Utopia, tecnocrazia e lotta: come uscire dalla crisi della Socialdemocrazia

Da “Social Europe Journal”, 4 novembre 2013. Articolo di Marc Saxer. Traduzione dall’inglese di Fabio Vander.

Utopia, tecnocrazia e lotta: come uscire dalla crisi della Socialdemocrazia

pugnoLa crisi della Socialdemocrazia è strettamente connessa allo squilibrio determinatosi fra capitalismo e democrazia. Si sono deteriorate sia le opportunità legate ad un approccio di tipo tecnocratico, sia quelle legate invece alla tradizione più combattiva del movimento operaio. Per recuperare il suo peso politico la Socialdemocrazia deve riscoprire il suo progetto utopico, con l’obiettivo di un giusto equilibrio fra le istanze universali della democrazia e gli interessi particolari del capitalismo. L’utopia della Buona Società con piene possibilità per tutti è una risorsa chiave per la ripresa politica della Socialdemocrazia.

La crisi della Socialdemocrazia ha ragioni più profonde di quelle legate agli alti e bassi del ciclo elettorale. Prima di tutto si tratta di una crisi di sostanza politica. Una crisi che ha riguardato le radici stesse del progetto socialdemocratico, teso a promuovere un diverso equilibrio fra valore universale della democrazia e interessi particolari del capitale. Nel periodo d’oro successivo alla seconda guerra mondiale la Socialdemocrazia riuscì effettivamente ad addomesticare gli istinti animali del capitalismo. Oggi in molti ritengono che non ne sia più capace. Se vuole promuovere pari opportunità per tutti, un progetto di emancipazione deve riuscire a cambiare le strutture di potere dell’economia politica. E questo inevitabilmente provoca la reazione di quanti sono invece interessati alla conservazione dello stato di cose esistente. Ma proprio per battere le resistenze di quanti difendono risorse, ideologie e rendite di posizione, ogni progetto di emancipazione deve essere capace di esprimere forza, potere. Storicamente questo potere dipende dalla capacità del movimento dei lavoratori di mobilitare le masse. Le vittorie elettorali hanno legittimato le socialdemocrazie a utilizzare lo Stato per garantire pari opportunità a tutti. Scioperi e proteste di massa hanno dato il potere ai sindacati di contrattare da posizioni di forza con la controparte capitalista. E invece i due pilastri del movimento operaio, partiti e sindacati, sono oggi molto meno capaci di mobilitare quelle fonti di potere. Le cause profonde del calo di influenza risiedono nel cambiamento di quadro che ha infirmato proprio la forza sia dei partiti sia dei sindacati del movimento operaio. Questo senza nascondere che la Socialdemocrazia è stata anche capace di auto-infliggersi colpi, abbandonando il suo progetto utopico.

Cause esteriori dell’indebolimento della Socialdemocrazia

La chiave dei processi in corso è nel sopravenuto squilibrio di potere fra Socialdemocrazia e capitalismo. Nel segno di una ideologia che demonizza lo Stato e glorifica il mercato, tutti i paesi occidentali hanno visto procedere la demolizione dello Stato sociale. Quarant’anni di politiche neoliberiste hanno drammaticamente sconvolto gli equilibri redistributivi, hanno diviso le società e indebolito gli Stati. Allorché l’instabilità strutturale del capitalismo finanziario è stata scoperta, era ormai troppo tardi per invertire la marcia. Le multinazionali e le grandi banche non solo hanno distorto i mercati, ma i flussi della finanza globale non sono più controllabili dai sistemi democratici. Il matrimonio fra capitalismo e democrazia è giunto alla fine. I neoliberisti ritengono che i mercati debbano avere il sopravvento sugli Stati se si vuole creare ricchezza; di conseguenza lo Stato è relegato a funzioni ancillari rispetto al mercato. La “democrazia compiacente con il mercato” di Angela Merkel questo è: la riduzione della politica a ‘ufficio riparazioni’ del mercato. E se la democrazia osa disturbare questo rapporto di sudditanza (ad esempio con il rifiuto irlandese di ratificare il Trattato UE o con il rifiuto del Congresso americano di salvare le banche), la decisione “sbagliata” viene subito rimediata o cancellata senz’altro (si pensi al referendum greco sull’austerity). Di conseguenza la nefasta assunzione al governo, in Grecia e in Italia, di élites di tecnocrati, corrode la legittimità della rappresentanza democratica. Per la Socialdemocrazia uno sviluppo del genere ha conseguenze drammatiche. In primo luogo perché lo strumento chiave del potere socialdemocratico e cioè lo stato nazione, è stato eroso. Abbandonati a se stessi gli Stati nazionali, non possono più fronteggiare adeguatamente le sfide globali, che spaziano dai cambiamenti climatici, al terrorismo, allo scatenamento dei mercati finanziari. Ma neanche la governance globale è senza problemi, con una struttura di tecnocrati come quella di Bruxelles naturalmente votata alla causa liberista e con la delegazione di poteri a livello intergovernativo che vieppiù indebolisce le capacità di decisione dei singoli parlamenti democratici. In secondo luogo lo squilibrio di poteri determinatosi fra capitalismo e democrazia approfondisce le asimmetrie sociali. Chi controlla i mezzi di produzione e di repressione è un attore politico di pieno diritto; i più deboli invece debbono prima organizzarsi se vogliono far sentire la loro voce sul piano politico, il che implica che il capitale politico necessario per portare avanti le proprie istanze deve essere generato e rinnovato sempre di nuovo. In altre parole, per implementare le politiche di progresso un governo socialdemocratico deve essere capace di mobilitare le masse non solo il giorno delle elezioni, ma sempre e continuativamente. Certo il deteriorarsi di tutti i presupposti di una politica socialdemocratica rende quella mobilitazione tanto più difficile. Per un momento ci si può illudere che il potere declinante della vecchia socialdemocrazia possa essere surrogato da una “Terza Via” che promette di essere una variante più equa del capitalismo. Ragioni di tattica politica possono suggerire di abbandonare la lotta per i fondamentali, per la distribuzione primaria. Resta il fatto che le politiche di svalutazione guidate dai mercati hanno infirmato le risorse politiche della socialdemocrazia, mentre la grande massa degli elettori centristi la considera solo come un’opzione elettorale fra le altre, da votarsi o meno a seconda di come mutano gli umori. I Cristiano Democratici della Merkel hanno alimentato questo tipo di borghesia corriva con certe istanze apolitiche e sono riusciti ad ottenere una vittoria notevole in termini di “de-mobilitazione asimmetrica”. Gli strumenti classici della politica hanno obiettivamente una minore incidenza nelle società post-industriali.

L’erosione degli strumenti classici nelle società post-industriali

Le società post-industriali sono atomizzate in una vasta gamma di classi e subculture che coesistono in orizzonti di significato paralleli. I cosiddetti “precari”, cioè quelli che sono permanentemente esclusi dalla vita sociale, economica e culturale, ormai non sono più adatti a fungere da attori politici. Come dire che i soggetti di classe più combattivi (“Class Warriors”) sono ormai deprivati di ogni protagonismo politico. I classici strumenti della lotta di classe -partiti politici e sindacati- hanno in faccia il gelido vento delle cose che cambiano. E in effetti le lotte di massa per imporre i diritti universali sono figlie dell’era industriale. Mentre gli apparati burocratici e i modi di lavorare di quelle organizzazioni suonano come un anatema di fronte alla logica individualista delle società post-industriali. Lo stesso dicasi per la governance tecnocratica. Le regole astratte ed universali sembrano aliene di fronte alla realtà di individui isolati e autonomi. Per altro verso le decisioni riservate a ristrette élite di “esperti” sono quanto di meno accettabile per una opinione pubblica politicamente avvertita, che effettivamente soffre di una sempre minore partecipazione ai processi di decisione politica. Tanto che per gli “Indignados”, per “Occupy” e simili movimenti di protesta, le elezioni sono viste sempre meno come autentica fonte di legittimazione. Ma l’emergenza di una destra xenofoba e populista deve far riflettere sul fatto che la mancanza di autentiche alternative democratiche rende attrattive le alternative estremiste. Per questo dobbiamo avere il coraggio di optare per una democrazia radicale. E proprio adesso che democrazia diretta e partecipazione dei cittadini sono anatemi per i potentati tecnocratici. È comunque chiaro come società plurali e frammentate organizzano i loro processi di decisione politica. Rispetto a questo l’esperienza suggerisce alcune soluzioni: occorre puntare su processi locali, partecipati, riflessivi e diretti. Tuttavia i nuovi movimenti per lo più rifiutano di convergere su una piattaforma politica comune, finendo però per esprimere solo una generica protesta che non riesce ad organizzarsi in esplicita proposta politica. Approcci affascinanti come la “moltitudine” di Hardt e Negri o la “resistenza del non fare niente” di Zizek non fanno che surrogare chiare politiche di cambiamento con una sorta di “voodoo” o fede nel deus ex machina. Quello che è andato perduto sono i legami di solidarietà che sarebbero in grado di tenere insieme movimenti di protesta dentro e fuori i confini nazionali, dando luogo così ad una potente “agente di cambiamento”. Altrimenti i movimenti di protesta tendono a svaporare in breve tempo senza lasciare particolare traccia in ambito politico.

La crisi delle premesse teoriche del discorso critico

La Socialdemocrazia si trova di fronte una sfida sempre più decisiva: l’erosione dei suoi fondamenti filosofici. Affascinata ancora dalle illusioni di un Illuminismo razionalista, la Socialdemocrazia crede di poter modellare le relazioni sociali sulla base di meri interventi razionali. Tutte le istituzioni moderne -mercato, Stato e democrazia- sono costruite a partire dal soggetto cartesiano, dall’homo oeconomicus all’elettore razionale. E invece la scienza ha messo in discussione questo concetto di essere umano. La psicologia ad esempio ricorda che ci sono altri aspetti che determinano il nostro comportamento, la linguistica insiste sulla limitatezza del nostro linguaggio, il costruttivismo sugli errori cui ci inducono le ideologie. Guerre e catastrofi ci ricordano che le previsioni razionali sono spesso illusioni e che il progresso tecnico ha i suoi costi. Presi nel loro insieme questi sviluppi minano la fiducia nell’approccio tecnocratico in quanto davvero capace di determinare un mondo migliore. Quindi non sorprende che sempre più gente non veda più nella tecnica la soluzione, ma il problema.

Gli errori della Socialdemocrazia

Dati i nuovi rapporti di forza determinatisi in questi anni la formula tradizionale: “mercato quanto possibile, Stato quanto necessario” non è più spendibile. Un approfondito dibattito per trovare risposte nuove ai nuovi problemi è per la verità già cominciato. Da una parte lo scatenamento del capitalismo è tale che i suoi spiriti animali sono ormai indomabili; dall’altra non si sa più con quale tipo di società sostituire il capitalismo. Altri poi ritengono che al punto in cui siamo convenga arrivare ad un accordo onde evitare che possa succedere anche di peggio. Le domande a questo punto sono due: che tipo di società vuole costruire la Socialdemocrazia? E poi, data la condizione dei rapporti di forza: una tale società potrà mai essere realizzata? Ora nel dibattito socialdemocratico questo doppio ordine di problemi è ignorato. Il dibattito si regola ancora secondo la vecchia alternativa fra chi intende la politica come conflitto e chi come semplice serie di mutazioni. Il paradigma della politica come conflitto prende le mosse dalla tradizione marxista della lotta di classe. Che però da una parte non ha mai registrato la promessa vittoria finale del proletariato, dall’altra ha addirittura dovuto soffrire la scomparsa del proletariato stesso. Tuttavia i teorici del conflitto hanno assunto il paradigma gramsciano della politica come conflitto di egemonie. E per questo accusano i sostenitori del compromesso di aver tradito la causa socialdemocratica e puntano ancora su di un programma di emancipazione centrato sulla alternativa di egemonie. C’è anche chi preferisce opporsi al sistema dal di fuori, pur di non compromettersi con il governo. Di fronte al retroterra che sottende alle asimmetrie di potere, un approccio come questo pare però sovrastimare la effettiva capacità di piccoli gruppi di vincere sul piano dell’egemonia e di implementare le politiche progressiste. Le politiche tecnocratiche cercano invece di ovviare al conflitto con l’utilizzo dello Stato come volano del cambiamento. E così ricorrono a strumenti quali le previsioni di scenario, i Libri Bianchi, i Piani Quinquennali tutti coloro che intendono la politica come un processo burocratico di pianificazione, di eterodirezione della società, di controllo e valutazione. Il sobrio tecnocrate si rivolge solo a quanti desiderano vivere indisturbati dalle passioni politiche. Perché effettivamente la base sociale della tecnocrazia è costituita da quel ceto medio che si illude di risolvere i problemi con una politica di semplice buonsenso. Per strano che possa sembrare infatti la tecnocrazia è radicata in una visione utopistica, segnatamente nell’ideale illuminista della modernità: “si può raggiungere il progresso tramite la sola ragione”. Secondo i tecnocrati chi teorizza ancora il conflitto è solo un romantico nostalgico dello Stato-nazione che non ha capito quanto la bilancia dei poteri sia stata squilibrata dal capitalismo finanziario globale. Dopo di che i tecnocrati non fanno che promuovere ampie coalizioni con liberali e conservatori per sostenere le politiche di riforma. Sicché anch’essi alla fine cadono nell’errore di sopravvalutare le capacità politiche di intervento dei governi nazionali. Quando invece sotto il giogo del capitalismo finanziario ogni governo eletto dovrebbe riuscire a mobilitare un intero tesoro di risorse politiche per cercare di sostenere le politiche di riforma di contro alla coalizione degli interesse conservatori. Come però una tale continua pressione dal basso possa essere mobilitata senza esser sostenuta da una cultura dell’alternativa è una questione lasciata ancora senza soluzione. Ora questa frattura strategica è stata evidenziata nella discussione che ha visto contrapposti Jürgen Habermas e Wolfgang Streeck. Partiti da una comune critica salace delle relazioni fra capitalismo e democrazia, poi però Habermas ha spinto in direzione di una ingegneria istituzionale di livello sopranazionale, mentre Streeck accetta di combattere fra le rovine dello Stato nazionale. Ma è significativo che mentre entrambi si dilungano nella descrizione delle asimmetrie determinate dal capitalismo globale, ben poco dicono su dove trovare le risorse politiche per contrastare questo stato di cose. Invece di restare paralizzati dalla asserita supremazia del capitale, bisognerebbe far ripartire la rifondazione delle condizioni politiche delle politiche di progresso. Dato il potere finanziario, repressivo e ideologico della coalizione di interessi oggi vincente, la domanda capitale deve essere: quali sono le risorse politiche indispensabili per un progetto di emancipazione?

Ricostruire un progetto politico centrato sull’utopia

A dispetto o forse in ragione proprio delle loro differenze, teorici del conflitto e tecnocrati stanno sulla stessa barca. Anche se -ed è un grosso “se”- fosse possibile tornare a vincere le elezioni, un mandato elettorale non sarebbe comunque tale da garantire una legittimazione sufficiente a dare forza ad autentiche politiche progressiste. I tecnocrati riformatori debbono capire che solo la capacità di mobilitazione può assicurare un capitale politico in grado di renderli attori politici autenticamente legittimati. E che solo innestando un vero discorso egemonico si può pensare di prevalere sulle forze conservatrici. Dove discorso egemonico significa inserire la politica entro una più generale narrazione intorno alla “Good Society”. La comunicazione politica diventa inefficace se si limita ai dettagli tecnici. I progressisti si sono troppo spesso concentrati su dettagli tecnici, abbandonando il campo dei sentimenti, delle immagini, dei sogni alla destra. E invece gli esseri umani sono soliti avvolgere i loro pensieri nelle narrazioni. Ossessionati dalla razionalità del logos, ci siamo dimenticati che abbiamo bisogno di miti per trovare una bussola morale e metafisica. Perché invece si riesce a dare un senso ad un mondo caotico solo inserendo i fenomeni in un quadro di emozioni, esperienze ed intuizioni. In altre parole le narrazioni mitiche sono il modo normale con il quale dotare il mondo di un senso. Proprio questo deve dunque intendersi per potere di persuasione: la capacità di porsi in sintonia con ciò che la gente pensa, dice e fa, offrendo a tutti un ordine di significato in forma di narrazione. I teorici del conflitto, dal canto loro, devono riconoscere che dato lo squilibrio nella bilancia dei poteri, un’ampia coalizione sociale è pur necessaria per realizzare una mobilitazione tale da implementare le politiche riformatrici. Se le elezioni non sono la sola forma di lotta, certo un mandato elettorale forte può permettere alle battaglie progressiste di avere successo. In questo senso scavarsi una semplice nicchia di resistenza a sinistra è controproducente. Dunque barcamenandosi fra sfide sempre più ardue e ristrette capacità di risposta, la Socialdemocrazia deve mostrarsi capace di ripensare la sua storia. Potrà tornare ad agire con successo se la mobilitazione del capitale sociale sarà combinata ad un adeguato progetto politico. Una combinazione che divenga obiettivo condiviso. Ma non v’è dubbio che per tenere insieme queste due anime è necessaria l’utopia. L’utopia tratteggia un domani migliore, una Buona Società con piene possibilità per tutti. Le utopie non sono descrizioni dettagliate di un futuro realistico, ma una stella polare, qualcosa che dà fiducia, che molti possono condividere. L’utopia garantisce una bussola normativa, che torna utile sia alla classe politica sia ai cittadini. Solo la prefigurazione di una Buona Società rende i cittadini capaci di valutare se un certo processo politico va nella direzione giusta o meno. La bussola utopistica porta le istanze progressiste a valere ben oltre il solo momento elettorale. Questo è vero in particolare per le politiche progressiste, perché permette di rispondere adeguatamente alla domanda dirimente: “progresso verso quale obiettivo?” Certo l’utopia è qualcosa di più di una bussola. È una sorgente di energia di cui i progressisti non possono fare a meno, dato che solo la visione di un mondo migliore consente di rompere le barriere della paura, dando forza alla battaglia per il cambiamento. Solo intorno ad una piattaforma condivisa attori con interessi diversi possono unire le loro forze. Per questo non è importante che una utopia si realizzi o meno. Utopia consente di immaginare un mondo diverso rispetto ad una realtà che pare pietrificata. Solo fidando in una visione comune del futuro si possono mettere insieme persone che altrimenti hanno interessi diversi. La promessa di un cambiamento possibile dà al popolo il senso di una missione, permette di unire battaglie anche diverse, travalicando i confini sociali e nazionali e accendendo la speranza in una rifondazione del mondo dalle fondamenta. Si capisce che i discorsi attualmente egemonici puntano a spegnere queste fonti di speranza, negando la possibilità del cambiamento e ridicolizzando la fiducia nelle visioni alternative del futuro. Dopo il collasso dei regimi comunisti, la “fine della storia” ha tentato di scoraggiare ogni speranza in una utopia socialista. E senza utopia i socialdemocratici perdono una fonte di energia vitale insieme alla capacità di contrattare le stesse politiche “pragmatiche”. La Socialdemocrazia perde se si arrende all’idea che non ci sia alternativa alla società di mercato; viceversa per recuperare spazio politico deve dotarsi di una positiva visione di un mondo post-capitalista. Del resto la costruzione di una nuova utopia socialdemocratica è già avviata. La Fondazione Ebert sta contribuendo ad un progetto europeo intorno alla “Buona Società” ed, in Asia, al progetto “Economia del Futuro”. Per garantire però a tutti pari opportunità e realizzare le condizioni per la Buona Società si devono cambiare i sistemi economici e politici. È necessario avviare un processo verso una dinamica di sviluppo socialmente giusto, sostenibile e verde. L’Economia di Domani dovrà essere fondata sulla inclusione di tutti i talenti, su salari giusti, mercati finanziari stabili, conti correnti bilanciati, un ambiente protetto socialmente e naturalisticamente, innovazione verde e scorporo di produttività e risorse. Certo un tale modello, che suona effettivamente accademico, è necessario, ma non sufficiente. Come detto esso va inserito in un contesto di immagini e narrazioni indispensabili a integrare un discorso di tipo egemonico. Bisogna incontrarsi intorno a certi valori per combattere insieme per cambiare le prospettive di sviluppo. I progetti politici servono proprio a rendere possibili questi incontri fra diversi ambiti di discorso a loro volta indispensabili ad avvicinare comunità a tutta prima diverse. Proviamoci! L’autenticità favorisce la fiducia reciproca. Naturalmente tutto questo presuppone sempre la diversità e la critica. La domanda di fondo rimane inalterata: un progetto riformatore deve affrontare le questioni della redistribuzione primaria dei redditi e del benessere o può limitarsi ad una qualche forma di regolamentazione e redistribuzione? In altre parole: provare a muoversi nella direzione di un Eco-Keynesismo è in grado di produrre piene opportunità per tutti? Oppure il potere dei movimenti di emancipazione è insufficiente a sostenere il sia pur minimo spostamento in fatto di politica economica? Solo un appassionato dibattito su queste questioni può costruire nuova fiducia verso i soggetti del cambiamento. E solo la fiducia nella sincerità di questi soggetti può dare credibilità all’utopia. Senza una realistica utopia, non sarà possibile combinare forme di lotta disparate in un’ampia coalizione sociale. E solo una ampia coalizione sociale può mobilitare forze tali da spostare il corso delle cose, indirizzandolo verso una Buona Società con piene opportunità per tutti.

(Traduzione a cura di Fabio Vander. L’autore è è borsista presso la Fondazione Ebert)

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