Scopi e iniziative della Scuola Critica del Digitale

Presentazione e resoconto delle attività svolte dalla Scuola Critica del Digitale, promossa dal CRS, a partire dal 2017

Scopi e iniziative della Scuola Critica del Digitale

Scuola Critica del Digitale

La Scuola critica del digitale è un progetto del Centro per la Riforma dello Stato che ha come obiettivo lo sviluppo di una consapevolezza critica delle trasformazioni che le tecnologie digitali stanno producendo nei più diversi ambiti: nel lavoro, nella scuola, nelle relazioni sociali, nella politica, nella pubblica amministrazione, nella cultura.

Questa trasformazione è generalmente descritta mediante una retorica positiva della innovazione digitale, che si presenta come uno dei pilastri della più generale retorica del conflitto tra vecchio e nuovo. Ma questa retorica non riesce più a nascondere le contraddizioni e le criticità che sempre più spesso caratterizzano gli utilizzi prevalenti delle tecnologie digitali.

Si è raccontato che grazie alla disponibilità della rete si sarebbero presentati e affermati nuovi modelli di società. La realtà è andata nella direzione opposta. Invece di promuovere più cooperazione sociale la rete si è affermata come la principale risorsa di una competizione senza esclusione di colpi, come il dispositivo abilitante per l’individualismo e il narcisismo più spudorato.

Si è parlato di autodeterminazione del lavoro. Al contrario, le pratiche di profilazione riguardano sempre più direttamente il lavoro, sia quello dipendente, sia quello autonomo nelle diverse forme in cui viene erogato, compresi ad esempio i dispositivi di costruzione della reputazione nelle più recenti esperienze di sharing economy. Inoltre l’applicazione pervasiva delle tecnologie digitali sta determinando, anziché la conquista di nuovi spazi di libertà per le persone, la totale sovrapposizione dei tempi di vita e di lavoro, cancellando il concetto di orario di lavoro temporalmente delimitato a favore di una idea di indiscriminata flessibilità (“smart working”) che in molti casi serve ad ammantare di presunta modernità vecchie pratiche di sfruttamento.

Si è detto che la rete avrebbe consentito una più larga partecipazione democratica alla vita delle amministrazioni e della politica. Al contrario si è estesa la potenza e l’efficacia della comunicazione politica unidirezionale, l’uso dei big data per pratiche di persuasione occulta, la sentiment analysis come parodia della democrazia deliberativa, l’appropriazione da parte degli amministratori della competenza civica diffusa senza alcuna cessione di potere.

Si è affermato che sarebbe stata possibile la libera riusabilità della conoscenza disponibile in rete. Invece regolamenti europei e nuove forme di diritti di accesso, trasferiscono nel contesto digitale, in forme spesso inapplicabili, le vecchie leggi del copyright.

Si è predicato che la ricchezza delle relazioni sociali avrebbe trovato nella rete un nuovo strumento per la sua espressione. Al contrario le grandi piattaforme sociali sono diventate lo strumento di forme inedite ed estremamente redditizie di sfruttamento economico delle emozioni, degli affetti e delle passioni individuali.

Allʼutilizzo della rete per organizzare la lotta politica anche nei contesti politici più repressivi si sovrappone la possibilità di un controllo sociale senza precedenti, che usa la profilazione delle opinioni e dei comportamenti individuali come strumento principale dell’esercizio del potere.

Nasce da queste considerazioni l’utilità e la necessità di un progetto formativo che abbia come obiettivo principale la crescita della consapevolezza critica dei processi di trasformazione in atto.

Questo progetto formativo non si rivolge alla ristretta cerchia degli addetti ai lavori, una platea limitata e già potenzialmente dotata degli strumenti di conoscenza necessari.

Si rivolge invece a tutti coloro che nel loro lavoro e nella loro vita fanno un uso intenso della tecnologia digitale, e che, proprio per questo, avrebbero necessità di dotarsi di strumenti adeguati di consapevolezza critica.

Le attività formativa riguardano nuclei tematici di significativa attualità che già hanno sollecitato attenzione critica da parte degli osservatori più attenti e indipendenti e che, per la loro natura, si prestano non solo ad essere oggetto di una approfondita comprensione critica, ma che offrono anche la possibilità di costruire competenza operativa su pratiche di opposizione e/o di progettazione e utilizzo alternativi.

Le attività formative che sono state svolte a partire dal 2017 hanno riguardato i seguenti argomenti.

4,5 maggio 2017

Profilazione, identità, controllo: seminario di autodifesa digitale

a cura del collettivo Ippolita docenti: Lavinia Hanay Raja e Karl

Le nostre identità digitali sono composte da sentimenti e informazioni sempre più strettamente intrecciati tra loro. Quando condividiamo via web ci sentiamo al contempo più gratificati e più informati. Stiamo lavorando? Siamo sfruttati? Di certo, siamo sempre presenti e al contempo proiettati in un altrove, siamo come anime elettriche in estasi permanente. Perché nella ribalta mediatica dei servizi gratuiti, dove ci esercitiamo nella disciplina della pornografia emotiva, si disegna una diversa unità tra mente e corpo. Ci troviamo in uno spazio continuo di sollecitazioni e senza accorgerci siamo alla mercé di un potere dopante e manipolatorio. Ma la partita è tutta da giocare. Con uno sguardo antiproibizionista facciamo un giro dietro le quinte della società del controllo, alla ricerca di vie di fuga e tattiche di autodifesa.

Vogliamo promuovere una presa in carico innanzitutto individuale, quindi collettiva, dei punti deboli che costituiscono i vissuti comportamentali ed emotivi quotidiani. Partire dalle idiosincrasie individuali per costruire conflitto nel senso di dissonanza e diserzione rispetto alla norma data (co-costruita con il sistema di controllo), e per trasformarle in altrettanti punti di forza. Costruire consapevolezza individuale delle proprie e altrui possibilità-difficoltà-automatismi in un contesto condiviso per ribaltare la prospettiva, ampliare gli spazi di autonomia, insegnarci a vivere interazioni mediate con umani e non-umani al di fuori dell’ottica consumista, prestazionale e gerarchica.

7 giugno 2017

Big Data: Grandi sfide e Grandi preoccupazioni

docente: Carlo Batini, Università Bicocca di Milano

Una guida critica per orientarsi nell’opaco intreccio di opportunità e minacce generate dalla sterminata quantità di informazioni digitali oggi disponibili.

La nostra vita e la vita delle organizzazioni e delle comunità è sempre più caratterizzata da una grande disponibilità di dati digitali, generati da nuove tecnologie e fonti come i telefoni cellulari, l’Internet delle cose, le reti sociali e in generale il Web. Come per altre tecnologie, i dati digitali non sono neutrali, perché hanno un impatto molto rilevante per la qualità della vita, la ricerca, i fenomeni sociali, i temi etici. Tra questi, il tema della privacy è quello più analizzato. Questo impatto genera grandi sfide e grandi preoccupazioni.

Le grandi sfide riguardano la possibilità di creare un gran numero di nuovi servizi basati sui dati digitali, la possibilità di analizzare i fenomeni in profondità e nel tempo, per creare nuovi e più efficaci modelli interpretativi e predittivi, in domini come la genomica, la diagnosi e cura delle malattie, i processi produttivi delle aziende, la qualità della vita delle persone.

Le preoccupazioni riguardano la tensione tra sfruttamento economico dei dati e loro valore come bene comune, le nuove forme di digital divide legate alla ineguale disponibilità di dati, il prevalere di modelli quantitativi rispetto a modelli qualitativi nella comprensione della realtà, e molti altri che saranno analizzati nel seminario. Scopriremo che questi temi sono ambivalenti, e che la spinta verso un utilizzo virtuoso ovvero distorsivo dei dati digitali richiede una presa di coscienza personale e collettiva e la esplorazione di una prateria ancora in gran parte sconosciuta.

5 ottobre 2017

Capitalismo delle piattaforme e delle emozioni

docente: Lelio Demichelis, Università dell’Insubria

Il capitalismo sta cambiando nuovamente e in modalità tecnica, divenendo appunto tecno-capitalismo. Dove a dominare non è solo la forma-merce (anche), quanto e soprattutto la forma-tecnica, cioè il modo con cui la tecnica – intesa come apparato di apparati, oggi la rete – modella su di sé, facendone una copia conforme e congrua, la società intera e l’intera vita degli individui. A nostra insaputa, o con il nostro entusiastico consenso, perché la tecnica ci affascina, ci seduce, ci fa innamorare di sé. Forme capitalistiche e tecniche che però producono specifiche norme di organizzazione e di funzionamento sociale, ben più vincolanti di una legge.

La tecnica (le macchine) e il capitalismo (i mercati e le merci) funzionano in modo integrato e biopolitico (oltre che auto-propulsivo) e fanno funzionare gli uomini e le società secondo due dispositivi ferrei, sempre validi dalla prima rivoluzione industriale a oggi: da una parte, suddividere/individualizzare il lavoro e la vita (con i relativi processi di alienazione e di de-socializzazione e personalizzazione del lavoro e del consumo); per poi ricomporre le parti suddivise in qualcosa che sia maggiore della loro semplice somma (mascherando l’alienazione e offrendo forme social di socializzazione, la sharing economy e il condividere come mantra). Solitamente si concentra l’attenzione sui processi e sui meccanismi di suddivisione, meno su quelli di totalizzazione/integrazione/ricomposizione, in realtà più importanti dei primi anche se decisamente meno evidenti. Per i quali servono appunto gli apparati tecnici, ieri la catena di montaggio, oggi la rete. Rete nata libera e anarchica ma che sempre più diventa forma del capitalismo, per di più oligopolistico (la Silicon valley), ma anche sempre più emozionale-esperienziale/narcisistico-prometeico.

Dove non è più la razionalità calcolante a dominare i processi e i dispositivi capitalisti e tecnici, ma il pathos calcolabile per attivare e accrescere opportunamente la prestazione di ciascuno all’interno della incessante dynamis del tecno-capitalismo.

7 novembre 2017

Lavoro e capitalismo delle piattaforme

docente: Antonio Casilli, Università Télécom ParisTech

L’attenzione crescente di chi studia, per modificarle, le nuove forme che assume il lavoro si rivolge sempre più spesso alle attività quotidiane di miliardi di utilizzatori di servizi online le quali, pur sfuggendo a un inquadramento salariale, sono produttrici di valore. Per un numero crescente di lavoratori, di semi-professionisti, di persone in cerca di impiego, di semplici utilizzatori, il lavoro passa dalle piattaforme digitali.

Al centro dellattenzione è la capacità di queste grandi infrastrutture tecnologiche di comandare non solo il lavoro esplicito e frammentato di quote crescenti di lavoratori sempre più precarizzati, dalla logistica alla produzione intellettuale, ma anche il lavoro implicito” più o meno volontario e gratuito degli utilizzatori, spesso strumentalizzando a ni commerciali concetti come condivisione, partecipazione, collaborazione

Dalla fornitura di servizi (come su Foodora) alla creazione di contenuti (come su Youtube), dalla produzione di dati (come su Google) al perfezionamento di sistemi di intelligenza artificiale (come su Amazon Mechanical Turk), queste nuove forme di lavoro digitale sono spesso invisibili e presentate come attività accessorie rispetto al lavoro tradizionale. Eppure esse incanalano, contrattualizzano e misurano la performance degli utilizzatori umani e li articolano con operatori non umani (bots, intelligenze articiali, etc.).

Ma generano anche nuovi conitti sociali legati, ad esempio, al riconoscimento delle condizioni di produzione e della proprietà sui prodotti distribuiti per mezzo di Internet.

Di fronte allo strapotere di nuove e vecchie piattaforme, un numero crescente di rivendicazioni collettive si organizza e si manifesta.

Rinnovo del sindacalismo, nuove iniziative della società civile, altri movimenti: si sta avviando una nuova stagione di lotte sociali legate ai diritti fondamentali, alla redistribuzione del reddito e ai rapporti di potere connessi alle tecnologie digitali.

2 dicembre 2017

Leggere Tecnopolitica di Stefano Rodotà a 20 anni dalla pubblicazione

Giuseppe Allegri, Vittorio Alvino, Maria Luisa Boccia, Fiorella De Cindio, Juan Carlos De Martin, Lelio Demichelis, Giulio De Petra, Arturo Di Corinto, Ida Dominijanni, Anna Carola Freschi, Francesco Marchianò, Michele Mezza, Giovanna Sissa, Vincenzo Vita

Era il 1997 quando fu stampata la prima edizione di “Tecnopolitica” di Stefano Rodotà. Stupefacente è l’attualità e la lungimiranza di un testo dal quale molti degli studiosi che oggi si occupano degli effetti politici della trasformazione digitale hanno tratto i loro strumenti di interpretazione. La proposta di rileggere questo libro non ha solo l’obiettivo di riprendere i temi analizzati nei suoi capitoli e di verificarli alla luce della attualità, ma anche quello di riflettere sulle conseguenze dell’enorme accelerazione della trasformazione digitale di questi ultimi venti anni e in particolare sui suoi effetti sulla forma e sui contenuti dellazione politica. Gli anni in cui il libro è stato pubblicato sono gli anni in cui la diffusione della rete inizia ad estendersi, ma in cui nessuno degli attori oggi egemoni aveva ancora iniziato la sua attività. Era allora viva (anche se ancora non diffusa) l’idea che i nuovi strumenti digitali potessero abilitare un cambiamento positivo nella società e nella politica. Oggi gli studiosi più attenti iniziano a denunciare il ribaltamento di quella speranza e il consolidarsi di un utilizzo del digitale che rafforza gli aspetti più negativi dell’organizzazione della politica e della società, e nasconde i suoi meccanismi di funzionamento mediante una diffusa retorica positiva dell’innovazione. Ma debole, nonostante questa denuncia, sembra essere oggi la capacità di analisi critica, come se gli anni che ci separano dalla pubblicazione di Tecnopolitica, e la potenza economica e seduttiva del digitale, avessero offuscato la lucidità interpretativa che possiamo invece ritrovare nelle pagine di Rodotà. Rileggerle oggi potrà aiutarci a ritrovare il rigore e l’efficacia di una capacità critica non condizionata dalla superficiale contingenza del quotidiano.

23 febbraio 2018

La Progettazione Partecipata delle Tecnologie Digitali

in collaborazione con la Fiom di Roma e del Lazio

docenti: Vincenzo D’Andrea, Università di Trento e Francesco Garibaldo, Fondazione Sabattini

Accanto e insieme ad una critica rigorosa e informata dei principali attuali utilizzi del digitale, che è stata sviluppata nei precedenti incontri della Scuola Critica del Digitale promossa dal CRS, è emerso l’interesse ad analizzare la possibilità di utilizzare le tecnologie digitali per applicazioni/piattaforme socialmente utili e possibilmente prive degli elementi negativi che caratterizzano le grandi piattaforme sociali oggi egemoni.

Questa possibilità di realizzazioni “alternative” si basa generalmente su una diversa caratterizzazione degli utenti, delle finalità, delle regole d’uso, e delle tecnologie in gioco (come per esempio l’uso di software libero ed a codice aperto). Tuttavia questo non è sufficiente senza entrare nel merito delle modalità di progettazione e realizzazione, cercando di garantire la coerenza tra le caratteristiche degli strumenti realizzati e gli obiettivi del loro utilizzo.

È qui che entra in gioco la “progettazione partecipata”, un corpus di metodi, strumenti e pratiche che viene da lontano, che si è nel tempo aggiornata seguendo l’evoluzione della tecnologia digitale e dei suoi utilizzi, e che ha incontrato recentemente un rinnovato interesse non solo tra chi si occupa della progettazione di tecnologie di interesse sociale, ma anche, significativamente, tra chi, nel sindacato, cerca forme di contrasto e di contrattazione adeguate alle caratteristiche della produzione nel capitalismo digitale.

Più forte e socialmente diffusa è la critica verso il digitale “attuale”, più necessaria e urgente è la riflessione se e, soprattutto, come sia possibile un digitale a sostegno di una diversa organizzazione della società, dell’economia e della politica. Nel seminario discuteremo possibilità e limiti della partecipazione in questo contesto, dando anche qualche indicazione di come attuare un processo partecipato in ambito tecnologico.

gennaio, maggio 2018

Persuasori Social: trasparenza e democrazia nelle campagne elettorali digitali

coordinatori: Fabio Chiusi e Antonio Santangelo, centro Nexa, Politecnico di Torino

Internet e i social media stanno rapidamente mutando il volto delle campagne elettorali. La diffusione di messaggi politici a pagamento personalizzati, e dunque diversi, per ciascun utente, senza che tutti gli altri ne siano a conoscenza (dark ads). Profili automatizzati (bot) che diffondono contenuti politici, alterando lagenda mediatica e ingannando gli elettori circa il reale consenso creatosi intorno a unidea o proposta politica. Disinformazione costruita ad arte per sfruttare la disintermediazione consentita dalle reti sociali (fake news). Interferenza occulta di soggetti stranieri nel processo democratico, tramite hacking o manipolazione dellinformazione. Fenomeni oggetto di studio dalla comunità accademica in tutto il mondo, che la politica e le istituzioni in assenza di regole stabilite, come per gli altri mezzi di comunicazione non sanno come affrontare. Non solo. Anche strumenti tipici del periodo elettorale nel contesto italiano la “par condicio, il divieto di sondaggi nelle ultime due settimane precedenti il voto e il silenzio elettorale nelle ultime 48 ore della competizione cambiano profondamente nel contesto dei social media, sollevando domande circa la loro applicabilità e utilità in quei nuovi spazi digitali di formazione del consenso. 

Il laboratorio partecipato del progetto Punto Zero a cui hanno preso parte istituzioni, piattaforme digitali, partiti politici, agenzie di comunicazione, sindacati, associazioni di categoria ed esperti ha affrontato le molteplici domande sollevate dalluso politico-elettorale di tutti questi strumenti. 

Chiedendosi, per esempio, se e come regolamentare luso di pubblicità politica sui social media, con quali criteri minimi di trasparenza e con che responsabilità in capo a quali soggetti. Se fenomeni mediaticamente molto discussi, ma scientificamente altrettanto discutibili, come le fake newse lingerenza straniera nel processo democratico necessitino o meno di un intervento specifico del legislatore. Se gli utenti abbiano il diritto o meno di sapere se un profilo con cui interagiscono su una piattaforma digitale sia appartenente a un umano o sia, invece, una macchina. Se la par condicio, il divieto di sondaggi e il silenzio elettorale, così come li conosciamo, abbiano ancora senso. 

Il progetto Punto Zero ha operato secondo un metodo innovativo, che ha coniugato rigore scientifico e partecipazione dei portatori di interesse. Allinizio di gennaio ogni partecipante ha ricevuto un rapporto esaustivo, stilato dal team del progetto, sullo stato dellarte in materia di campagne digitali, così da favorire un dibattito che parta da una base di conoscenze comuni. Nei mesi di febbraio, marzo e aprile sono state discusse, individualmente e in appositi incontri plenari, le istanze e i punti di vista di ognuno, aiutando un confronto consapevole e, se possibile, produttivo di soluzioni. Nel mese di maggio sono state infine prodotte, come risultato, una serie di raccomandazioni concertate e realistiche, destinate principalmente ai decisori politici ed istituzionali, ma anche alla comunità dei ricercatori e degli studiosi che lavorano su questi temi.

23 novembre 2018

Il partito piattaforma. La trasformazione dell’organizzazione politica nell’era digitale

docenti: Paolo Gerbaudo, Tommaso Federici e Fiorella De Cindio

Negli ultimi anni il sorgere di una serie di nuove organizzazioni politiche, partiti anomali talvolta descritti come “partiti movimento” che utilizzano a piene mani i nuovi dispositivi e pratiche digitali, ha riaperto il dibattito sulla natura e sul futuro dei partiti politici.

Abbiamo assistito alla nascita di nuovi movimenti, soggetti e partiti politici che integrano nel loro modus operandi le tecnologie digitali, adottandone le nuove forme di interazione e cooperazione che sono divenute prassi comuni dell’era di Internet e il simbolo dell’era dei social, degli smartphones, delle app, di Google, Facebook e Twitter e della generazione millennial.

Abbiamo di fronte una nuova forma partito per l’era digitale.

7 marzo 2019

Lavoro e alienazione nei tempi (retro) moderni

docenti: Francesca Re David, Lelio Demichelis

La tecnologia e il neoliberalismo scompongono e individualizzano il lavoro, e l’individuo diviene sempre più narcisista, solipsista, isolato ma anche sempre più connesso e integrato nella rete; eteronomo anche se apparentemente autonomo.

Eliminare il sindacato era il sogno di Ford, di Taylor, di Taiichi Ohno, ed emarginare un sindacato (la FIOM) era stato l’obiettivo anche di Marchionne.

Questo sogno sembra realizzarsi oggi grazie alle tecnologie digitali.

La frantumazione crescente del lavoro – passando dalla catena di montaggio alla sharing/gig economy, a Uber e alla uberizzazione del lavoro, al lavoro autonomo e ai free-lance, all’auto-imprenditorialità, resa possibile proprio dalle tecnologie digitali e dal determinismo che le accompagna, rende l’esistenza di un sindacato terribilmente più difficile.

Gli apparati tecnici sembrano espropriare non solo i lavoratori del loro lavoro (anche in quella che viene chiamata economia della conoscenza), quanto ciascuno della capacità e della possibilità di decidere liberamente e consapevolmente della propria vita, del proprio tempo, della conoscenza, tutto oggi venendo delegato ad algoritmi/macchine che imparano da sole. E questa delega alla tecnica non è forse la massima – e la peggiore – forma di alienazione?

La tecnica era un mezzo, usato dall’uomo per fare delle cose; oggi è divenuta – il suo accrescimento incessante e la connessione di tutti – il fine della vita, la forma di vita di miliardi di persone.

Ma se questa è la nuova condizione umana nell’epoca del neo liberalismo iper-tecnologico, cosa è cambiato e cosa cambierà ancora nel rapporto del sindacato con i lavoratori e del sindacato con le imprese?

E come può il sindacato rappresentare e organizzare questo tipo di lavoratori senza fabbrica fisica, senza un luogo fisico di lavoro?

Forse attraverso quella stessa rete/social che individualizza e separa e de-socializza?

Come tornare a governare consapevolmente e magari democraticamente i processi tecnici che tendono a sfuggirci di mano, procedendo quasi a nostra insaputa?

Come è possibile pensare criticamente alla tecnica? Come è possibile ri-conoscere l’alienazione e contrastarla?

8 aprile 2019

En attendant les Robots. Enquête sur le travail clic

docenti: Antonio Casilli e Roberto Ciccarelli

Lo sviluppo delle intelligenze artificiali sembra rendere attuale una profezia ricorrente: la sostituzione degli esseri umani con le macchine farà scomparire il lavoro.

Alcuni si allarmano, altri vedono nella trasformazione digitale una opportunità di emancipazione basata sulla partecipazione e la condivisione.

Dietro le quinte di questo teatro di marionette (senza fili) quello che si mostra è uno spettacolo molto diverso.

Quello degli utenti che alimentano gratuitamente le piattaforme “sociali” con i loro dati personali e con contenuti creativi per il profitto dei giganti del web.

Quello dei fornitori delle start-up della economia collaborativa, il cui connettersi quotidiano serve meno a guidare automobili o ad assistere delle persone, che a produrre flussi di informazioni sul loro smartphone.

Quello dei microlavoratori, inchiodati davanti ai loro schermi, che, a domicilio o nelle “fabbriche di clic”, promuovono la viralità dei marchi, filtrano le immagini pornografiche e violente o interpretano dei frammenti di testo per far funzionare i software di traduzione automatica.

Contro l’illusione dell’automazione intelligente, Antonio Casilli nel suo libro fa apparire la realtà del “digital labor”: una miriade di cottimisti del clic sottomessi al potere algoritmico delle piattaforme, che stanno riconfigurando e precarizzando il lavoro umano.

14 maggio 2019

Tecnologie di controllo e profilazione e diritti dei lavoratori

in collaborazione con la Fiom di Roma e del Lazio

docenti: Giovanni Battista Gallus, Francesco Paolo Micozzi, delegate e delegati Fiom

L’entrata in efficacia del Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali (GDPR – Regolamento UE 2016/679), il 25 maggio 2018, ha riportato al centro del dibattito la necessità di una protezione elevata non solo dei dati personali, ma anche dei diritti e le libertà fondamentali.

In Italia, la riforma introdotta dal Jobs Act all’art.4 dello Statuto dei lavoratori ha generato la (in realtà inesatta) convinzione che i poteri datoriali in tema di controllo degli strumenti informatici usati dal lavoratore siano ammissibili senza limiti (o quasi).

Non solo: sembra oramai scomparsa nell’oblio un’altra norma (pur non toccata dal Jobs Act), e precisamente l’art.8 dello Statuto, che vieta tutt’ora di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.

È infatti invalso l’uso massivo delle indagini effettuate sui social, per scandagliare non soltanto gli aspetti rilevanti ai fini della prestazione lavorativa, ma anche aspetti esterni ed estranei (attività facilitata dalla leggerezza con la quale tanti condividono aspetti anche intimi della propria personalità).

Alle informazioni da fonte pubblica si aggiunge la “gamification” del processo di selezione, presentata come eccitante novità, che è anch’essa idonea a definire un profilo del lavoratore che certo esorbita da quanto previsto dall’art.8 appena citato.

Queste procedure di selezione sono anche caratterizzate dalla spinta automatizzazione delle decisioni, sempre più legate a opachi algoritmi anziché a processi trasparenti e verificabili.

Il seminario si propone di analizzare, in chiave critica, sia la diffusione dei sistemi di controllo a distanza dei lavoratori, sia l’utilizzo di tecniche di profilazione (e automazione dei processi decisionali) sempre più spinte al fine della selezione (e valutazione) del personale.

28 maggio 2019

Capitalismo immateriale. Le tecnologie digitali e il nuovo conflitto sociale

docenti: Stefano Quintarelli (autore del libro), Piero de Chiara, Dario Guarascio, Cinzia Maiolini, Alessandro Montebugnoli

Intermediati di tutto il mondo unitevi! La rivoluzione digitale pone una questione politica.

Possiamo pensare a un futuro in cui, per ogni attività economica realizzata da produttori, chi controlla l’informazione sia rappresentato da pochi intermediari monopolisti/oligopolisti?

In pochi anni le cinque principali aziende del mondo sono operatori che poggiano la loro dominanza sull’intermediazione di qualche mercato verticale. Stiamo osservando una monopolizzazione della rilevanza della dimensione immateriale su quella materiale, nelle modalità di creazione e distribuzione della ricchezza, con un nascente conflitto tra intermediatori e intermediati, con compressione di diritti e garanzie per vaste parti della società e con rilevante influenza politica.

Il predominio degli intermediatori si fonda su un controllo centralizzato dell’informazione, sia in termini di dati che di processi con cui tali dati vengono raccolti, elaborati, comunicati e utilizzati. Ma è il modello opposto a quello con cui Internet è nata e si è sviluppata. Per quanto ancora sarà possibile mancare di rilevare questo nuovo conflitto tra intermediatori e intermediati? Potremo consentire ancora per molto tempo che essa si espanda, verticale dopo verticale, ad altri settori economici, sperando che una nuova mano invisibile risolva i problemi?

Nella attuale forma che ha assunto il capitalismo immateriale, la riduzione di gettito fiscale, il condizionamento dell’opinione politica, le pressioni su lavoratori e operatori tradizionali, il senso di irrilevanza e disagio percepito da larga parte della popolazione e l’esacerbazione del discorso pubblico sono solo epifenomeni derivanti da una causa comune: la prevalenza dell’informazione monopolistica/monopsonistica, figlia di un complesso di regole inadeguate ad orientare lo sviluppo della dimensione immateriale verso obiettivi socialmente desiderabili.

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