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Alcune riflessioni sul primo turno delle elezioni comunali

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Stanca, impoverita, disincantata, la società italiana si è svegliata domenica mattina un po’ meno pigra del solito e ha dato al sistema politico due segnali inaggirabili. Il primo: la narrativa renziana dell’ottimismo forzato, del riformismo forzoso e del leaderismo rafforzato non convince e non vince. Il secondo: il bipolarismo italiano, già morto alle elezioni politiche del 2013, adesso è anche sepolto. Il Movimento 5 stelle, l’alieno venuto tre anni fa a fare da terzo incomodo fra un centrodestra e un centrosinistra già pericolanti dopo il tramonto di Berlusconi, si è installato stabilmente nell’immaginario politico nazionale e a fermarlo non sono bastati gli scongiuri del novello partito della nazione, né nella versione piatto unico né in quella con contorno di Verdini. L’infinita transizione italiana non si ferma neanche stavolta, alla vigilia di un referendum costituzionale che vorrebbe, com’è già stato invano tentato in passato, irreggimentarla in un nuovo apparato di regole: siamo e restiamo – ed è un bene – in un inquieto movimento.

Matteo Renzi ha provato con ogni mezzo a derubricare in anticipo il responso delle amministrative, e ci ha riprovato anche lunedì, a responso emesso. Il quale responso, sostiene il premier, non ha alcun significato generale, è locale e perfino casuale, perché ormai “si vota facendo zapping”. Ma si sbaglia. Non è locale ma generale il salasso di voti del Pd, non è locale ma generale il consolidamento e la crescita del M5s, non è locale ma generale la divisione del fu centrodestra e la riduzione ai minimi termini della fu Forza Italia. L’eccezione Milano, dove due candidati speculari e centristi, sostenuti da due coalizioni compatte, ripristinano lo schema bipolare (tuttavia anche lì “disturbato” da un M5s che passa dal 3,5 a un 10,3 per cento decisivo per il ballottaggio), non fa che confermare la regola, che va in tutt’altra e poco prevedibile direzione.

Detta in sostanza, e cercando di dare un minimo di sfondo storico alla cronaca, la favola è questa. Tramontato, ormai cinque anni orsono, l’astro ventennale di Berlusconi, perno del bipolarismo della cosiddetta seconda repubblica, l’astro nascente di Matteo Renzi non è riuscito, in due anni, a sostituirne il ruolo facendo del Pd il perno ordinatore della supposta terza repubblica, quella che dovrebbe nascere dalla riforma costituzionale. Ci s’è messo di mezzo il terzo incomodo del M5s, ma non si tratta solo di questo, bensì anche, e in primo luogo, di un fallimento del progetto originario del Pd, e poi del Pd renziano. La supposta “necessità storica” del partito a vocazione maggioritaria, la sua supposta centralità come architrave del sistema, il suo supposto destino di espressione e sintesi della “Nazione”, infine la sua supposta funzione di bastione della tenuta del sistema contro l’attacco dei “barbari” pentastellati, tutte queste formule di legittimazione del partito di stato e di governo si infrangono contro la sua ormai evidente emorragia di voti, di insediamento territoriale (a Roma il Pd si rivela, absit iniuria verbis, un partito pariolino), di identità e appartenenza – della quale peraltro non beneficia la sinistra radicale (malamente) organizzata.

Matteo Renzi ha provato in questi due anni a mettere se stesso al posto di tutto questo. La sua persona, la sua energia, la sua parlantina, la sua furia rottamatrice, la sua deriva accentatrice, la sua passione per il potere, fino agli eccessi debordanti della campagna anticipata sul referendum costituzionale. Non basta, con ogni evidenza: da nessuna parte del pianeta, e tanto meno negli Stati Uniti assunti sempre a modello a proposito e a sproposito, la personalizzazione della politica pretende di fare a meno del sostegno di una struttura, di un cervello collettivo, di un lavoro di radicamento territoriale. Alla prima occasione infatti gli elettori, infastiditi dal troppo che storpia nell’ego renziano, hanno detto no grazie, consegnando alla preistoria l’estemporanea infatuazione che gli aveva regalato quel famigerato 40 per cento alle elezioni europee del 2014, fin qui usato e abusato come incontrovertibile fonte di legittimazione del suo governo. Così come hanno detto no grazie alla stucchevole retorica, questa sì bipolare, di un’Italia spaccata fra innovatore e conservatori, allodole e gufi, rampanti e rottamati, comunicatori e parrucconi e via dicendo.

Naturalmente la partita è ancora aperta, anzi com’è noto quella dei ballottaggi è un’altra partita. Nelle prossime due settimane il tripolarismo non mancherà di stupirci con vari effetti speciali, scambi di voti, accordi sottobanco, ulteriori rotture interne alle sigle in campo e quant’altro. Sorprese, anche eclatanti, non sono affatto da escludere e nessun vincitore del primo turno, Raggi compresa, può dormire tranquillo. Difficilmente però i segnali di cui sopra verranno smentiti, nella valenza generale che Renzi occulta.

Nel frattempo, sarebbe saggio tenere presenti tre piccole norme di comportamento. Primo, smettere di liquidare il Movimento 5 stelle con le formule sbrigative – dilettanti, antisistema, barbari all’assalto – con cui è stato liquidato sinora, senza che peraltro nessuno si prendesse la briga di inventarsi una qualche strategia di conquista o di interlocuzione nei suoi confronti. Il Movimento 5 stelle somiglia e non somiglia alle formazioni che in tutti i paesi occidentali stanno rompendo lo schema di gioco bipolare, politico e ideologico, e non è la causa ma il portato della riduzione che il discorso politico ha subìto in Italia nel ventennio passato e della perdita di significato delle identità politiche tradizionali. Secondo, smetterla di rappresentare le città italiane come fortini in preda al panico da invasione dei migranti: la destra xenofoba di Salvini non sfonda da nessuna parte e resta confinata al nord, malgrado le sia stato concesso di occupare stabilmente telegiornali e talk show in omaggio alle regole, vere o presunte, dell’audience. Infine, a proposito di audience: il voto premia due giovani donne, Virginia Raggi e Chiara Appendino, che hanno una retorica minimalista, tutt’altro che urlata, e un’immagine discreta, tutt’altro che esibita. Maghe e maghi del look e della comunicazione politica ci facciano un pensierino.

(Articolo pubblicato su internazionale.it del 7 giugno 2016)

1 commento

  1. ernesto rossi

    Sin dal primo periodo ho difeso i grilli, come quelli che è dall’800 che si spera che il popolo, raggiungesse la capacità di auto-organizzarsi. poi cercai di usare il Forum come mezzo di comunicazione, mi accorsi con disappunto che ne esisteva uno nazionale precluso ai comuni mortali e uno o più locale, chiamato meet-up, alla modica cifra di 19,00 euro al mese te ne ammollavano uno. Al che venni invitato ad un incontro di persona, i membri del meet-up si riunivano per davvero, in un retrobottega. Meraviglia ti incontro un rappresentante di Rifondazione, un altro dei Cobas e altri, insomma stavano tutti lì a cercar di carpire la situazione. Di fatto mi accorsi che l’organizzatore di riteneva anche il padrone delle nostre anime, per il semplice fatto che lui; versava 19,00 euro al mese… Di fatto era un fascista, coadiuvato da qualche allocco cattolico e altri giovani, dico giovani ma nati proprio conservatori, dei soggetti ignoranti tipici dei nostri tempi, un diplomino, una laureetta e questo gli conferiva una saccenteria tutta da recitare, in un bluff continuo, per il resto tutto quel che sapevano era di derivazione aerobica… Arroganti, presuntuosi, superbi, ma soprattutto attori. Il vero problema del popolano attuale, doversi sobbarcare una responsabilità culturale di cui non sono mai stati capaci e mai ne hanno fatto richiesta. Erano soggetti infrequentabili, con posizioni conservatrici e dotati di un buon senso degno di un nonno analfabeta di ormai vetusta memoria. Furbi e con gli occhi sgranati dalla tensione, rispettare la Chiesa che sennò poi non ci votano, per esempio… Gentaccia insomma,consapevoli solo di agire con le spalle coperte da un’organizzazione di cui potevano fregiarsi rappresentanti, pur essendo rappresentanti appena di se stessi. Una dinamica simile al Partito Radicale, dove potevi dichiararti Segretario Provinciale, riconosciuto dal Partito e conosciuto solo al tuo specchio. Sono tutti così,insomma tronfi e consapevoli solo che è il momento giusto per saltare in groppa e pavoneggiarsi in fin dei conti anche più dei loro precursori, perchè sempre in preconcetto, Santo non ha fatto sempre più di Conte? Erano comunque in aperta malafede, arrivavano persino a manipolare il tuo counter delle letture sul Forum, decisi di monitorarli comunque e alla richiesta del mio indirizzo email, gli detti volentieri quello degli stronzi. Feci bene,visto il bombardamento che ne è seguito e mai la spicciano, si è venuta formando così una cospicua mole di dati evolutivi e di affermazioni davvero interessanti. Inutile dire che li lasciai perdere, in fondo riuscii a fargli accogliere la questione del Basic Income, visto che gli conveniva, quale miglior diffusore in fondo per parte mia? Ed ottima cartina di tornasole, vista l’evoluzione che questa egemonia ha preso… Poi all’epoca della prima competizione elettorale, tornai ad osservarli direttamente e scoprii che il meet-up si era diviso, se ne era aperto un altro, alcuni tra i più pompati, con mossa segreta avevano mollato gli altri a tradimento, risultando in fine come candidati, quindi gli accoltellatori avevano il bene placido di Grillo che non perse tempo a benedirli intervenendo con un comizio apposito. Inutile dire l’imbarazzo del coglione originario, ormai sgonfiato ma, impossibilitato ad ammettere quanto lo fosse… Nulla di nuovo sotto il sole dunque, quello che invece andrebbe osservato questo sì è l’elettorato, completamente gratuito e sconosciuto, peggio che per i radicali; peccato che non ci sia nessuno a sinistra in grado di poterlo raccogliere, ne dall’interno, per via del controllo ferreo della “redazione”, ne dall’esterno perchè impresentabili e affatto credibili.

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