Un europeismo critico per una nuova politica

Il brano è estratto del paper “Towards a new European polity? Social Democrats and the 2014 EP elections”, elaborato durante il terzo ciclo del FEPS Young Academic Network. Traduzione di Nicola Genga

Un europeismo critico per una nuova politica

Il brano è estratto del paper “Towards a new European polity? Social Democrats and the 2014 EP elections”, elaborato durante il terzo ciclo del FEPS Young Academic Network. Traduzione di Nicola Genga

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In una situazione di crisi come quella attuale, l’idea di Europa suscita rigetto in tutto il continente. Per questo, è molto difficile lanciare un messaggio suggestivo che sappia coinvolgere indistintamente tutti gli europei. Ciò nonostante, è necessario enfatizzare il valore dell’empatia tra gli europei per rinnovare un progetto civico condiviso, che permetta all’UE di rappresentare gli interessi della maggioranza dei suoi cittadini.

Di fronte a noi abbiamo un mondo socialmente sempre più insicuro. La maggioranza degli elettori in Europa si percepisce come perdente, all’interno di un sistema socioeconomico che promuove la disuguaglianza. La socialdemocrazia non deve essere percepita come l’incarnazione dello status quo ma, al contrario, deve essere in grado di incanalare la domanda di cambiamento di questa nuova maggioranza. Insomma, la famiglia socialdemocratica non può accontentarsi di “più Europa”, bensì sostenere un “europeismo critico”.

Bisogna riconoscere che nella situazione attuale la capacità dei cittadini di incidere sulle questioni economiche attraverso il voto è molto limitata. Nessun processo che ci avvicina a un miglior coordinamento delle politiche economiche ci restituirà la vecchia sovranità degli Stati nazionali. Se vogliamo davvero ottenere un governo dell’economia su più ampia scala è essenziale cambiare il paradigma e partire dal presupposto che siamo un una situazione postnazionale, che difficilmente può fondarsi sulla stessa legittimazione democratica del passato. Con il suo “trilemma politico dell’economia mondiale”, Dani Rodrik ci dice che possiamo scegliere solo due elementi su tre fra sovranità nazionale, democrazia e integrazione economica (1). Un più ampio governo dell’economia, infatti, renderebbe l’ordine internazionale più efficiente, ma non rafforzerebbe il protagonismo dei cittadini. Oggi, non è più possibile intraprendere una politica economica progressista su scala nazionale.

I progressisti europei devono affrontare la dicotomia tra democrazia, da un lato, ed efficienza fondata su una legittimazione più larga. Non sarebbe difficile trovare un sistema istituzionale europeo che possa assicurare una rappresentanza dei cittadini in istituzione capaci di agire in modo significativo. O, in altre parole, l’uscita progressista dalla crisi attraverso una “buona società” non può che essere europea. L’unico modo di andare verso una economia più egualitaria e un futuro più giusto è costruire un’alternativa progressista a livello europeo.

È probabile che il risultato elettorale sia molto equilibrato. Le nostre proiezioni, basate su sondaggi e risultati elettorali dei 28 stati membri (2), mostrano che il PSE e i partiti a esso riconducibili potrebbero conquistare circa 202 seggi, con un minimo di 183 e un massimo di 221. Il suo principale avversario, il PPE, potrebbe ottenere circa 211 seggi, con un minimo di 193 e un massimo di 223. Altre proiezioni indicano il gruppo dei progressisti leggermente in vantaggio sui conservatori (3). Considerato il piccolo margine, la campagna gioca probabilmente un ruolo decisivo. In queste circostanze, uno spostamento di pochi punti percentuali nei paesi che per popolazione, e quindi numero di seggi disponibili, costituiscono il “cuore” della consultazione – Germania, Francia, Regno Unito e Italia – potrebbe essere l’ago della bilancia in una o nell’altra direzione. Anche se può sembrare controintuitivo, il Regno Unito offre potenzialmente il più ampio serbatoio di seggi per il gruppo Socialista e democratico. Un altro elemento della dinamica elettorale 2009-2014 è quello che vede i S&D guadagnare seggi, mentre i popolari ne perdono. La grande domanda è se questa oscillazione sarà sufficiente a portare in testa i progressisti.

In termini coalizionali, il risultato più probabile è la prosecuzione dell’informale grande coalizione tra i due maggiori gruppi esistenti nel Parlamento europeo, analogamente a quanto accaduto di recente in Italia, Germania e Austria. La novità del prossimo Parlamento, e anche qui c’è una similitudine con i casi nazionali citati, è la flessione della percentuale ottenuta dai due partiti principali messi insieme. I due gruppi più grandi, infatti, sfioreranno probabilmente il 55-56% dei seggi, situazione che non si vede nel parlamento europeo dagli anni ’70-’80. La percentuale di parlamentari non iscritti a gruppi o riconducibili a partiti non affiliati a partiti o a coordinamenti politici europei dovrebbe crescere sensibilmente, e con essa la frammentazione dell’assemblea.

La nomina del candidato alla Presidenza della Commissione da parte dei capi di Stato e di governo sarà il “momento della verità” in cui si capirà quanto davvero i cittadini hanno voce in capitolo nel decidere chi guiderà la Commissione europea. Data la dichiarazione del cancelliere tedesco Angela Merkel a proposito dell’assenza di un automatismo tra la designazione fatta dai partiti e la nomina (4), ciò sarà ancor più vero nel caso in cui i progressisti dovessero ottenere la maggioranza relativa dei seggi e, di conseguenza, il nome del loro candidato dovrà passare al vaglio di un Consiglio Europeo egemonizzato da governi conservatori.

Da un’analisi del tendenziale declino elettorale che, nel lungo termine, i partiti progressisti hanno conosciuto nei quattro grandi paesi prima menzionati, si evince che questi partiti condividono un problema di scarsa aderenza della propria offerta politica alle trasformazioni sociali indotte dalla crisi. Questa è una delle cause del crescente indebolirsi del legame tra questa famiglia politica e la constituency che essa intende rappresentare.

In vista delle elezioni europee, i socialisti e i socialdemocratici di tutta Europa si confrontano con una sfida cruciale: da una parte, il tentativo di rianimare il progetto europeo durante quella che è probabilmente la più grave crisi politica dalla sua fondazione, e di restituire speranze a cittadini che sempre di più lottano con la disoccupazione e il peggioramento delle loro condizioni di vita. Dall’altra, avere a che fare con questi compito implica anche una riconsiderazione dell’identità socialista e del suo sistema di valori. Nelle loro recenti esperienze di governo, i socialisti sono infatti sembrati più preoccupati di rassicurare le banche e l’UE che i cittadini.

Le prossime elezioni europee saranno, dunque, una prima occasione per dimostrare la volontà politica di tornare a credere nei valori e negli ideali socialisti. Tuttavia, restano in piedi alcune grandi contraddizioni che rischiano di ostacolare la vittoria socialista, malgrado il fallimentare approccio neoliberista che ancora impedisce all’Europa di sprigionare il suo potenziale. Nei paesi in cui i socialisti e i socialdemocratici sono al potere, come Italia, Francia e Germania, essi non si dimostrano diversi o migliori dei loro predecessori, oppure sono costretti a grandi coalizioni che ne limitano la vocazione riformista e li fanno apparire agli occhi dei cittadini come “uguali agli altri”.

Ma c’è un altro aspetto che ha dominato l’approccio politico e la performance elettorale dei socialisti e socialdemocratici nell’ultimo ventennio. Nel tempo, forse in risposta alla cosiddetta “fine delle ideologie”, la tendenza è stata quella di pensare più alla vittoria elettorale a breve termine che al perseguimento di una visione politica della società da dispiegare nel lungo periodo. La tattica elettorale, il marketing e la comunicazione hanno spesso avuto il sopravvento sulla strategia politica, le idee e le riflessioni sulla società e il suo mutamento. Ciò, in definitiva, ha portato a un crescente allontanamento di questi partiti dalla società. Le elezioni del maggio 2014 sono una occasione unica per ristabilire un legame con i cittadini e la speranza verso il progetto europeo. Anzi, possono essere viste come un primo passo verso un nuovo modo di fare politica.

Note

(1) D. Rodrik, The Globalization Paradox: Why Global Markets, States, and Democracy Can’t Coexist Oxford University Press Oxford 2011.

(2) La proiezione usa dati dei sondaggi (fonte electionista.com, europe-politique.eu, europarl.europa.eu, ipu.org, mettapolls.net) per tutti i paesi tranne quelli (Malta, Lussemburgo e Cipro) dove essi sono disponibili. Viene utilizzata un forchetta di tre punti in alto e in basso rispetto alla mediana per stimare l’oscillazione tra il valore più basso rilevato e quello più alto.

(3) Secondo una previsione basata sul modello Hix-Marsh il gruppo dei Socialisti e democratici si attesterebbe a 221 seggi con i popolari a 202. J. G. Neuger, “EU Socialists to Win Parliament Vote, Buoying Schulz, Poll Shows,” Bloomberg News, 19/02/2014 http://www.bloomberg.com/news/2014-02-19/eu-socialists-to-win-parliament-vote-buoying-schulz-poll-shows.html

(4) Alla fine dello scorso ottobre, Angela Merkel ha dichiarato: “Non vedo nessun automatismo tra i ‘top candidates’ e la distribuzione degli incarichi. Il trattato dice che il risultato elettorale deve essere tenuto in considerazione”. H. Mahony, “Merkel: EU vote not decisive on commission President,” euobserver, 25/10/2013 http://euobserver.com/political/121906

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