Torniamo allo Statuto? Il Senato e la democrazia italiana

Facebook Twitter Google+ Stampa Quando Sidney Sonnino nel 1897 scrisse sulla “Nuova Antologia” il celebre Torniamo allo Statuto, era un conservatore che contrastava l’avvento delle masse e dunque la democrazia. Il nemico da debellare era per lui il sempre maggiore potere conquistato dal parlamento come organo della sovranità popolare. Sul punto Sonnino era chiaro: “in […]

Torniamo allo Statuto? Il Senato e la democrazia italiana

wahlkreuzQuando Sidney Sonnino nel 1897 scrisse sulla “Nuova Antologia” il celebre Torniamo allo Statuto, era un conservatore che contrastava l’avvento delle masse e dunque la democrazia. Il nemico da debellare era per lui il sempre maggiore potere conquistato dal parlamento come organo della sovranità popolare. Sul punto Sonnino era chiaro: “in un Governo fondato quasi totalmente sull’elezione, manca nella sua alta direzione della cosa pubblica la rappresentanza dell’interesse collettivo generale”. Insomma se il sistema politico si fondasse “totalmente sull’elezione”, cioè se Camera e Senato avessero espresso in pari misura la sovranità popolare (nei termini di oggi ‘dare la fiducia’) questo non sarebbe più stato in grado di assicurare “alta direzione” ovvero tutela dell’“interesse collettivo generale”.

Da sempre per conservatori e reazionari “interesse generale” e democrazia si elidono. Qualche volta anche per ‘progressisti’ e ‘rivoluzionari’. Ma c’era anche un altro elemento implicito nell’antiparlamentarismo di Sonnino. Anch’esso inquietante se visto con riferimento all’oggi: il presidenzialismo populista ed autoritario. Nei termini di allora: il boulangismo. Lo denunciava Domenico Farini nel suo Diario di fine secolo. In una nota la pretesa di Sonnino di dare al re poteri che in verità non aveva mai avuto, era definita una “vera follia”, così come “fare la scimmia a Boulanger in Italia, drizzandosi contro il così detto parlamentarismo, è ridicolo semplicemente”.

Ora il dibattito italiano di oggi per ‘ridicolaggine’ non è secondo a nessuno. Donde anti-parlamentarismo, anti-partitismo, anti-politica. Occorre fare un punto. Anche perché la discussione pubblica pare bloccata, quasi ‘incantata’ da stili e argomenti cui non si sa opporre una discorso critico, alternativo.

Eppure l’articolo 55 della nostra Costituzione recita: “il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”. Secondo l’articolo 70: “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. L’articolo 94 infine: “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”.

L’esprit de sistème della Costituzione “più bella del mondo” è straordinario. Questi tre articoli, letti sinotticamente, integrano gli estremi di una compiuta dottrina della forma di governo democratica. Così riarticolabile: 1) le Camere sono due; 2) il Parlamento è un tertium, che però è un prius relazionale e funzionale; c’è insomma primato della relazione sui termini, che sono solo articolazioni strutturali di un insieme complesso ma unitario; simul stabunt e, se si amputa un pezzo, una Camera, è l’insieme parlamento che cadet; 3) non c’è funzione legislativa (la più importante di ogni parlamento democratico) se non è esercitata “collettivamente”, cioè paritariamente dalle “due Camere” (escluso cioè il Governo, il Presidente della Repubblica, ecc.); 4) la norma di chiusura del nostro sistema costituzionale stabilisce poi che l’esecutivo la “fiducia” deve averla dalle “due Camere”.

Andrea Manzella ha acutamente ragionato di tutto ciò. Intanto sottolineando la “grande novità” dell’articolo 55 della Costituzione, perché “nel vecchio Statuto non si parlava di ‘parlamento’, ma solo delle due Camere; né esistevano momenti di loro agire unitario”, come ad esempio con il Parlamento “in seduta comune”; con l’aggiunta però che il Parlamento della Repubblica è ben altro della semplice riunione congiunta per eleggere il Presidente della Repubblica o nominare i Giudici della Corte Costituzionale, ma rappresenta il centro di imputazione unitaria dell’intero sistema di rappresentanza, conoscenza e decisione democratica. In questo senso se ne può concludere che dal momento che “l’art. 55 Cost. ha introdotto non già il bicameralismo, che c’era già in epoca statutaria, ma la nozione di ‘parlamento’, ci si trovi di fronte ad una forma particolare di monocameralismo, o a un bicameralismo di significato esclusivamente procedurale” (1) (perché funzionalmente invece la struttura del nostro sistema parlamentare è “complessa”, ma unitaria).

Ai terribles semplificateurs che oggi vogliono ‘abolire’ il Senato si potrebbe obiettare che il “monocameralismo” in Italia c’è dal 1948, ma certo gli si dovrebbe chiedere lo sforzo di distinguere fra struttura e funzione… Per questo sempre Manzella, in uno scritto più recente, ha ricordato, che “prima di sostituire il Senato con un non-Senato bisogna stare attenti ad aggiustare le cose storte senza perdere di vista l’equilibrio del sistema tutto intero”. Anche secondo Nadia Urbinati non si ‘taglia’ il Senato per risparmiare: “l’argomentazione è pessima perché le istituzioni si dovrebbero riformare per ragioni politiche, non perché sono costose. La democrazia non è costosa: essa esiste o non esiste” (2). È il Torniamo allo Statuto del XXI secolo.

Certo l’attacco resta insidioso. Gli ambienti confindustriali da tempo, almeno dal 2012 con il Manifesto per la Cultura, propongono di annullare il Senato come organo politico. Per ridurlo a mero ‘pensatoio’ di pretesi ‘esperti’. Sul supplemento del “Sole 24 Ore” dell’8 dicembre 2013, Armando Massarenti ha parlato espressamente di “Senato della Conoscenza”. La “riforma del bicameralismo” dovrebbe portare ad un Senato come “luogo delle indagini conoscitive, del controllo dei fatti del monitoraggio dei saperi”. A scanso di equivoci, “il modello è la House of Lord”, cioè un organo pletorico di 826 membri (l’attuale nostro Senato ne ha ‘solo’ 315), nominati a vita, che non possono sfiduciare il Primo Ministro, ecc. E mentre in Gran Bretagna si discute (da anni invero) di trasformarla (almeno all’80%) in camera elettiva, in Italia dovremmo importarne il “modello”? Sono pensieri e propositi dall’inquietante retrogusto di classe. Contro i poveri, contro gli ignoranti, contro la parità fra i cittadini, contro la democrazia.

La sinistra deve sforzarsi di definire un discorso alternativo, non essere corriva culturalmente prima ancora che politicamente con elitismo ed antidemocrazia.

Il bicameralismo va mantenuto appunto come presidio di democrazia, idem l’elezione diretta degli parlamentari; semmai con una migliore ripartizione delle competenze fra le due Camere e gli Enti Locali. La riforma dei partiti è indispensabile, non però la loro negazione, da ottenersi magari a mezzo della revoca dei finanziamenti pubblici. Questi sono un dovere per lo Stato e una necessità per la democrazia. Conseguire un contenimento dei costi è semmai possibile intervenendo sul numero dei parlamentari; la riduzione a 200 senatori e 400 deputati porterebbe risparmi senza intaccare un ganglio vitale della democrazia. Quanto al contrasto del malcostume politico occorre piuttosto una seria legge sulla corruzione, sul falso in bilancio, sulla trasparenza, sul conflitto d’interessi.

Se la sinistra italiana invece che vent’anni di chiacchiere, avesse fatto queste cose, non avremmo avuto Berlusconi, né Grillo, né Renzi. La questione morale va dunque portata a progetto politico alternativo rispetto al mainstream populista e antipolitico. Per questo servono una nuova sinistra e un nuovo centro-sinistra, cioè un’altra visione della democrazia e della politica.

(1) A. Manzella, Il Parlamento, I ed. 1977, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 85. (2) Urbinati, op. cit.

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