Da donna a donna, da amica ad amica

Da domenica sono immersa in Rossana: nelle sue parole e immagini, nei ricordi di quello che abbiamo vissuto insieme. Un pieno denso, formatosi in un tempo lungo, ma non provo ora a trarne una trama, neppure abbozzata

Da donna a donna, da amica ad amica

Faccio a Rossana Rossanda la promessa che feci a Pietro Ingrao cinque anni fa. Lavorerò per tenere viva la sua opera, di cui è parte essenziale come è vissuta. Ora posso condividere con voi qualcosa di quello che è affiorato.

Sul computer ho un file, che ho nominato “la mia Rossana”. Ma è sbagliato. Rossana non è “mia”, non è “nostra”, qualunque cosa intendiamo con questo: marxista, comunista, del Pci, del manifesto, del femminismo, o del rapporto privato. Neppure è della storia d’Italia, o della storia d’Europa. Non c’è definizione che le si addice; ne ho lette tante, alcune più felici di altre, ma alla fine mi sono apparse tutte riducenti.

Rossana è del mondo, perché nel mondo ha abitato, con la mente, con le passioni, anche con il corpo. Ne ha ascoltato le voci, sentito i bisogni e desideri, condiviso le vicende; sempre scegliendo una parte, mai appartenendo soltanto e del tutto ad una di essa.

Lo dico con le sue parole: “Voglio essere ebrea se l’ebreo è quel che in noi può essere sempre l’altro”1. Si è pensata e vissuta così, sempre. È dall’altra che le è venuta la coscienza di sé donna, che l’ha trasformata profondamente, senza divenire la sua identità prima, tanto meno esclusiva. Non è stata trascinata dall’onda del femminismo, anzi a lungo ha opposto resistenza: “Interessante, dicevo, e tornavo alle mie vastissime faccende”2. Dalle quali non si farà distrarre mai, piuttosto le ha intrecciate, riordinate, nominate altrimenti.

Non voglio perciò parlare solo di Rossana femminista, del resto, anche il nostro rapporto non è stato solo questo. Traggo alcuni frammenti dall’immersione di questi giorni. Nel 1943, studentessa, frequenta quotidianamente la Biblioteca di Warburg: “Sprofondavo tra ombra e ombra nel colore del silenzio”3. Dopo pochi mesi dovette dire “addio alla bellezza che poteva esserci nella solitudine del sapere, capire, vedere”4. Perché “non bastava più capire, occorreva intervenire”5. Non vi tornò più, ma “ero stata là e là sarei rimasta come se fossi stata marcata una volta per sempre”. “Per chi si fece adulto in quegli anni l’identità non sarà mai un fatto privato… tutto il mondo passò sopra di noi e da allora non cessò di passare”. E il rombo è così forte che non sente la voce delle donne; al più l’avverte come “un particolare modo di patire o fuggire”.

Con sintesi mirabile nella sua asciuttezza, scandisce le date della sua vita: “A quindici anni è la guerra, a venticinque la guerra fredda, a trentacinque è il comitato centrale del più grosso partito comunista d’occidente, a quarantacinque questo partito si libera di me… A cinquantacinque eccomi qui, nel riflusso dell’onda di una mareggiata di cui conosco le andate e i ritorni e che mi trascinerà sempre. La mia persona è scandita dai fatti altrui: Stalin non l’ho scelto, le masse non sono una frequentazione facoltativa, sono entrate e uscite decidendo i tempi di me-donna. Donna? E le altre donne? Il rombo di questo tempo è stato così forte che la voce delle donne non la ricordo: quella che decifro oggi nelle amiche femministe non l’ho avvertita mai prima”.

E ne restituisce il senso: “C’è un filo che corre fra chi crede nelle stesse cose (specie se deve lottare per essere, specie se è dura) che non è un rapporto personale né di amore né di amicizia; ma è un rapporto straordinario. Chi lo crede astratto (…) non ha mai conosciuto quel contatto fuggevole e permanente, fatto di volti mai visti, riconosciuti, sguardi, linguaggi… Per il resto ho corso in quegli anni guardando le donne distrattamente, vedendole soltanto o per quelle supersfruttate che anche sono. Questo mi era chiaro ed era chiaro anche ai compagni maschi. Con i quali forse il tacito contratto fu che io, non vedendo altro, consentivo anche a loro di non vedere. Quel che le femministe mi rimproverano è giusto. Ma esse sanno più di me quanto l’abbiano pagato quelle come me; io non ho conti da presentare: Mi andò bene”. Come emancipata, meno come dirigente del partito. Le ragioni le ricostruisce nell’autobiografia La ragazza del secolo scorso, e vanno lette e meditate. Non posso però non nominare, sia pure brevemente, l’esperienza della sinistra del Pci negli anni Sessanta. Nello scritto, in occasione degli Ottanta anni di Pietro Ingrao, pubblicato su il manifesto, Rossana, come sempre, formula la domanda giusta, più che dare risposta.

Cosa sarebbe dovuto diventare il Pci a fronte del rivoluzionamento sociale in atto? Come andare oltre il disegno togliattano della ‘via italiana al socialismo’? Il problema era e resta quello di “come si esprime il soggetto del movimento storico della modernità”6. Pietro e Rossana hanno avuto questa comune convinzione, direi un comune assillo; si sono separati e ritrovati nella ricerca pratica della risposta.

È solo quando ha “gran parte della vita alle spalle” che vede le donne e non distoglierà più lo sguardo. Questo sesso che non è un sesso lo diviene per lei, come parzialità scelta. E si trova “di fronte a molti pensieri. Il primo è di pacificazione. Dal momento in cui il linguaggio delle donne ha cessato di apparirmi come parzialità subita, un ritardo, ma come una parzialità scelta, un segnale, una condizione iscritta e accettata, vissuta, affiorante, razionalizzata o no, ma determinata nella sua ribellione o felicità o dolore, non ho più potuto non vederle”. Ma non c’è solo riappacificazione, “il rivolermi bene nelle altre. Ci sono gli impreveduti risvolti d’un mondo che può essere rivisto con l’occhio delle donne.

Torna, in modo inedito, “la sola battuta di ottimismo del vecchio Marx: l’umanità si pone soltanto i problemi che può risolvere”. E se nella sua radicalità, il femminismo non fosse che l’emergere del problema numero uno, il farsi improvvisamente stretto della politica, come l’abbiamo conosciuta”. Se fosse “non solo il sintomo d’una crisi più generale, del farsi stretta la politica che abbiamo conosciuto, ma l’embrione di una critica rivoluzionaria della politica, come la classe operaia rivoluzionaria fu la critica dell’economia?”

A questo punto ero e sono rimasta”, scrive in Le altre. Non più stimolo da parte di altre donne, la critica è divenuta sua. Non ha mai smesso di interrogarsi e interrogarci, a noi femministe, in amicizia. Un’amicizia tra donne mutanti, ribelli, carica di parole mai dette prima, così forte e inedita da sconcertare e scomporre il mondo circostante.

Ti ringrazio Rossana del dono della tua amicizia, generosa ed esigente, per me e per tante, tantissime donne.

Note

1 Rossana Rossanda, Anche per me. Donna, persona, memoria dal 1973 al 1986, Feltrinelli, Milano, 1987, p.123.

2 Id., Le altre, Bompiani, Milano, 1979, p.21.

3 Anche per me. Donna, persona, memoria dal 1973 al 1986, cit., p.134.

4 Ibidem.

5 Questa e le citazioni a seguire in Le altre, cit., alle pp.11, 16, 14, 32, 31, 34.

6 Rossana Rossanda, “Ingrao”, il manifesto, 31.03.1995; in Id., Note a margine, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, p. 134. L’articolo è disponibile sul sito del CRS.

 

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  1. »Im Übrigen hatte ich all die Jahre nur einen zerstreuten Blick für die Frauen« – Zum Tod von Rossana Rossanda – feministische studien - […] von Ida Dominijanni: I doni di Rossana. In: Internazionale, 21.09.2020 und Maria Luisa Boccia: Da donna a donna, da amica…

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