico di tutti i nostri parlamentari per avere risparmi più significativi ed equi rispetto a quelli proposti. Se, inoltre, si volesse prendere sul serio la riforma ci si dovrebbe anche far carico delle spese future, ad esempio quelle relative alla verifica delle politiche pubbliche e all’attività della pubblica amministrazione che viene assegnata al Senato. Spero che nessuno voglia far credere che una nuova funzione così impegnativa possa essere esercitata a costo zero. Una riforma costituzionale che ha un prezzo, dunque. In sé non c’è nulla di male, ma se si vuol guardare al merito più che ai risparmi bisognerebbe guardare ai costi. Si dichiara che avremmo un potere regionale più semplificato, si tace sul significato e il senso di tale affermazione. Il trasferimento di tanti poteri al centro farà perdere alle nostre Regioni gran parte della loro autonomia politica (fatte salve le Regioni a statuto speciale che sono state miracolate dalla riforma e senza nessuna ragionevole motivazione sono state esentate dagli effetti di questa ricentralizzazione dei poteri), pur se esse continueranno a svolgere un ruolo decisivo a tutela dei diritti sociali (la salute in primo luogo). Gli equilibri tra centro e periferia andranno a mutare a favore del primo: si tratta del fallimento del regionalismo italiano e la riproposizione di un centralismo che ridisegna l’articolo 5 della nostra Costituzione adeguando i principi e i modi della legislazione più che «alle esigenze dell’autonomia e del decentramento» a quelle dello Stato unitario. Limitare tutto ciò solo ad una semplificazione dei poteri regionali mi sembra quantomeno riduttivo. Si gioisce per la fine del bicameralismo perfetto, si tace su ciò che lo sostituirà. Lo slogan («la fine del bicameralismo») è tra i più seducenti, ma anche tra i più facili a proporsi, poiché oggi nessuno difende il sistema bicamerale. La vera questione è però palesemente un’altra. La forza di una riforma, infatti, non si può misurare sulle criticità dell’esistente, bensì sulla capacità di fornire soluzioni migliori. Ebbene è proprio questo il lato peggiore della riforma proposta, essa non dà soluzione ai reali problemi del presente. Non rafforza l’autonomia del Parlamento, bensì prendendo a pretesto la necessità di abbandonare il bicameralismo paritario separa le due Camere asservendo la prima al Governo tramite una legge elettorale che permette ad un solo partito minoritario nella società di appropriarsi della maggioranza dei seggi necessari per conquistare il Governo della Repubblica, riducendo la seconda Camera ad un organo invertebrato senza un ruolo costituzionale definito e dalla debolissima legittimazione politica. Certo rallegrarsi per la riduzione dell’autonomia del Parlamento appare più difficile che non compiacersi per il superamento del bicameralismo perfetto.
Oltre a queste parole d’ordine false o almeno fuorvianti si afferma che non c’è da temere per le sorti della nostra democrazia poiché la riforma non estende i poteri del Governo. Bizzarra considerazione, che si sostiene in base ad un ben gracile sofisma. Ci si può appigliare al fatto che le disposizioni costituzionali relative al Governo (articoli 92-96) sono state solo marginalmente riscritte (sebbene la fiducia della sola Camera e il voto a data certa non sono due misure di poco conto). Ma la stravaganza di tale affermazione è data dal fatto che in tal modo si tende ad occultare la ragione stessa della riforma e il suo più originale carattere. Questa volta, infatti, a differenza di esperienze passate, il rafforzamento del Governo è perseguito indebolendo gli altri organi costituzionali, dal Parlamento alle Regioni. Nessuno credo può seriamente pensare che non incida sul ruolo costituzionale dell’esecutivo la modifica del ruolo del
Senato, la riduzione dei poteri delle Regioni, accompagnate da una legge elettorale che spiana la strada per il Governo ad un solo partito. Se si volesse veramente discutere nel merito la riforma costituzionale di questo dovremmo parlare

Invia commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Share This