L’alta febbre della politica

Questo è il discorso tenuto da Pietro Ingrao a Montecitorio in occasione della celebrazione dei suoi novant’anni. “Spero che questo Parlamento sappia garantire agli italiani la libertà della rappresentanza e- al tempo stesso- la capacità di mettere fine ai massacri e far tornare nel mondo la pace”

L’alta febbre della politica

Signor Presidente della Repubblica, signor Presidente della Camera, signore e signori:

vi ringrazio vivamente dell’onore che mi viene oggi fatto, in queste Aule, della vostra stima e delle parole generose che sono state pronunciate nei miei confronti e che evocano per me tanti ricordi. E tutti sappiamo, sentiamo che aspetto possente della vita umana (potremmo dire: del nostro vivere quotidiano) sia la memoria, il ripercorrere il vissuto: il tempo che ci trascinò e ci avvinse.

La prima cosa che voglio dire è che io ho un ricordo felice dei giorni trascorsi in queste sale: e particolarmente di quel tempo in cui ebbi l’onore di essere Presidente di questa Camera: un’epoca aspra, lo ricorderete, che vide durissimi, persino sanguinosi eventi.

Quando fui chiamato a quell’alto compito sin dai primi giorni decisi che sarei venuto, con la mia compagna, a vivere nelle stanze di questo Palazzo. Pertini, carissimo Presidente ed amico, che mi aveva preceduto, usava occupare un appartamento non molto grande, nella parte alta di questo edificio, che ha quel frontale così solenne. E però la sera egli tornava a casa: forse perché aveva una sua abitazione privata in un luogo fantastico di Roma: nei pressi della Fontana di Trevi.

Io decisi, invece, di venire ad abitare giorno e notte in questo Palazzo: forse perché in queste sale avevo conosciuto i primi momenti cruciali della mia esperienza politica.

Erano i tempi che seguirono la sospirata vittoria e in quei giorni io tornavo a casa dall’Esercito di liberazione ed ebbi la fortuna singolare che, nel ritornare qui nella Capitale, dimesse le vesti da militare, il giorno stesso mi nacque la mia prima figlia e fu una gioia nuova e grande.

Presto, dopo due, forse tre, giorni di licenza, il mio partito mi mise subito al lavoro. Fui mandato, d’imperio – usava così nel mio partito – a lavorare presso L’Unità. E fu da giornalista de L’Unità che ho conosciuto questo Palazzo: e una volta varcata la soglia, queste sale solenni e corridoi intricati, subito mi attrassero. Mi chiedo ancora oggi il perchè. Forse per ciò che per noi era, allora, la scoperta della politica libera.

Girando per questi ambulacri incontravo le grandi figure politiche che s’erano scontrate con il fascismo. Ero ansioso di conoscerli: politici ormai anziani e leader nuovissimi, appena rientrati da lunghi esilii o dal carcere. Dalla tribuna dei giornalisti guardavo quell’emiciclo con le pitture pompose di Sartorio in cui si svolgeva- e mi piaceva molto- il confronto fra le diverse parti.

Venivo così scoprendo la politica: le differenze, gli incontri, le polemiche, i tumulti con quelle sedute a volte tempestose. Avvertivo, però, nell’urto una vitalità. Imparavo a riconoscere le alleanze e le differenze, gli incontri e le separazioni. In seguito ho sempre respinto le basse letture che riducevano quei conflitti a meschino calcolo di potenza

Appresi, da un mio amico parlamentare, Renzo Laconi- che agì e lottò in Parlamento per lunghi anni- un’idea che mi rimase nella mente. Laconi rifiutava di leggere i dibattiti di quelle aule come mero urto di “parti” (per non dire: fazioni). Parlava dei diritti dell’Assemblea, e chiamava il governo a rispondere in nome di quel potere sovrano. E non erano tempi dolci. Agiva, allora, un urto molto aspro fra la sinistra di classe e la Democrazia Cristiana, guidata allora da una figura severa come De Gasperi. Anni di un dopoguerra difficile in un Paese devastato dall’occupazione straniera e da una guerra spietata. E quasi tutto era da ricostruire.

Quando, a volte, la sera – non so se accade anche adesso signor Presidente – giungevano dal Paese notizie di conflitti e scontri sociali, noi dai banchi dell’opposizione ci levavamo a chiedere che il Ministro degli Interni venisse a riferire all’Aula. E Laconi motivava quella richiesta sempre in nome del Parlamento: mai come domanda di singolo o di una parte soltanto.

Quella lettura mi trasmise un’idea dell’Assemblea come luogo centrale di controllo e di decisione: di potere nel suo senso più alto.

Il Parlamento diventava, così, per me un luogo di esperienza, in cui si verificava come potessero agire, fra i cittadini e fra i soggetti politici, la differenza e la congiunzione. E la differenza che marcavamo ci sembrava un segno essenziale della democrazia: nell’aula, pubblicamente- direi: naturalmente …- entravano in campo e si misuravano le letture diverse. Insomma era la ripulsa dichiarata del totalitarismo: il confronto e l’incontro intorno ad una responsabilità comune. Non so se voi siete riusciti e riuscite ancora, signor Presidente della Camera e signor Presidente della Repubblica, a risolvere questo grande problema del confronto e della scelta: ossia il dibattere, lo scontro, il differenziarsi, ma anche il riconoscersi in una Istituzione comune.

L’agire che a me sembrava rispondesse maggiormente a questa duplicità di funzione si realizzava prima di tutto in quell’Aula: in quel dialogo-dibattito, per cui anche a sera inoltrata costringevamo un uomo che pure era di tempra dura (Scelba, lo ricorderete), a venire a rispondere non tanto a noi comunisti, quanto al Parlamento. È vera, plausibile, questa relazione tra la Nazione e questo Palazzo, questa Aula e l’azione che qui si svolge?

Questa è la grande domanda che mi ha assillato per lungo tempo e mi ha fatto amare il Parlamento. In verità ero stato io a chiedere al mio partito di poter lavorare in Parlamento, e di lasciare il compito che avevo in quel palazzo di Botteghe Oscure che pure contava tanto nella gerarchia comunista di allora. Scelsi quella strada prima di tutto perché mi affascinava quel dialogo, quel dibattere pubblico, e il misurarsi insieme sui problemi che riguardavano l’intero Paese.

È certo che io ho vissuto in queste sale vicende amare, e soluzioni cocenti. Per una parte, però, scoprii anche una comunanza. Non dimenticherò mai, e voglio di qui mandargli un saluto, un collega che allora lavorò con me: il Presidente Scalfaro.

In verità allorchè fui eletto Presidente della Camera, ci fu qualche giornale malizioso che cercò di alimentare un sospetto (non so se fu proprio quel briccone di Montanelli …)Comunque un giornalista, intervistando il Presidente Scalfaro, gli chiese, maliziosamente, cosa egli intendeva fare di fronte al rischio che i comunisti con la presidenza Ingrao assoggettassero ai loro piani anche il Parlamento. E Scalfaro rispose in modo duro nei miei riguardi.

Dopo aver letto l’intervista, io chiamai a colloquio Scalfaro. Gli dissi sinceramente che si era sbagliato, che lo stavano ingannando. Io, invece, chiedevo il suo aiuto e la sua collaborazione in quella fase grave e delicata che attraversava il paese. E Scalfaro comprese e accettò.

Iniziò da allora, un sodalizio con lui che per me è rimasto un legame forte e alto. Lo ricordo qui proprio perché quella vicenda fu per me uno dei segni che, pur essendo io e lui molto diversi e altrettanto diverse le nostre storie, era possibile trovare, dentro il Parlamento, un terreno di comunanza. E ciò che mi ha attratto, durante il mio soggiorno in questo Palazzo, in quegli anni difficili, è stato proprio questo processo per cui, in quell’Assemblea, i diversi, nel Paese e nella Nazione, si incontravano mentre si differenziavano e persino si combattevano.

Devo confessare che però in due cose io fallii. Tutto sommato, a me sembrava ancora limitata una democrazia che guardasse solo a queste aule. Avevo girato l’Italia. Avevo conosciuto la molteplicità e la ricchezza della vita istituzionale italiana.

Signor Presidente della Repubblica, vedo con piacere che anche lei viaggia molto in Italia. Va nelle città, nei paesi, nei borghi, e apre un dialogo con la gente:a volte su posizioni che purtroppo- devo dirLe con molto rispetto- io non condivido (e lei, su ciò, sarà paziente, anche se qualche volta ho usato riguardo al suo atteggiamento,persino qualche parola brusca). E tuttavia, guardando le sue giornate, mi permetto di dire che mi sento vicino a un suo costume: girare per le cento città italiane che fanno la molteplicità e la complessità di questo Paese: per ricondurlo a Nazione.

Quando venni nel ’76 alla Presidenza della Camera, onorevole Casini, pensai molto alla possibilità di stabilire una comunicazione fra Assemblee, che non si limitasse ai due rami del Parlamento, Camera e Senato. Allora fra le due Camere avevamo stabilito un buon rapporto e anche un’intesa molto cordiale fra me e il Presidente Fanfani. Tuttavia, anche quel rapporto felice fra le due Assemblee, pure così importante, a me sembrava, a suo modo, limitato.

Allora, organizzai a Montecitorio un incontro con i Sindaci e i Presidenti delle Regioni– erano nate da pochissimo le Regioni – per cercare di discutere con quelle altre istanze della sovranità popolare- fosse pure solo per informazione- sui problemi che noi attraversavamo in Aula e cercare come anche quelle assemblee periferiche potessero partecipare all’opera comune. In un certo senso, la cosa era assurda: il Parlamento era già mastodontico, con i suoi mille parlamentari circa … Come si poteva, dunque, pensare di dilatarlo ancora? Tuttavia, io sentivo che questa idea plurale di Nazione potesse ampliarsi solo se ci fossimo allargati dalla vita di questo Palazzo alla vita dei cento e cento Comuni dove io sentivo che maturava tanta parte dell’esperienza politica degli italiani.

Non riuscii nel mio intento. C’era sì, in campo,qualcosa che vedo attiva ancora oggi: ossia una forza dei municipi. Ma vedo anche una tendenza – e questo mi preoccupa, signor Presidente della Repubblica–a rompere questa Nazione che tanto ha faticato (io discendo da un nonno garibaldino) a farsi unita.

Il mio secondo fallimento è che non seppi fare nulla per salvare Moro. Questa fu la tragedia che segnò quel mio mandato. Avevo una grande stima di Moro, sapevo quello che lui poteva rappresentare per la sorte del Paese. Tuttavia, quando egli mi scrisse una delle sue lettere, non riuscii a trovare la forza – e forse ho gravemente sbagliato – di dire: “ma sì, trattiamo”. E sento oggi quasi una responsabilità per la sua morte anche se tanti aspetti di quella vicenda mi appaiono ancora oggi misteriosi.

Finì così quella legislatura, ed io non volli tornare su quel seggio presidenziale. In verità il mio partito mi offrì di ripresentare ancora la mia candidatura. Ma io avvertivo che c’era una crisi più grande, che stava investendo non solo la mia parte e tutta la sinistra, ma il mondo in cui vivevo. Quella crisi proveniva certamente da una grande sconfitta della mia parte: quel comunismo cresciuto potentemente con Lenin e con Stalin ora viveva il crollo, e nemmeno Gorbaciov riuscì a salvarlo. Dunque mutava qualcosa di profondo nel pianeta, e io non avevo ancora chiaro quali fossero le strade per affrontare la nuova, grave fase della vita mondiale.

Lei sarà paziente, signor Presidente della Repubblica, se qualche volta sono stato un po’ noioso e testardo nell’appellarmi a quell’articolo della Costituzione, l’articolo 11, e a tutte le sue implicazioni. Forse mi sbaglio, ma mi sentirei davvero bugiardo se non dicessi qui, questa mattina, nella gioia di questo incontro, che purtroppo nel mondo è tornata non questa o quella guerra, ma una nuova- e terribilmente concreta- legittimazione della guerra. E questo mi spaventa, seppure spero ardentemente che questo ritorno dell’uccidere di massa sia bloccato dalla sete di pace.

Adesso questo Palazzo si dilaterà – non intendo: fisicamente –, perché mi pare difficile, signor Presidente, concepire i vostri lavori, i vostri incontri, senza connetterli a quell’orizzonte europeo che oramai è in campo. L’augurio che posso rivolgervi è duplice. Il primo è che da queste Aule, da questo luogo di Roma che ha una storia così grande, possiate contribuire felicemente a realizzare la transizione verso l’unità dell’Europa. Il secondo è che presto (già è così, ma forse bisogna fare di più) le cose che voi discutete qui, dentro quest’Aula, si incontrino con le cose che si discutono nel grande continente europeo in cui noi oggi siamo iscritti.

Come mi turba, mi emoziona ancora oggi, quando penso alle prime volte che sono entrato in questa Aula! Coglievo, allora, questa forma nuova dell’essere Nazione. Avevo vissuto la dura e sanguinosa vicenda della lotta clandestina, e ora c’erano l’Italia e il suo Parlamento.

Adesso- sebbene fatico un po’- sento che dobbiamo allargare la nostra relazione quotidiana con l’Europa e con il mondo. Spero che questo Parlamento sappia, insieme con il complesso dell’Europa, costruire questo domani difficile: e garantire agli italiani la libertà della rappresentanza e- al tempo stesso- la capacità di mettere fine ai massacri e far tornare nel mondo la pace. Questo è l’augurio più forte che faccio a voi, ringraziandovi, signori della Camera dei Deputati, signor Presidente della Repubblica.

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