Il bilancio contestato

Renzo Stefanelli da “Il Manifesto”, 24 Dicembre 2004

Il bilancio contestato

bilancioIl bilancio dello Stato rimesso in discussione 365 giorni all’anno: una realtà disturbante ma necessaria. Marcello Degni ricostruisce un quarto di secolo di tentativi di uscire dal girone infernale (La decisione di bilancio nel sistema maggioritario – Attori, istituti, procedure nell’esperienza italiana – Ediesse/CRS, 326 pagine, 15 euro). Un libro difficile: la difficoltà sta nello scoprire, sotto la coltre dei concetti e del gergo, quella realtà quotidiana di crisi nei rapporti fra cittadino e istituzioni.

L’inizio della storia è il 1978 quando, con la Legge finanziaria si pensò di mettere ordine e al tempo stesso di rendere la finanza pubblica intelligibile, se non ai cittadini, almeno a chi la manovra e a chi la gestisce. Nel 1988 si costatò il fallimento, si riformò quella riforma. Oggi vediamo che i 25 anni della politica finanziaria riformata coincidono col periodo di massima sregolatezza, con una pausa forzata dall’adesione all’Euro ad una espansione del bilancio cui non corrisponde alcun indice di soddisfazione sociale o di efficacia economica. Nel frattempo se ne sono viste di novità. Il Patto di stabilità è un annesso al trattato che crea l’Unione Monetaria.

Definirlo «baraccone liberista europeo» o accettarlo come necessità non è sufficiente. Il suo contesto è quella abdicazione a favore detta .politica monetaria di cui parla Degni che era avvenuta, già prima in Italia. Ha abdicato Lo Stato, a favore di una autorità esterna, riservando a sé, governo e parlamento, di saldare il conto attraverso la manovra delle imposte.
Degni discute, in compagnia di illustri economisti, il paradigma fiscale liberista. Questa discussione resta astratta, quindi inefficace, se non si parte dall’analisi dei fatti: ad esempio che una riduzione dell’imposta personale sul reddito non può funzionare nemmeno come generico stimolo economico laddove in principali attori economici non la pagano. E tale imposta, in Italia, è prelevata per il 70% sul 30% del reddito (salali e pensioni). La difficoltà di partire da questa radicazione classista della politica fiscale, quindi della manovra fiscale, è solo riflessa nel libro perché risale alla difficoltà di individuarla come tale da parte di sindacati e partiti non liberisti.

I quali hanno difficoltà, di conseguenza, a chiarire alle classi medie che nessun patto sociale è tollerabile in tali condizioni leonine. La mina che fa saltare i tentativi di contenimento e razionalizzazione della spesa è piazzata ben dentro la struttura finanziaria. Al punto che saltano quei concetti normali che furono elaborati per rendere comprensibile al cittadino il rapporto con lo stato. L’articolo 81 della Costituzione, secondo cui si delibera spesa solo con corrispettivo di entrata, è scisso dal requisito della reale rispondenza del prelievo richiesto a reddito netto e disponibile. La distinzione fra imposte e contributi di scopo è stata fatta saltare, introducendo un bilancio allargato che viola la regola statistica che impedisce di sommare le rane con i pescicani, assimilando i contributi per la pensione alle imposte basate sulla capacità contributiva.

La quale capacità non si verifica nel prelievo indiretto: e allora si dovrebbe sempre verificare l’effetto del prelievo diretto e indiretto sui soggetti, ai fini della determinazione della capacità economica personale, che nella maggioranza della popolazione è distrutta, come mostra l’assenza di risparmio disponibile. Degni evoca l’idea di un sistema cooperativo che dovrebbe nascere dalle nuove autonomie regionali e locali, evocato nelle teorie di De Viti De Marco, ma con altro significato: l’ipotesi attuale è quella di cooperare nel fissare le quantità e non la qualità del prelievo. Come mostra l’estraniazione di Comuni e Regioni dall’accertamento della base fiscale e il loro acquietarsi come percettori di una Ici divenuta patrimoniale dei poveri. Sono questi i motivi, a mio parere, per i quali il giudizio di inefficienza di Degni viene posto in relazione con le regole particolari del sistema elettorale maggioritario. Il che sposterebbe la questione della politica finanziaria sul terreno di una riforma politica basata su partiti e associazioni concepiti come veri centri di analisi e informazione sui contenuti della politica.

Renzo Stefanelli da “Il Manifesto”, 24 Dicembre 2004

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