Pietro Ingrao: capire il mio tempo

Il 30 marzo 1915 nasceva Pietro Ingrao. Lo ricordiamo con questi suoi testi

Pietro Ingrao: capire il mio tempo

Le poesie sono tratte da Pietro Ingrao, Il dubbio dei vincitori, Milano, Mondadori, 1986; i due brani da Pietro Ingrao, Indignarsi non basta, Roma, Aliberti, 2011, p.39 e pp.37-38. In copertina, Giorgio Morandi, Paesaggio, matita su carta, 1962.

 

[…] Mi riferisco a quella lettura del mondo, che non si dà nel clamore, quasi sempre manifestazione di passività, segno di inerzie e di ripetizioni. Carenza di pensiero. Al contrario, silenzio non è un nulla, un’assenza. È un pensare interiormente.

Silenzio è interiorità. È un fermarsi nell’ascolto, rispetto alla cosa che è inerte e opaca, alla piattezza, intendo dire proprio la grevità materiale.

Il silenzio è sempre più avanti. Taci, ma compi l’atto del tacere. Essere silenzioso è un agire e, dunque, nel silenzio ci si esprime. La poesia, per me, come lettura del silenzio. Nei miei libri di poesia non c’è l’urlo, non c’è mai chiasso.

XXVII

Venite musiche.

Tra le fronde

sciogliendovi

senza nidi, senza rimpianti

senza timori,

libere e imperiose,

venite a dire

il calmo silenzio

grave.

Se voi venite

non possono uccidervi.

Voi siete

l’ultimo.

Siete silenzio

rispetto alla cosa.

 

L

Mordi musica. Grida

il desiderio deriso: le fragili comunioni.

Leva in alto la sconfitta.

 

XXIV

Da noi discendete.

Da ciò che fummo.

La rosa non ci sarebbe.

Se ci cancelli, s’apre un abisso.

 

XXXII

Così lontano sul lago,

pallido velo

che fugge, astro,

simili a te

anche noi precipitiamo: pianure

e clivi, nidi

aggrappati alle montagne,

muti pensieri nell’aria;

astro che trema anche noi, sbiancato segno.

 

[…] L’approfondimento dell’opera di Marx, la lettura della relazione di classe dentro lo sviluppo delle forze produttive. Sul potere Franz Kafka mi ha illuminato più di tanti testi di teoria politica e, come mi è capitato di dire, è stato un contravveleno al finalismo progressista, un po’ ottuso, di una certa vulgata marxista.

E, sulla crisi epocale dei linguaggi, nel mio impegno a capire il mio tempo, una luce mi è venuta dal monologo interiore di James Joyce e dai tempi del montaggio cinematografico; dal canto di Giacomo Leopardi e dal silenzio entro il quale si formula la parola in costrutti nuovi di senso. Su questi palinsesti ho tentato di cogliere sostanza e forme della modernità.

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