Io dico il dubbio. Dialogo con Pietro Ingrao su poesia e politica

Questo è un dialogo tra Maria Luisa Boccia, Alberto Olivetti e Pietro Ingrao pubblicato sul Manifesto del 29/03/201o e ora contenuto nel volume “Indignarsi non basta” (Aliberti Editore, 2011, pp. 43-55).

Io dico il dubbio. Dialogo con Pietro Ingrao su poesia e politica

indignarsi non bastaParliamo del legame tra il modo in cui Pietro Ingrao ha pensato e fatto politica e la sua scrittura poetica. A partire dai testi poetici riprendiamo il discorso su quella che Ingrao chiama la pratica del dubbio.

Pietro: È una dimensione essenziale che sta al centro della mia esperienza. Se dovessi dare una definizione di me stesso, la prima cosa che direi è: la pratica del dubbio. Penso che è una delle poche cose che ho realizzato. Mi differenzia moltissimo da molti dei miei compagni. È quello che salvo di me, ma anche quello su cui sono stato poco compreso.

Alberto: Ricorri alla forma poetica per compiere un esame critico dell’accaduto. Non impieghi solo la ricostruzione storica, la testimonianza, la riflessione teorica. La poesia ti si presenta più capace di pensiero? In questo senso la cifra poetica fa parte della pratica del dubbio?

Pietro: Mi rivolgo alla poesia per dare tutta la polivalenza dell’esperienza umana, la combinazione dei miei interessi e delle mie passioni. Non solo la narrazione prosastica di quello che abbiamo fatto, ma la risonanza interiore, che ha accompagnato il mio cammino. Questo dà la poesia. La combinazione fra il contenuto della parola, la sua risonanza metrica, la sua allusività, per cui dice e non dice. Aggiungo l’emozione che a me ha dato sempre la cadenza musicale.

Alberto: La musica è per te un orizzonte permanente, una scansione del pensiero e della parola. La frase, la proposizione che costruisce il ragionamento.

Pietro: Persino con un’aspirazione – non affrontata – alla musica suonata. L’accoppiamento delle parole deve per me continuamente riprodurre un elemento allusivo, ’musicale’, che dilata il senso della parola stessa e lo articola, lo sviluppa.

Alberto: Tu per vent’anni ti dedichi con assiduità alla poesia.

Pietro: Per dire cose che non si possono dire in altro modo.

Maria Luisa: Il dubbio dei vincitori si stampa nel 1986. Nel 1994 la seconda raccolta, L’alta febbre del fare, è pubblicata nello Specchio di Mondadori; un terzo volume, Variazioni serali, esce presso il Saggiatore nel 2000. Al centro di quegli anni sta, come il mozzo di una ruota, il 1989. Ti sei poi raccontato in Volevo la luna, che Einaudi pubblica nel 2006. Da alcuni questo fu ritenuto un titolo poco felice. Scritto dopo la sconfitta, sembrava dire lo scacco di un visionario, di un utopista. Una volta, Pietro, mi hai detto: «se parliamo di fare il possibile, sono capaci tutti». Il compito della politica è pensare l’impossibile. Solo se pensi l’impossibile hai la misura di quello che puoi cambiare. Per te la pratica del dubbio è un criterio per il fare, un’altra misura del realismo in politica.

Alberto: Volevo la luna. La poesia «Vocabolari» che apre Variazioni serali dice: «La luna è uno spento/cratere di sale/deserto alla vita, la luna/è un fiato un velo// che travalica in soglie le goffe/pianure della incatenata/terra, la luna//è solo un assurdo silenzio/una fuga deposta,/un brullo pensiero che bussa/ in cerca di un nome.//La luna è il crollo, l’erranza». Non sembrerebbero conciliarsi l’erranza e il crollo. Come si coniugano?

Pietro: Per me questa è la domanda sul polisenso. La luna mi rimanda sensazioni dell’infanzia, come io l’ho vista a Lenola, con quei cieli, quelle notti, quelle luci. Mi ricordo, dalla stanza dove dormo adesso, il sorgere della luna su un fianco dell’Appiolo. Come veniva rotto lo stellato dalla realtà lunare che, per me, prendeva tutta la allusività che la luna ha avuto sempre: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/silenzïosa luna?».

Alberto: Ho l’impressione, per le questioni richiamate da Maria Luisa, che l’immagine della luna si accordi bene con la pratica del dubbio che tu rivendichi. Non ti sembra singolare che un uomo del Novecento, un comunista, pensi la luna in questi termini? Nella retorica del comunismo è il sole, non la luna, che illumina le verità indubitabili che si instaureranno. Tu contrapponi la luna e il dubbio alle certezze del sole dell’avvenire.

Maria Luisa: Sei uno strano comunista, lunare non solare, un tratto femminile piuttosto che virile.

Pietro: Sì. Io dico il dubbio.Insomma il leninismo è un’altra cosa. E tuttavia a lungo mi sono portato un’immagine nella mente. A un certo momento mi sarei trovato in prima fila in una schiera di fronte al nemico. Si produceva, pur se in altro modo, quello che era successo nel ’17: lo scontro e, nello scontro, noi comunisti prendevamo tutto nelle nostre mani. Invece questo non si è realizzato.

Maria Luisa: Mi colpisce molto. Tu hai avuto un’altra esperienza, sei stato molto attento alla complessità della lotta politica, eppure ti portavi dentro un’immagine risolutiva elementare: quella dell’ «urto finale».

Pietro: E l’illusione che nell’urto finale si ritrovi la nettezza dello scontro e lo spazio della vittoria. Non funziona, non è accaduto così. Le cose vanno in altra maniera. La condizione umana convive sempre con un elemento di casualità, di ’fantastico’. Un fiume senza bandiere e senza sponde.

Alberto: Un tono postumo, dopo la premonizione e l’assunzione della sconfitta, contrassegna la raccolta de L’alta febbre del fare. Essere sospinti, senza una direzione precisa e senza un confine. In una poesia intitolata «Conflitti (II)» ricorri alla metafora d’un mare magno della mente che va e sparge «incrostati relitti». Relitto, una parola fondamentale della contemporaneità.

Pietro: In Moby Dick, Ismaele, prima di imbarcarsi, legge nella Cappella del Baleniere a New Bedford: «Consacrato alla memoria di John Talbot che a diciott’anni si perdé nel mare vicino all’Isola della Desolazione al largo della Patagonia il 10 novembre 1836. Questa lapide alla memoria la sorella pose». Una lapide molto bella, a me ha sempre fatto molta impressione.

Maria Luisa: Vorrei ci soffermassimo su «Canto dell’educazione». Nel titolo dichiari una intenzione didascalica, alla Brecht. Ma il testo mi pare lontano da una piana pedagogia: Non si vide levarsi in volo/le mosche.//Si mangiava regolarmente/in piedi, le narici in silenzio. E il grande sonno/ascendere dall’unghia, adattarsi il sesso, come/dall’uno all’altro polo/la ghirlanda delle autostrade./Tale dolce zuppa di cane/sulla tiepida tovaglia.//C’è un organo nella chiesa./Non saprete mai/che dolcezza spande/a incantate formiche, vocate/a perseguirsi nella rupe dell’altare.//E un passo d’ape: così calmo, lento, inesorabile.

Pietro: È l’intreccio del vivere, non c’è mai una ricostruzione logica e razionale di quello che succede. «Il sonno che ascende dall’unghia»: pensa la bizzarria di un tale evento. Il sonno piuttosto te lo figuri che muove dalla testa, fantasia inafferrabile. E invece… La stessa invenzione a sorpresa mettere la zuppa di cane sulla tovaglia. E’ tutto un incrocio di eventi profondamente differenti e incomunicabili l’uno con l’altro e che, invece, si combinano come una qualche invenzione curiosa e straordinaria.

Alberto: In un distico perentorio come un monogramma, dodicesimo componimento de Il dubbio dei vincitori, dici: «Pensammo una torre./Scavammo nella polvere».

Pietro: Il progetto fallito. C’è la sconfitta del leninismo. Voglio registrare chiaramente la sconfitta. Questo è uno dei punti del mio pensiero. Siamo stati al centro di una grande opera, di una grande vicenda, ma siamo stati sconfitti.

Maria Luisa: Ancora. Ci interessa il filo comune, la trama che lega i testi. Tra le poesie di quella tua prima raccolta leggo versi come: «Mordi musica. Grida/il desiderio deriso: le fragili comunioni./Leva in alto la sconfitta». Una poesia che rivela, credo, come tu intendi la pratica del dubbio. Non dici la sconfitta mi schiaccia a terra, mi fa piegare in basso. «Leva in alto la sconfitta» perché si può ripartire a patto di mettere in dubbio il progetto perseguito e non realizzato.

Pietro: Della sconfitta voglio dare tutta l’emozione umana e chiedo aiuto alla poesia: «mordi musica», l’atto del mordere combinato con la leggerezza, l’impalpabilità. Esalto il nostro «desiderio deriso», «le fragili comunioni» ovvero gli incontri umani che non hanno retto. La fierezza della nostra aspirazione

Alberto: Tu metteresti vicino questo «leva in alto la sconfitta» – che è un gesto di orgoglio e di intensità, ma anche di forza e di intatta energia – con la metafora della torre? Levare in alto la sconfitta. La torre sarebbe stata la vittoria, ma la sconfitta ha in sé un elemento di elevazione.

Pietro: Le poesie che abbiamo letto e commentato sono l’opposto della apologetica sovietica e anche di quella togliattiana.

Maria Luisa: Non solo dell’apologetica. Anche di un modo che, quando la sconfitta si è dispiegata e nessuno poteva ignorarla, intendeva tuttavia riaffermare come giuste le analisi da cui quel progetto partiva e le forme per realizzarlo, senza metterle in dubbio, cioè senza accettare la sconfitta. Tu proponi un’altra strada.

Alberto: La pratica del dubbio trova nella fragilità una qualità che diviene stabile, né vinta e né smarrita: «Invitta fragilità/come lo gridi al mondo/fiore inzuppato di viola/come al vento tremando/dispieghi il tuo emblema».

Pietro: Qui è l’emozione della lotta politica, della vicenda che ho vissuto, quel percorso poi finito nella amarezza. «Invitta fragilità»: c’è questo doppio significato. «Come lo gridi al mondo»: come lo esalti, almeno dentro di me. «Fiore inzuppato di viola»: qui c’è un po’ di estetismo, mi persuade fino ad un certo punto. «Come al vento tremando»: il vento è la tempesta. Tremare, c’è la paura. Ma, comunque, tieni, fragilità, dispieghi la tua bandiera.

Il dialogo tra Maria Luisa Boccia, Alberto Olivetti e Pietro Ingrao è contenuto nel volume “Indignarsi non basta” (Aliberti Editore, 2011, pp. 43-55).

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