Spazi di crescita e vincoli di ragionevolezza

Il paradigma digitale
La Green Economy
I servizi sanitari
Il “capitalismo culturale”
Il terziario povero

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  • La stessa dialettica di espansione materiale ed espansione finanziaria porta infatti a chiedersi su quali terreni – in vista della produzione di ‘che cosa’ – si possa oggi immaginare che la storia di innovazioni radicali da sempre messa in scena dal capitalismo prosegua il suo cammino. In parole povere, quale ‘complesso trainante’ di beni e servizi possa essere al centro, negli anni a venire, di una nuova fase di sviluppo – degna di questo nome, in grado di sconfiggere le tendenze all’ipertrofia del settore finanziario in atto ormai, con alterne vicende, da quasi cinquant’anni, compreso l’assorbimento delle enormi masse di liquidità generate dalle strategie di affrontamento delle crisi del 2001 e del 2008.
  • Dunque, un approccio ‘merceologico’ al tema della crescita, del quale, intuitivamente, non dovrebbe essere difficile cogliere la pertinenza al secondo ordine di interrogativi messo in programma all’inizio della sezione precedente, quello che verte sul rapporto tra la forma merce e i contenuti sostantivi dei bisogni e delle possibilità di ‘sviluppo umano’ che oggi stanno sulla frontiera dell’evoluzione storica. Inoltre, con un minuto di riflessione in più, non dovrebbe essere impossibile rendersi contro che si tratta di un approccio a metà tra positivo e normativo. Appunto: quali nuove ‘ondate’ di innovazioni – dunque quali opportunità di valorizzazione del valore, quale livello del saggio di accumulazione – sono plausibili sul terreno della produzione materiale, tenuto conto dei criteri di profittabilità delle imprese e delle richieste di well being espresse dalla società?
  • Affinché il senso dell’approccio in questione emerga in modo compiuto, è importante aggiungere che un ‘complesso trainante’ di beni e di servizi deve costituirsi attorno a un nucleo di beni e di servizi ‘finali’, cioè destinati al consumo delle famiglie. Indubbiamente, astratto com’è, il processo di valorizzazione del valore può concretarsi indifferentemente nella produzione di beni d’investimento, di beni e servizi intermedi o di beni e servizi finali. Questo, però, è vero soltanto dal punto di vista di ogni singola impresa, perché invece, nel movimento complessivo dell’economia, la produzione degli ultimi citati è implicata in modo affatto inevitabile; e neppure soltanto per ovvie ragioni ‘sistemiche’, legate alla riproduzione della forza-lavoro, ma anche per una ragione che si fa valere all’interno dello stesso movimento di auto-accrescimento del denaro. Con parole di Napoleoni: “Non si tratta di negare che nel modo di produzione capitalistico l’accumulazione trovi in sé la ragione del proprio procedere; ma si tratta di tener conto del fatto (divenuto a noi familiare soprattutto dopo Keynes) che l’investimento di capitale, ossia l’atto che dà luogo all’accumulazione, è sottoposto a un’intrinseca incertezza, dovuta al prolungarsi dei suoi effetti in un futuro conoscibile solo molto imperfettamente; del fatto, inoltre, che l’incertezza non può essere abbassata a livelli compatibili con l’effettivo svolgersi del processo accumulativo soltanto dando un orientamento alla produzione, e che questo orientamento può essere fornito soltanto dal consumo” (finale, delle ‘famiglie’). Insomma, il punto non è soltanto che il processo di valorizzazione del valore ha bisogno di un sostrato materiale formato dalla produzione di valori d’uso, ma anche, in modo più specifico, che quest’ultima deve includere una quantità sufficientemente grande, per citare Smith, “delle cose che rendono piacevole e comoda la vita”. Materiale, si può aggiungere, appunto per sottolineare il fatto che i processi di soddisfazione dei bisogni correntemente intitolati al consumo, che la forma merce deve investire, racchiudono qualcosa come ‘metà’ delle nostre esperienze di funzionamento – l’altra, naturalmente, essendo costituita dalla partecipazione alle attività produttive, dal lavoro, oggetto della prossima sezione. Così, si comprende come il punto in questione costituisca uno snodo cruciale dell’intero programma di ricerca del seminario, incluso il fatto che consente di portare a un confronto particolarmente ravvicinato le due ‘anime’ che lo caratterizzano, già fatte coincidere con la presenza di un registro analitico-esplicativo e di uno fenomenologico-comprendente.
  • In effetti, un gruppo di autori importanti (Reich, Antonelli, Harvey e altri) non ha mancato di selezionare un certo numero di ambiti che sembrano ‘candidati naturali’ a costituire futuri driver della crescita. La riflessione prenderà appunto le mosse dalle loro indicazioni, disponendosi nella forma di una ricognizione che toccherà almeno i seguenti argomenti (d’altra parte caratterizzati da molteplici aree di sovrapposizione):
    quello che ancora è destinato a nascere dal grembo del paradigma digitale,
    la Green Economy,
    il settore dei servizi sanitari,
    gli experience good oggetto degli sforzi di vendita del “capitalismo culturale” (intrattenimento, turismo e dintorni),
    magari con l’aggiunta delle novità organizzative che stanno investendo servizi diffusi e in certo modo ‘poveri’ come quelli di ristorazione, consegna, trasporto a corto raggio, supporto domestico, ecc.
  • Il ragionamento prevede l’attivazione dello schema costruito sul matching di determinazioni materiali e formali già venuto in discussione nel Percorso 1. Più precisamente, l’operazione di confronto riguarderà le ‘caratteristiche intrinseche’ dei settori indicati – iscritte appunto nella materialità dei bisogni, delle attività produttive, delle transazioni – e la ‘soluzione istituzionale’ che coincide con il tipo di rapporti che va sotto il nome di ‘mercato’. In effetti, si tratta di sistematizzare e mettere a frutto un modo di ragionare già leggibile in alcune parti della teoria economica, le cui potenzialità, tuttavia, non sembrano ancora sfruttate fino in fondo. L’essenziale sta nel raggio d’azione della nozione di ‘caratteristiche intrinseche’, che in effetti viene come a inserirsi tra l’ordine delle determinazioni materiali in senso stretto (il ‘cosa’ dei bisogni e delle attività, affidato ai loro stessi nomi) e quello delle determinazioni formali, mediandone il rapporto. In concreto, si tratta di argomenti come le economie di scala, l’intensità di capitale fisso, la sostituibilità del lavoro vivo, il grado di esposizione al progresso tecnologico, il livello degli investimenti specifici, la completezza dei contratti, la distribuzione delle informazioni pertinenti, il grado di incertezza degli outcome, la rivalità del consumo e le possibilità di ‘regolarlo’, i livelli delle esternalità positive e negative, il grado di ‘posizionalità’ dei beni, il tempo e i livelli di effort richiesti dai processi di ‘assimilazione’ dei valori d’uso, le stesse possibilità di ‘delega’ delle attività e dei conseguimenti, il peso di molte delle voci che precedono sulle condizioni di formazione delle preferenze, altro ancora. Come si vede, un insieme di dati diversissimi, che unitariamente, tuttavia, secondo l’ipotesi di lavoro che sarà esplorata, forniscono un buon punto di vista per ragionare criticamente di quanto e quanto bene gli obiettivi di valorizzazione del valore custoditi dalle istituzioni capitalistiche possono presiedere al corso delle cose negli ambiti di cui al punto precedente, ai quali, giova ripetere, ‘un po’ tutti’ (istituzioni capitalistiche comprese) guardano come a possibili driver della crescita per gli anni a venire, e che effettivamente, per tanti aspetti, stanno sulla frontiera dell’evoluzione storica che riguarda la vita materiale.
  • Ognuno di essi sarà oggetto di un esame approfondito, il cui tenore, qui, può essere soltanto suggerito da titoli puramente evocativi:
    la calviniana ‘leggerezza’ del paradigma digitale, puntualmente riflessa in una bassa intensità di capitale fisso, che non gioca a favore dell’assorbimento di grandi masse di mezzi monetari (al riguardo, Antonelli parla proprio di “capitali superflui”);
    il carattere non tumultuoso della Green Economy, legato al fatto che per tanti versi, dalle questioni legate alle compatibilità ambientali, si ricava l’immagine di un’econo-mia che deve ‘tornare sui suoi passi’ e assumere un diverso grado di ‘riflessività’;
    nel campo dei servizi sanitari, il classico tema delle asimmetrie informative che gravano sulle transazioni, nonché le caratteristiche dell’attuale fase di transizione epidemiologica, che spostano l’equilibrio tra servizi professionali e fattori di promozione e protezione della salute agibili piuttosto in situazioni di ‘mondo vitale’;
    più in generale, l’attrito tra il paradigma del ‘progresso tecnologico’ e il paradigma della ‘cura’, che non riguarda soltanto il settore sanitario in senso stretto;
    la paideia a rovescio dell’industria culturale, vale a dire profondità delle ragioni di ‘fallimento del mercato’ legate alla nozione di experience goods quando si tratta di beni e servizi che intervengono a formare non tanto i giudizi (come sempre accade) quanto le capacità di giudizio dei consumatori.
  • Se poi, nella ricognizione, si include anche il tema che negli ultimi scritti di Carlo Donolo è intitolato alle “trasformazioni dell’umano”, o del “bioma umano”, come talvolta si esprimeva, si ottiene un banco di prova ancora più severo – visto che l’argomento prende corpo tra questioni di enhancement, modificazioni della mente (dunque non soltanto vesti della soggettività) legate alla rete, esiti delle possibilità di manipolazione genetica, mutamenti della sessualità, altro ancora. Purtroppo, il seminario, del quale Carlo è stato uno degli ideatori, non potrà giovarsi della sua presenza. Ma i suoi ultimi scritti, perlopiù non pubblicati, saranno comunque messi a disposizione dei partecipanti, e aiuteranno a porsi la seguente domanda: se è vero che la realtà dei nostri corpi e delle nostre menti è esposta a mutamenti del tipo da lui intravvisto, che riguardano proprio i ‘codici’ delle capacità e dei funzionamenti, come pensare che una materia tanto delicata, fatta di nervi tanto scoperti, possa essere oggetto di interventi a gamba tesa, come in genere sono quelli della forma merce animata dal demone dell’accumulazione?
  • Nel complesso, all’esito della ricognizione, la seguente tesi: in effetti, a metà tra ragioni positive (le valutazioni implicite nel sistema dei prezzi) e ideali (le valutazioni esplicite legate alla domanda ‘come vogliamo vivere’), le condizioni di domanda e offerta vigenti sui mercati dei beni e dei servizi attesi a svolgere un ruolo ‘trainante’ rendono difficile immaginare un ammontare di investimenti abbastanza alto da sconfiggere la tendenza all’ipertrofia del settore finanziario in atto ormai da quasi cinquant’anni. La questione, giova ripetere, riguarda la quantità di merci (piuttosto che genericamente di beni e di servizi) che può essere prodotta ‘con profitto’ dal punto di vista, rispettivamente, dei capitalisti e della società; e la tesi è che per più di una ragione, o meglio per ragioni di diverso genere, confidare in nuovi e gagliardi passi avanti del processo di mercificazione, puntare al loro compimento, non sembra cosa buona e giusta.

 

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