Aspirare al ritorno. Per uno sguardo critico sul mondo nuovo

Nasce “Hotel Gagarin”, spazio plurale per un punto di vista in esilio

Aspirare al ritorno. Per uno sguardo critico sul mondo nuovo

Giorgio De Chirico, Il ritorno di Ulisse, 1968

 

L’avvio della cosiddetta Fase 2 dell’emergenza sanitaria ci proietta nel cuore di una sorta di stato di eccezione, di cui la pandemia non è stata che l’innesco. L’assoluta eccezionalità del passaggio nel quale siamo entrati richiede un intervento politico, pensante, all’altezza della gravità delle questioni che la crisi pone. Nel vasto e variegato insieme delle analisi sociologiche, economiche e politologiche che si sta dipanando in questi mesi, ci sembra di riscontrare proprio un deficit di politica. Eppure sono genuinamente politiche le sfide che la crisi ci obbligherà ad affrontare. Mai come oggi si sente la mancanza di un punto di vista capace di essere allo stesso tempo parziale e generale, antagonista e non settario, radicale e non velleitario.

L’Italia e l’Europa entrano in questo stato d’eccezione in una condizione di grande debolezza, a più livelli. Debole si è fatto trovare il nostro Sistema Sanitario Nazionale, fiaccato da una lunga stagione di tagli, privatizzazioni e disinvestimenti. Ma debole e inadeguato si è mostrato più complessivamente il nostro sistema di welfare e di sostegno alle fragilità, alla marginalità, alle solitudini che il lockdown ha in parte determinato e in parte accentuato, a partire dalle periferie urbane, geografiche e sociali, nelle quali è apparso ancora più drammatico il ritiro operato dallo stato e dalla politica negli ultimi decenni. Uno Stato che è arrivato alla prova di un’emergenza nazionale con un assetto istituzionale ambiguo figlio, da un lato, del sostanziale mutamento delle prassi istituzionali avvenuto negli ultimi decenni; dall’altro, di un regionalismo confuso, in cui si perde persino la chiarezza delle catene di comando. C’è, al fondo di questi fenomeni, una rimossa questione di classe che ha agito negli ultimi decenni sotto l’egida dell’ideologia neoliberale, che è riuscita a elevare a senso comune l’esigenza di smantellare il welfare, manomettere il sistema della rappresentanza politica e sociale, inibire la capacità della macchina statale di governare i processi economici.

Proprio perché al fondo c’è una questione di classe, il centro focale di uno sguardo critico sulla fase non può che essere il lavoro dentro la relazione sociale capitalistica. Lo scandalo di milioni di lavoratori costretti per settimane a lavorare in condizioni di assoluta insicurezza, e che per settimane hanno continuato loro malgrado a essere vettori del virus, segnala una volta di più lo sbilanciamento esistente nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, in tutti i settori dell’economia. Ma nella gestione della vertenza sulle disposizioni di chiusura e sui protocolli per le riaperture, è emerso anche un ritrovato ruolo delle organizzazioni sia sindacali che datoriali, che la retorica della disintermediazione ha per anni rappresentato come vecchi arnesi da lasciarsi alle spalle. E proprio quella vertenza, in cui si compiva la scelta radicale tra salute dei lavoratori e profitti delle imprese, ha squarciato il velo sulla natura predatoria e irresponsabile di una borghesia che ha esercitato enormi pressioni affinché le ragioni del profitto prevalessero su quelle della sicurezza di chi lavora.

I dati sul picco della disoccupazione negli Stati Uniti e la paradossale circostanza dei barili di petrolio scambiati a prezzi negativi sono solo un’allusione alla portata della crisi che si profila, e che avrà la forza di sconquassare i già fragili equilibri che il basso impero neoliberale aveva provato a puntellare dopo la grande crisi del biennio 2008-2010. Quest’ultima, suggeriva un articolo di Limes già nelle prime settimane dell’emergenza, apparirà retrospettivamente solo come “una inquietante anteprima” di quella attuale. Se è vero che la lotta politica è lotta per l’esercizio della sovranità, la lotta politica dentro questo passaggio critico è ciò a cui bisogna farsi trovare pronti.

La crisi sta già mettendo in discussione l’impalcatura europea: a oggi due pilastri dell’Unione Europea (Patto di stabilità e Schengen) sono sospesi, si è allentata la disciplina sugli aiuti di stato, sembra poter cadere il tabù sulle emissioni di debito comunitario (anche se resta quello su una vera mutualizzazione di quelli pregressi) e sembrano aprirsi spiragli per l’avvio di una comune politica di sviluppo di cui sarebbero comunque da valutare forme, strumenti e obiettivi. La BCE ha sostanzialmente ribadito il “whatever it takes” pronunciato da Draghi nel 2012, con esiti ancor più impegnativi. Ma questa volta la leva monetaria non basterà, tanto più che da sola rischia di risultare incompatibile con il vigente assetto istituzionale, come testimonia la recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca. Il balzo politico che l’Europa è stata incapace di fare nel decennio appena trascorso non è più rinviabile. Quella che si sta combattendo in queste settimane può essere la battaglia decisiva per il futuro di un’Europa in bilico sul crinale che separa la tragedia storica di un collasso caotico e la speranza di una sua radicale, ancorché graduale, riforma. Pensare la riforma delle istituzioni europee significa però anche pensare le dinamiche oggettive e strutturali del capitalismo globale e continentale, e come queste giochino da protagoniste nell’accelerare o frenare il processo di in europeo, che è innanzitutto un processo di continentalizzazione delle borghesie nazionali e dei loro interessi di prospettiva, dunque della politica borghese e del conflitto di classe.

Non è affatto estraneo a tutto ciò tutto quanto si muove al di fuori dell’Europa in termini di riconfigurazione degli equilibri di potenza, in particolare tra Cina e Stati Uniti. La Cina cerca abilmente di utilizzare la crisi pandemica come volano per accrescere il proprio soft power in Occidente e in particolare in Europa, punto di approdo del progetto One Belt, One Road che punta a ridisegnare l’ordine economico e politico mondiale e che appare oggi l’unica alternativa al predominio americano. Gli Stati Uniti, specularmente, tentano di isolare la Cina giocando la loro forza persuasiva a più livelli e in questo senso mostrano un’attenzione particolare sulle scelte dell’Europa, nelle cui classi dirigenti sta infatti riemergendo – come ha notato nei giorni scorsi Massimo D’Alema – un forte partito anti-cinese. La sfida del Socialismo con caratteristiche cinesi all’ordine liberale americano sarà la questione decisiva dei prossimi decenni di storia: capirla, interpretarla e decidere come approcciarla non è un orpello con cui condire le discussioni della domenica, ma il punto di partenza di ogni processo che si proponga di contribuire alla costruzione di una soggettività politica antagonista per questo secolo.

“Hotel Gagarin” nasce avendo di fronte questo contesto, avendolo presente, essendone occasionato e sicuramente condizionato. Ma allo stesso tempo con l’ambizione di esercitare rispetto a esso una radicale autonomia: dentro la contingenza, ma liberi da essa. Hotel Gagarin è uno spazio plurale in quanto a saperi, esperienze, culture e opinioni; una soggettività in fieri che ha assunto in maniera collettiva solo ciò che di più fondamentale c’è nel rapporto con la storia e con la società: un punto di vista, che noi chiamiamo lavoro. Uno spazio aperto, ma non liquido; connotato da una condotta radicale, ma non estremista; serbatoio di un pensiero realista, ma non rassegnato. Per un punto di vista costretto all’esilio, che aspira al ritorno nella madrepatria della politica.

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