Superato il veto di Polonia e Ungheria, a che prezzo?

La soddisfazione generale per essere usciti dal vicolo cieco in cui il veto di Polonia e Ungheria aveva cacciato i decisivi provvedimenti sul bilancio pluriennale dell’Unione Europea e, di conseguenza, la messa in campo del Recovery fund, ha messo in secondo piano il merito del compromesso che ha sbloccato la situazione e i problemi tutt’ora irrisolti

Superato il veto di Polonia e Ungheria, a che prezzo?

Foto di USA-Reiseblogger da Pixabay 

 

Il Recovery fund è strettamente legato al bilancio dell’Unione perché i finanziamenti che la Commissione Europea cercherà di ottenere dal mercato finanziario avranno come garanzia il bilancio stesso.

In pratica, si sono realizzati i tanto invocati Eurobond senza dichiararlo.

Insieme al bilancio è stato approntato un regolamento finanziario per l’erogazione dei fondi.

In questo regolamento il Parlamento Europeo ha ottenuto che fosse contenuta la clausola del rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto, le cui inadempienze potrebbero ledere gli interessi economici dell’UE.

Non si tratta, quindi, di una sanzione alle violazioni dello Stato di diritto tout court, ma alle ricadute di esse sugli interessi economici dell’Unione.

Questo fa capire anche i limiti di questo Regolamento poiché, non è detto che tutte, o la maggior parte delle violazioni, abbiano un impatto economico, ma è anche vero che in un regolamento finanziario, forse, non si sarebbe potuto ottenere di più.

Ciò nonostante, Polonia e Ungheria hanno provato a bloccare il regolamento in questione, ma non sono riuscite a mettere insieme una minoranza di blocco che ne impedisse l’approvazione, visto che, in questo caso, era sufficiente la maggioranza qualificata per approvarlo.

Da lì il veto sul bilancio che, al contrario, per l’approvazione ha bisogno dell’unanimità.

Il veto è un’arma di ricatto estrema per chi lo utilizza, ma esso genera reazioni anche verso chi lo esercita, infatti, tra le soluzioni percorribili, si stava prendendo in considerazione la possibilità di aggirarlo con un accordo a 25 che escludesse i due Paesi in causa.

Tutto ciò, a mio avviso, ha reso Polonia e Ungheria altrettanto interessate a venirne fuori. Anche perché, il blocco del bilancio e, di conseguenza, dei fondi, avrebbe avuto un impatto negativo anche per le loro economie.

Il ruolo della Germania e il prestigio personale della signora Merkel ha fatto il resto.

L’accordo che ha sbloccato la situazione si fonda sul fatto che i due Paesi possono fare ricorso alla Corte di Giustizia Europea avverso il Regolamento e questo non ne dovrebbe, nel frattempo, sospenderne i benefici economici.

Si tratta di guadagnare uno o due anni per arrivare alle elezioni polacche del 2022 e ungheresi 2023.

Ma chi dovrebbe garantire l’attuazione di questo accordo?

Il Presidente del Parlamento Europeo, Sassoli, ha dichiarato che un “regolamento” è legge ed entra in vigore immediatamente senza bisogno delle ratifiche nazionali e nella ultima Sessione Parlamentare è stato effettivamente e definitivamente approvato.

In più, proprio in questi giorni, la Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Ungheria per il non rispetto dei diritti dei richiedenti asilo e la Polonia per aver violato il diritto UE in materia di indipendenza della Magistratura.

La Commissione, che ha il compito di elaborare le linee guida per l’attuazione del Recovery fund, pare orientata, per ora, ad applicare il regolamento senza deroga alcuna.

Come si capisce, il contenzioso è solo rinviato ed è bene che le Istituzioni Europee si attrezzino per non disperdere la credibilità acquisita in questi mesi difficilissimi grazie alle politiche adottate, così diverse rispetto alla crisi del 2018.

Se vogliamo trarre un bilancio politico da questa vicenda dobbiamo innanzitutto dare atto del ruolo del Parlamento Europeo che si è battuto con coerenza e tenacia per ottenere il Regolamento, visto anche il fallimento nella messa in opera dell’art.7 del Trattato sul rispetto dello Stato di Diritto, la cui attuazione è naufragata a causa della necessaria unanimità.

Ma proprio sull’applicazione dell’articolo 7 del Trattato è il caso di tornare, non solo per l’unanimità che ne impedisce la sanzione finale consistente nella perdita del diritto di voto nel Consiglio, ma perché, come si è visto, il Regolamento in questione è uno strumento parziale che non può sostituirlo.

L’esperienza fin qui fallimentare pone una questione più di fondo e cioè l’attribuzione al Consiglio di questa competenza.

Il progetto di Trattato di Altiero Spinelli, non a caso, prevedeva che fosse la Corte di Giustizia a pronunciarsi, anche per evitare che i diritti e le libertà divenissero oggetto di accordi o di mediazioni politiche se non di un vero e proprio mercato tra i Governi, come abbiamo visto accadere anche in questa vicenda.

Questa soluzione è ancora possibile e risolverebbe anche l’annosa questione della modalità di voto.

La Commissione Europea esce rafforzata nelle sue competenze perché, per la prima volta, dispone della possibilità di utilizzare il Bilancio a garanzia di prestiti per politiche nuove ed espansive, e perché torna in primo piano la questione delle “risorse proprie dell’Unione” per anni accantonata.

Il Consiglio appare ancora una volta prigioniero della regola dell’unanimità difficile da sormontare, perché qualsiasi cambiamento dei Trattati prevede anch’esso l’unanimità.

Queste, con tutta evidenza, sono le conseguenze delle costruzioni intergovernative e se oggi il ruolo della Germania e il prestigio personale della signora Merkel sono state in grado di tirare la palla in avanti e uscire dall’impasse, domani chi potrà farlo se non un sistema istituzionale e Costituzionale all’altezza?

Il limite dell’operato della Cancelliera sta proprio qui e cioè nel non aver saputo, o voluto, impegnare il suo peso politico per riaprire il cantiere delle riforme necessarie.

A questo proposito, che fine ha fatto la Conferenza sul futuro dell’Unione?

Intanto non va sottovalutato il ruolo del Parlamento; in un tempo in cui la democrazia parlamentare viene presentata come inconcludente rispetto al ruolo degli esecutivi e degli staff tecnocratici, l’Europa ci mostra altro.

Quel Parlamento, infatti, è stato l’unico tra le Istituzioni Europee a prendere parola a sostegno della lotta delle donne polacche oltre ad aver conferito il premio Sakharov per la libertà di espressione al movimento democratico in Bielorussia egemonizzato anch’esso dalle donne, ed infine, ad essersi pronunciato con durezza sui casi di Giulio Regeni e Patrick Zaki.

Di questi tempi, non è poco.

Qui il PDF

2 Commenti

  1. Mariagrazia Rossilli

    ottimo commento

    Rispondi
    • PASQUALINA

      Grazie

      Rispondi

Invia commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Share This