Ingrao

In ricordo di Rossana Rossanda, un suo scritto per gli ottant’anni di Pietro Ingrao

Ingrao

Articolo uscito su “il manifesto” del 31.03.1995 e ripubblicato in Note a margine, Bollati Boringhieri, Torino, 1996.

Ingrao? Un perdente. È la battuta degli ex figiciotti, dei cinquantenni del Pds o Rifondazione, dei democratici convinti che senza Pci l’Italia sarebbe stata meglio, e di molti, di tutte le età, risentiti di sognare sogni minori.

Perdente, dicono soprattutto coloro che gli rimproverano un surplus di politica. Eppure, se non è questa che conta, è difficile immaginare un uomo più ‘riuscito’, per quanto si possa riuscire nella personale esistenza. Eccolo ottant’anni come se ne avesse venti di meno, appena avvertito che il tempo si restringe. Risparmiato da troppe sciagure nel corpo e negli affetti. Povero, ma non ha conosciuto miserie e la sobrietà è la sua misura. Ha una importante compagna di vita, moglie e amica, figlie belle e impegnate, né identiche né lontane, un figlio arrivato tardi, allegro complice in una casa a dominante femminile. Gli Ingrao sono una tribù, con relative radici in un Lazio roccioso come loro. E poi, l’Ingrao giovane che voleva? Conoscere il mondo e farsene conoscere, e così è stato. Battersi con e per gli altri, e ha avuto il più grane partito comunista d’Occidente. Conosce il linguaggio del comizio e quello dei versi, e la musica è il suo giardino. Nessuno nella sinistra è rispettato come lui anche dagli avversari. Che può avere di più un uomo?

Ha perso sul comunismo, borbottano i realisti. Non che sia colpa sua la crisi del marxismo o il crollo dell’Urss, che sono cose del secolo, ma il Pci, quello sì che era roba sua. Ce l’hanno con lui coloro per i quali non poteva non finire e quelli che pensano che è stato tradito. Il comunismo è uno spettro rimproverante, e il rimprovero si sposta su Ingrao. Può sorriderne, ma sa di essere solo. Per un comunista essere soli non è un incidente, è una radicale messa in questione.

È vero che in tema di comunismo i conti non tornano, anche se le vittorie e le sconfitte epocali non si misurano sui giornali, e le lacerazioni del mondo possono rimandare a quel che Luporini definiva ‘il comunismo come orizzonte’. Come il 1789, forse anche il 1917 ha un destino carsico. Ma ora? Non basta fare le scelte giuste per vincere; figurarsi se sono state sbagliate. Al contrario di quel che si dice, la storia si fa con i ‘se’: prima di compiere quel gesto, un altro era possibile, e se il battito delle ali di una farfalla a Pechino sta a monte del terremoto di San Francisco, un’azione fatta o non fatta, e tanto più se pubblica, e tanto più se pubblica, una distrazione, una difficoltà elusa, presenteranno i loro conti. Solo un narcisista se ne assolve, ma il narcisismo è l’ultimo difetto che a Ingrao si possa imputare.

Visto da fuori, vien da chiedersi in che cosa si sia scontrato Pietro Ingrao se non in quello che più era e resta suo. Prima di tutto sulla questione della ‘rivoluzione italiana’, non la rivoluzione in genere, quella specifica che si riapriva negli anni sessanta. Vige oggi una sorta di progressismo alla rovescia, un hegelismo da bar per cui quel che avviene è il reale e il reale è razionale, e si accompagna a un furioso oscuramento di quel che è stato. Quel che è stato è che il Pci non fu affatto ‘rivoluzionario’ dal dopoguerra a poco fa. Non avrebbe neppure potuto. È tornato a pensarci come soggetto di un rivoluzionamento sociale, dentro o forse fuori del patto politico, soltanto nei primi anni sessanta – lo pensò Ingrao, e questo fu l’ingraismo. Prima di allora l’ha da venì Baffone degli umili si coniugò non oltre che con la ‘democrazia avanzata’. Ma quando la guerra fredda cessa di essere la grande discriminante delle coscienze europee, la ricostruzione è compiuta, una generazione è uscita di scena e un’altra è entrata, in Italia ci sono nuovi proletari e la prima massa studentesca, e il centrismo va in crisi, Ingrao si si domanda, e lui non solo, che cosa possiamo diventare.

Gliela farei volentieri un’intervista su che cosa era, vista da oggi, questa ‘rivoluzione italiana’. Certo più Gramsci che Lenin. Certo si delineò un qualcosa che prima non c’era, e Amendola, che era un uomo acuto, da allora avversò Ingrao tenacemente. Non so come avrebbe arbitrato Togliatti; Longo e Berlinguer scelsero Amendola. Non sembra che abbiano veduto molto lontano, quella che fu la prima svolta del Pci, il resto venne a seguire.

Ma Ingrao era ben fermo a porre le sue domande nona se stesso né ad altri che non fosse il suo partito. E per chiunque sia anche vagamente marxista o non regredisca a una teoria delle élites, il come si esprime il soggetto del movimento storico nella modernità, resta ‘il’ problema. Chi, come me, pensò nel 1969 che la maturazione era tale da non avere più bisogno di una forma – perché la forma è frutto di qualcosa che poi tende a immobilizzare – sbagliava: gli anni settanta e quel che è seguito ci dicono che senza una sua forma, una sua organizzazione, e capace di mutare con il suo soggetto, la contraddizione non si fa soggetto. Se può scegliere di essere invece che di fare, ma non è la stessa cosa. Oggi la società è in sofferenza, ma anche le sue voci più autentiche sono azzittite, quando non integrate; e atomizzazione e omologazione mettono a rischio fin le identità individuali.

Difficile dire quale sarebbe stata per Ingrao una scelta vincente nel breve riemergere della ‘rivoluzione italiana’: forse la risposta non sarebbe molto dissimile per coloro che la intravidero, molti e divisi, negli anni sessanta, e quando venne in scena il 1968. È storia da archiviare o altro? E se altro, dove si è mancato? Che cosa occorreva e non ci fu? Ingrao registrò subito il recedere del Pci. Non so che cosa pensasse del 1976, ma quando per la prima volta Berlinguer parlò della ‘produzione come bene in sé’ vide l’inversione di rotta, che sarebbe apparsa enorme con il Lama del 1977 e del 1978. Ma noi, sinistra extraparlamentare, non dico i gruppi armati, non lo persuademmo – che avevamo a che fare, così drastici e grevi, con un Gramsci messo a giorno? È vero che eravamo approssimativi, ma chi ti nega in non poca misura ti determina. È stata lunga l’interruzione del dialogo fra Ingrao e quelli che gli erano rimasti amici anche dopo il 1969. Lui si rintanava, prima nelle istituzioni, e poi, quando andò a dire al Partito che non ci sarebbe più stato perché occorreva studiare e rimettere a giorno la bussola, gli risposero: giusto, studia e togliti di mezzo. Non so come votasse sulla Nato. Non agitò sulle leggi speciali. Da fuori chiedevano, dov’è Ingrao? Anche quando scriveva, pareva che lo facesse da lontano.

Più agevole capire che cosa sia stato per lui il Partito, strumento e gabbia. Perfino gli avversari, il fascino di Ingrao sta nell’aver sempre separato politica da potere. Il Partito era la comunità che o maturava tutta o periva, non lo forzò mai, tanto meno fece uso di una sua autorità – e i suoi, che si sono sentiti abbandonati, glielo rimproverarono. Come se quella virtù fosse anche un difetto. Ricordo l’XI congresso, il primo dissenso esplicito nel Pci: Ingrao se lo assunse da solo, raccomandando agli ingraiani – strano oggetto, compagni che non somigliassero neanche da lontano a una frazione – di starsene buoni. Perdette e perdemmo. Ricordo l’estate del 1968, fra il maggio e la Cecoslovacchia, il Partito in sommovimento, alcuni di noi che volevano un affondo e Ingrao, che pur ci aveva sperato, che mi dice: il Partito non è maturo. E la primavera del 1969: comunico a Berlinguer che faremo la nostra eretica rivista, gli chiedo: Credi che ci saranno sanzioni? No, risponde Berliguer. Sì, risponde Ingrao. E non senza risentimento, perché facevamo di testa nostra, lo lasciavamo. Nella discussione che precede la radiazione del ‘manifesto’, il suo fu un grande silenzio. Poi restò una voce a parte, il presidente della Camera a Castellanza, il compagno che nel Comitato centrale si differenziava. Nessuno è più amato in un partito comunista di una sinistra che non mette in causa la segreteria. Se ti metti a rischio, mi metti a rischio; compagno Ingrao, non lo fare, grazie di non farlo.

Qual è il momento in cui si può/deve lasciare un’impresa in cui hai messo la vita, senza essere sconfitti? Se nel 1969 Ingrao avesse detto: se cacciate quelli del ‘manifesto’ esco con loro, la storia del Pci sarebbe stata diversa? Se a Firenze non avesse abbracciato Occhetto che gli tendeva un mano. Pochi giorni prima mi aveva detto: O sto nel Partito o divento un testimone, tu ti contenti della testimonianza. Poi la Bolognina, poi Arco –  se Ingrao… I compagnine rientrarono furiosi, io lo difesi. Fu un errore, sì, già si era fuori dei tempi massimi. E che aveva a che vedere la Rifondazione di Cossutta con lui? Gli restò la battaglia sulla guerra del Golfo, l’ultima. Poi se ne andò, neanche con altri. Da solo.

Pensava ancora di coagulare, da fuori, un polo della sinistra non capitalista. E credeva che il ‘manifesto’ potesse esserne il catalizzatore. E credeva che il ‘manifesto’ non era, non è fuori dalla crisi della sinistra, del marxismo, del comunismo, come che si voglia chiamare. Tiene fermo con qualche eroismo un minimo, non poco, non abbastanza. Arriva Ingrao e non sapeva che dirgli. Quando egli propose almeno un laboratorio di ricerca, il giornale non seppe, non volle, non poté, era altro – ma che contano i conti e le ragioni? Siamo tutti un po’ poveri. Quell’uomo fortunato non ha più casa.

Perdente, dunque? Forse sì. Ritirato, giubilato, selvatico, nel senso di Leonardo: chi è selvatico si salva? Ma non è vero, nessuno si salva, non c’è più altra un’altra terra. Ma in quella che c’è e dove siamo stati sconfitti non ci sono né pace, né ricomposizione, né vero dominio – ci sono le urla e la lacerazione che avevamo a tentoni intravisto nei sessanta, ne settanta. Le avevamo viste con lui e grazie a lui: poi ne traemmo altre conclusioni. Ma chi si aspetta che Ingrao taccia, si sbaglia. È di quelli che preferiscono essere fatti a pezzi che tornare a casa.

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