L’Europa e l’ombra dello status quo

Riflessione sull’Europa dopo le elezioni 2014 di Nicola Genga

L’Europa e l’ombra dello status quo

EuropaIl mantra della vigilia era “this time it’s different”. Ma stavolta le cose sono andate davvero in modo diverso? Si è trattato, come mai prima, di elezioni pienamente europee e non più “nazionali di second’ordine”? Le previsioni e gli auspici, non sempre conciliabili tra loro, erano per una vittoria dei socialisti di Schulz, un trionfo dei populisti euroscettici, l’emersione di un’altra prospettiva di Europa.

A urne chiuse, sui dati elettorali si staglia l’ombra dello status quo. Lo stato di cose esistente non sembra scalfito dall’esito del voto. Certo, la lettura del risultato italiano ci fa dire che Renzi e il suo PD hanno stravinto, che la lista costruita nel nome di Tsipras è riuscita nella sua scommessa, che gli eurofili rigoristi di Scelta civica sono stati annichiliti e la Lega nord ha mostrato una rinnovata vitalità. In particolare, chi lavora a un nuovo progetto di sinistra radicale è giustamente soddisfatto per l’esito del voto, che ha visto la lista per “l’Altra Europa con Tsipras” superare lo sbarramento del 4%. C’è da dire che questo pur importante traguardo è stato raggiunto di un soffio, grazie alla bassa affluenza totale (58,68%), con un margine di circa 8000 voti e ottenendo circa la metà dei consensi che SEL e Rifondazione avevano raccolto complessivamente nel 2009, in occasione delle precedenti Europee. In Grecia Syriza ha raggiunto un risultato, quello sì, storico, guadagnandosi la palma di primo partito con la ragguardevole percentuale del 26,6%. Anche questo risultato, tuttavia, ha per ora un effetto di testimonianza, e abbastanza periferico.

Osservando i risultati su scala continentale si coglie un’inversione di tendenza nella partecipazione al voto, che ha smesso di scendere come aveva fatto costantemente dal 1979 al 2009. L’incremento dell’affluenza, però, è quasi trascurabile: dal 43 al 43,09%. Guardando ai partiti europei e ai gruppi parlamentari che verranno, i socialisti e democratici del PSE, che ambivano a ottenere la maggioranza relativa per poter rivendicare la presidenza della Commissione europea, hanno migliorato il proprio risultato solo di cinque seggi (2 riponderando il risultato rispetto all’aumento totale di seggi del parlamento), com’era nelle previsioni meno ottimistiche. Il PPE ha raggiunto la maggioranza relativa con 214 seggi, ma ha perso più di cinquanta europarlamentari. La sinistra radicale del GUE-NGL, che stando alle stime preelettorali sembrava potesse guadagnarne circa quindici, alla fine ha ampliato la propria rappresentanza di dieci unità. Se i Verdi hanno leggermente ridotto (da 55 a 52) il proprio peso nell’emiciclo, i liberaldemocratici e i conservatori-riformisti si ritrovano ad avere delegazioni ridotte ma non certo decimate.

A dispetto delle aspettative miracolistiche delle scorse settimane ha prevalso lo status quo, ossia una persistente concezione dell’Europa come soggetto politico afasico. Senz’altro si è verificata un’avanzata dei populisti euroscettici. Il gruppo EFD (Europa per la libertà e la democrazia) di cui fa parte lo UKIP ha lievemente aumentato i propri seggi, passando da 32 a 38. Inoltre, tra i 102 europarlamentari che per ora figurano come “Altri” e “Non iscritti” ci sono i 17 del Movimento Cinque Stelle e i 24 del Fronte nazionale francese. Nel 2009 il partito di Grillo non c’era ancora, e quello dei Le Pen aveva raccolto solo 3 seggi. Tuttavia, questa nebulosa euroscettica, nei suoi cerchi concentrici che vanno dalla destra conservatrice e isolazionista di Nigel Farage all’estrema destra neonazista di Alba dorata, passando per la destra radicale e nazional-populista di Marine Le Pen, non è una soggettività politica omogenea e faticherà a esercitare un incisivo potere di interdizione in Parlamento. Per il momento sembra che si possano costituire almeno due gruppi: oltre a quello dell’EFD, il FN potrebbe formarne uno insieme a Lega nord, Partito della Libertà olandese e altri.

Che cosa succederà? Difficile dirlo, ma non è improbabile che si realizzino le previsioni meno entusiastiche della vigilia. Insomma, l’effetto di rimbalzo dell’exploit euroscettico potrebbe essere un consolidamento del modello consociativo che da sempre caratterizza il funzionamento dell’Unione europea. D’altronde, tale formato si addice naturalmente alla fisionomia di un’Europa che non è ancora, e chissà se mai lo sarà, un sistema politico dotato di una propria logica, di un orizzonte statuale, di un nesso parlamento-governo, di un sistema partitico. E non ci si poteva aspettare che lo diventasse nello spazio di una campagna elettorale, nonostante il Trattato di Lisbona avesse stabilito un nesso neanche troppo vincolante tra il risultato del voto e la nomina del presidente della Commissione, alimentando così, con la complicità dei principali Europartiti, il mito dell’investitura diretta del leader. Pur in presenza di una eventuale meccanica plebiscitaria, quello europeo non è un sistema politico, bensì un ambiente politico-economico dai contorni identitari imprecisati, in cui vigono le pratiche intergovernative e tecnocratiche incardinate nel Consiglio europeo e nella Commissione. Quest’ultima, per come è oggi concepita, somiglia da molto lontano a un vero governo.

In questo panorama, l’avanzata delle forze eurofobe e eurocritiche non può che stimolare una reazione delle forze eurofile mainstream. La frammentazione del parlamento e l’instabilità economica perdurante rischiano di suscitare una risposta di sistema, con i partiti principali ad arroccarsi secondo una classica dinamica centripeta. In un simile scenario è improbabile che la morsa dell’austerità si allenti.

Per ciò che riguarda il socialismo europeo, l’incremento irrisorio conseguito in termini di seggi non può essere considerato una vittoria. Anche se, per completezza di informazione, occorre dire che negli Stati principali e più popolosi dell’Europa centro-occidentale le forze socialdemocratiche hanno conosciuto evidenti progressi. In Italia, Inghilterra e Germania i partiti affiliati al PSE hanno complessivamente guadagnato 19 seggi rispetto al 2009. Tale saldo positivo è però insufficiente a compensare la debolezza di questa famiglia politica nell’Europa orientale, dove le macerie dell’89-’91 pesano ancora sulla credibilità di qualsiasi ipotesi di sinistra, moderata o radicale che sia.

Nel caso francese e inglese i due populismi euroscettici hanno rivestito un ruolo da protagonisti. Nel Regno Unito lo UKIP sembra avere sottratto più seggi ai liberaldemocratici che ai laburisti. Costruito da un ceto politico di ex conservatori e attraente per l’elettorato laburista, quello di Farage è l’esempio di un soggetto “pigliatutti antisistema” capace di raccogliere il 27,5% dei voti e diventare il primo partito britannico. Anche il risultato francese è privo di precedenti: mai era successo che il FN ottenesse circa il 25% su base nazionale, arrivasse a essere il più votato del Paese e a occupare 24 posti nell’emiciclo europeo. Certo, i socialisti di Hollande hanno conseguito un risultato catastrofico (14%), ma per paradosso non hanno peggiorato nettamente la loro prestazione in termini di seggi rispetto a cinque anni fa, quando fecero eleggere solo un eurodeputato in più. Il sistema politico transalpino ha conosciuto uno smottamento generale in favore del partito di Marine Le Pen: la destra UMP, che era e forse sarà ancora di Sarkozy, ha perso 7 europarlamentari. I Verdi, che di solito fanno registrare buone prestazioni alle Europee, hanno subito un’emorragia di 8 seggi. Il Front de gauche, il cui socio di maggioranza è il partito comunista francese, è sceso da 4 a 3 seggi, attestandosi a una percentuale del 6%. Anche i centristi postgiscardiani hanno perso 2 rappresentanti a Bruxelles/Strasburgo.

Sulla vicenda tedesca, infine, non ha gravato un’ipoteca populista ed euroscettica. Alternative für Deutschland, che ha ottenuto 7 seggi, non è infatti un movimento ascrivibile a questa tendenza. Più che altro, sul voto tedesco ha influito il pronunciamento con cui la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la soglia di sbarramento prevista nella legge elettorale, favorendo così una distribuzione dei seggi più rappresentativa delle preferenze dei cittadini e, quindi, più frammentaria. Dieci dei 96 rappresentanti della Germania nel prossimo Parlamento europeo provengono da formazioni che si sono collocate al di sotto del 5%, tra cui i liberali (3 seggi), i pirati (1) e i neonazisti (1).

Globalmente il risultato del voto europeo non è caratterizzato da una dinamica univoca e coerente su scala continentale. D’alta parte è difficile che ciò possa accadere in uno spazio geopolitico che non si rispecchia in un sistema politico, non fa riferimento a una identità nazionale condivisa e non è nemmeno organizzato su base federale. Nelle aspettative di due anni fa la Francia poteva essere il traino di un processo in grado di portare l’Europa oltre le secche della crisi e l’avvitamento austerità-recessione. L’Italia, un anno fa, sembrava essere una zavorra. E, leggendo i dati delle elezioni del 2012 in Francia e del 2013 in Italia, quello che è successo sembrerebbe controintuitivo. Ma le cronache e le analisi politiche raccontano una realtà ben diversa: Hollande, malgrado l’arrivo trionfale all’Eliseo e la maggioranza parlamentare di cui dispone da allora, non riesce a uscire da un’impasse cronica.

Al di qua delle Alpi, Matteo Renzi parla di “centrosinistra europeo”. A dimostrazione di come l’enorme, sovradimensionato risultato del Pd possa alimentare degli equivoci. Dire che il socialismo europeo necessita di un aggiornamento e di un inventario è un conto, auspicarne la liquidazione è un altro. Nelle parole del segretario PD e presidente del Consiglio riecheggia invece il lessico degli anni Novanta, la prospettiva irenica quanto fallace dell’Ulivo mondiale di Blair e Clinton. Ma le critiche che da destra e da sinistra convergono sul socialismo europeo rischiano di incoraggiare la costruzione di steccati e fortini. La sinistra tutta, in Italia e in Europa, ha bisogno di un’analisi sobria e approfondita, per evitare di dover maledire un giorno questo fantomatico centrosinistra europeo come oggi si trova a maledire l’Ulivo mondiale e la sua Terza Via.

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