La socialdemocrazia è morta?

Articolo apparso su “Social Europe Journal” del 4 dicembre 2014. Traduzione dall’inglese di Fabio Vander.

La socialdemocrazia è morta?

Articolo apparso su “Social Europe Journal” del 4 dicembre 2014. Traduzione dall’inglese di Fabio Vander.

La socialdemocrazia è già morta, ma come il pollo senza testa del proverbio sta correndo per il cortile prima di stramazzare per sempre? Certo se anche la socialdemocrazia fosse ancora viva rimane difficile sapere il come e il perché. Vediamo di che si tratta.

Nessun partito socialdemocratico in qualsiasi parte del mondo è all’avanguardia. Certo ci sono partiti che possono trovarsi al governo – come in Danimarca, Svezia, Germania e Francia, da soli o come parte di una coalizione – ma questo avviene o per ragioni contingenti o comunque a seguito dei fallimenti della destra. In ogni caso una volta al governo i socialdemocratici non fanno altro che seguire le solite politiche di austerità. Nessun partito socialdemocratico ha un bagaglio di idee intellettuali e organizzative incisive e convincenti che possano sostenere un progetto politico alternativo. Il futuro sembra incredibilmente tetro. Perché?

Le ragioni non sono difficili da trovare. La socialdemocrazia è un costrutto del 19° secolo che ha raggiunto alcuni successi nel 20° secolo, ma è irrimediabilmente impreparato per il 21°. Questo perché tutte le forze che una volta rendevano forte la socialdemocrazia sono scomparse. Nell’ordine: l’esperienza collettiva della guerra, l’esistenza di un unica, organizzata e apparentemente espansiva classe operaia, la presenza minacciosa dell’Unione Sovietica – una pericolosa alternativa al libero mercato che ha costretto a grandi concessioni da parte di un padronato che temeva la rivoluzione in Occidente. Tutto questo garantiva la disponibilità del capitalismo ad addivenire a contingenti compromessi storici con i partiti socialdemocratici.

Ora con il senno di poi, questo ’periodo d’oro’ deve essere considerato come una eccezione del processo storico; mentre i socialdemocratici hanno continuato a considerarlo la norma. E anzi hanno aggravano questo errore di valutazione con effetti devastanti. Dopo aver perso tutte le loro fonti esterne di energia, si sono concentrati quasi esclusivamente nella “ricerca dei leader giusti”, quelli cioè che, a loro avviso, avrebbero potuto ripristinare l’‘età dell’oro’ a partire dall’alto. Questa è però una concezione tecnocratica della politica priva di movimento, di quella qualsiasi comprensione del contesto storico o geo-politico che dovrebbe invece ispirare le azioni della classe politica e di governo. I socialdemocratici sono come dei surfisti senza onde.

Ma il tempo non si è fermato. Le basi della socialdemocrazia del 20° secolo non solo sono evaporate, ma sono state sostituite da forze ostili. La globalizzazione e l’individualismo agiscono come pinze per togliere brano a brano tutte le possibilità di rinnovamento socialdemocratico. La globalizzazione – con le sue fughe di capitali e la pressione al ribasso su imposte e regole – suona un po’ dovunque la campana a morto del socialismo. Nel frattempo, l’individualismo e la cultura del turbo-consumo hanno reso la solidarietà sociale difficile, per non dire altro. In un mondo del genere, non solo abbiamo fortunatamente perso quel senso di deferenza che è stato tanta parte della socialdemocrazia paternalistica del secolo scorso, ma la “vita buona” è diventato un prodotto acquistabile dal consumatore solitario, non più risultato di una domanda strutturata creata collettivamente dal cittadino. La formazione senza fine e la riforma delle nostre identità attraverso il consumo competitivo, ha distrutto il tessuto sociale di cui la socialdemocrazia ha bisogno per mettere radici. Sicché oggi, a quanto pare, non c’è alternativa.

La breve ripresa delle fortune elettorali dei socialdemocratici alla metà degli anni ’90, costruita intorno a fenomeni come la terza via, il “nuovo centro” e il Clintonism, è costata in verità l’ulteriore erosione di una base elettorale che veniva sempre più ignorata. Nella errata convinzione che ci fosse un altro spazio politico da occupare, l’antica base sociale è stata abbandonata per i valori fondamentali e le priorità di un capitalismo finanziarizzato disfunzionale, per altro fallito clamorosamente nel 2008. E i socialdemocratici si sono fatti beccare con le mani nel sacco neo-liberista.

Questa crisi esistenziale della socialdemocrazia trova la sua massima espressione proprio nella crisi ininterrotta che attanaglia il capitalismo. Se l’obiettivo storico della socialdemocrazia è di umanizzare il capitalismo, il modo con cui le finanze pubbliche sono state utilizzate per salvare le banche a tutto danno delle persone che sono vittime del capitalismo, dimostra la pochezza della posizione socialdemocratica.

Dove la crisi ha colpito più duro, i socialdemocratici sono caduti più rovinosamente e più velocemente. Oggi il PASOK in Grecia esiste a malapena. Il PSOE in Spagna è assai malmesso ed è nettamente superato nei sondaggi da Podemos – un partito che ha meno di un anno! In Scozia, il Labour si trova di fronte ad un processo di liquidazione ad opera dei nazionalisti. In tutti gli altri paesi i socialdemocratici si trovano a combattere contro il populismo e un vento antipolitico che spazza l’Europa.

Tutto questo è evidente. Ma i socialdemocratici sembrano incapaci di fare qualcosa di più di un’alzata di spalle e rimangono fermi alle solite ortodossie. Lavorano di cesello ai bordi delle frontiere fiscali e normative, ma non riescono mai a rompere veramente i vincoli del neo-liberismo. Si comportano come se le vecchie divisioni di classe possano ancora garantire i loro elettori e si comportano come se il pianeta non fosse sull’orlo del collasso. Combattono per conquistare leve del potere in verità da tempo arrugginite o addirittura scomparse. Il bagaglio del passato sembra sempre più pesante da portare. Sembrano aver assunto la nozione di follia di Einstein, quella per cui si fa più e più volte la stessa cosa pretendendo di avere un risultato diverso.

Che fare? E’ il momento per i socialdemocratici di essere coraggiosi – davvero coraggiosi – perché il rischio è l’irrilevanza nel migliore dei casi, l’estinzione nel peggiore.

Tre sono le sfide chiave.

La prima è ridefinire il significato della “buona società”. La socialdemocrazia si è concentrata per troppo tempo sul materiale. Certo abbiamo sempre voluto una maggiore uguaglianza, ma questo può oggi significare semplicemente un sempre maggiore consumismo, in una gara che non può mai essere vinta? Se anche per i lavoratori il televisore al plasma deve essere sempre più grande, è evidente che il capitalismo ha vinto. Il tapis roulant del consumismo competitivo mina al fondo qualsiasi speranza di solidarietà sociale, tanto quanto distrugge l’ambiente. Invece di parlare di cose che non sapevamo di volere, pagate con soldi che non abbiamo, per impressionare gente che non conosciamo, i socialdemocratici dovrebbero parlare di altre cose – più tempo, più spazi pubblici, aria pulita, comunità, autonomia. Promuovendo di conseguenza politiche di limitazione dell’orario di lavoro, per la democrazia sul posto di lavoro, per l’accesso alla proprietà, per il reddito di cittadinanza, per più rigorosi controlli alle emissioni di carbonio.

La seconda sfida è quella di un cambiamento radicale in termini di internazionalismo. Se il capitalismo è andato al di là della nazione, la socialdemocrazia non ha altra scelta che andare nella stessa direzione. Ha bisogno di regolare e controllare i mercati, ovunque essi facciano danni alle persone o al pianeta. Certo questo è difficile e significa accettare limitazioni di sovranità. Ma il potere è vuoto se è esercitato sul piano nazionale mentre le decisioni economiche vengono prese in altri paesi e in altri continenti. Dovrebbe perciò operarsi una svolta politica a livello europeo su temi come un adeguato salario minimo da far valere su tutto il continente o come l’armonizzazione delle aliquote d’imposta sulle società.

La terza sfida è culturale. I socialdemocratici sono costretti a subire un clima d’epoca in cui sembra non ci sia spazio per avanguardie politiche che fanno cose a favore della gente. I socialdemocratici debbono realizzare che il loro nuovo posto dovrà consistere in una sorta di continuo empowerment dei cittadini. Piuttosto che tirare leve politiche, si dovrà cercare di creare piattaforme per mezzo delle quali le persone possono organizzarsi per cambiare le cose. Se si vuole, un ruolo più umile, ma essenziale e del tutto possibile in una società in rete, in cui Internet è diventato il nesso principale della cultura umana. I partiti devono aprirsi all’esterno. Hanno bisogno di vedere se stessi come semplice parte di molto più ampie alleanze per il cambiamento, non percepirsi più come gli unici depositari di ogni saggezza ed azione. In altre parole i partiti devono diventare veramente democratici, radicando il potere nel territorio e costruendo piattaforme in cui più soggetti collaborino intorno a questioni tipo quella energetica, del debito o dei nuovi media.

Queste sfide sono enormi e la scala delle trasformazioni necessarie parimenti vasta. Basti pensare l’improvvisa caduta della Kodak e l’ascesa di Instagram. Queste sfide possono essere affrontate con successo? Semplicemente non lo sappiamo. Pur non sottovalutando la portata delle trasformazioni necessarie per rendere la socialdemocrazia rilevante per il 21° secolo, non dobbiamo però neanche sottovalutare la nostra capacità di cambiamento. Il declino non è inevitabile. L’energia è là fuori e i socialdemocratici devono trovare nuovi modi per attingerla. Tutto dipenderà dalle decisioni politiche che sapremo prendere. Una nuova alleanza politica può essere costruita nonostante le risorse scarse e il poco tempo a disposizione. Riteniamoci avvertiti.

(L’autore è un opinionista inglese e collabora al “Guardian” e al “Newstatesman”)

(Fonte: “Social Europe Journal” -4 dicembre 2014)

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