Salto della specie

Vulnerabilità, relazione, interdipendenza, cura: parole del lessico politico femminista che in tempi di coronavirus diventano finalmente di senso comune, ma implicano un salto di civiltà in cui le donne possono fare la differenza.

Di Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia, Tamar Pitch, Giuliana Giulietti, Chiara Zamboni, Diana Sartori, Manuela Fraire, Pat Carra, Bianca Pomeranzi, Fiorella Cagnoni, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Giannina Longobardi, Anna Maria Piussi, Traudel Sattler, Maria Rosa Cutrufelli, Elettra Deiana, Paola Mattioli, Grazia Zuffa

Salto della specie

Foto di valentinsimon0 da Pixabay

Vulnerabilità, relazione, interdipendenza, cura. Sono parole tratte dall’esperienza comune femminile, che il lessico politico e teorico femminista ha fatto proprie e elaborato per decenni. Parole che solo venti anni fa era avanguardistico e minoritario pronunciare, e che oggi, nell’emergenza coronavirus, sono diventate maggioritarie e di senso comune. Un virus che ha ben poco di naturale, essendo il prodotto sociale della scellerata politica (maschile) di sfruttamento e devastazione della natura, ci fa sentire oggi tutte, e tutti, vulnerabili. La misura, necessaria ma crudele, del distanziamento sociale fa scoprire anche agli individualisti più incalliti quanto siano preziose e irrinunciabili le relazioni affettive, sociali, politiche. La scoperta di essere, nel contagio, ciascuna/o pericolo e salvezza per l’altro/a ci rende finalmente consapevoli della nostra reciproca interdipendenza e del fatto che, per dirla con papa Francesco, nessuno si salva da solo. Il Covid-19 infine, come pure tutte le malattie sociali che il virus ha esacerbato (povertà, emarginazione degli anziani, disuguaglianze, discriminazioni), mette la questione della cura al centro della crisi in corso: la cura medica, ma anche le molteplici pratiche della cura dell’altro (congiunti e non) di cui più donne che uomini sono capaci.

Oggi al centro della scena, queste quattro parole fanno parte di un’antica ma sempre presente esperienza femminile. Non c’è bisogno di spiegare perché essere da sempre esposte alla violenza maschile ci fa sentire da sempre vulnerabili, o perché la relazione materna ci dice da sempre che da un’altra nasciamo e senza quella relazione primaria non esisteremmo, o perché la cura degli altri è per noi donne inseparabile dalla cura di sé e del mondo. C’è bisogno però di sottolineare che di queste quattro parole ci sentiamo fieramente titolari: non sentiamo risuonare in esse il peso di un destino, ma la scintilla di un domani migliore dell’oggi, per noi donne e per l’umanità intera. Esse racchiudono la necessità del salto di civiltà che la congiuntura presente impone.

Chiamiamo salto di civiltà un cambiamento soggettivo, economico, sociale e politico che antepone la relazione e l’interdipendenza alle pretese arroganti dell’individuo sovrano, la vulnerabilità e la cura all’onnipotenza necrofila, il bene comune all’interesse parcellizzato e al profitto, l’immaginazione e l’invenzione politica alla reiterazione delle mosse del potere. Questo salto ha un segno femminile, perché si nutre dell’esperienza storica femminile e vive da decenni nella politica messa al mondo dal femminismo. È un salto della specie, in cui le donne non rivendicano qualcosa per sé ma aprono una strada per tutti.

È per questo che nella congiuntura presente ci sentiamo centrali, necessarie e protagoniste, e nient’affatto discriminate, sconfitte, penalizzate, risospinte indietro come recita un martellante e fastidioso refrain intonato ogni giorno dai media mainstream, e purtroppo quasi sempre da donne che parlano senza autorizzazione a nome di tutte le donne. Un refrain che oggi vede nella scarsa presenza femminile nelle task force il segno della discriminazione e della sconfitta delle donne, e nel lavoro di cura femminile il segno di una maledizione. E chiede a gran voce cooptazione nei “luoghi della decisione”, e emancipazione dal lavoro riproduttivo in nome di un maggiore ingaggio, e di più luminose carriere, delle donne nel mercato del lavoro produttivo.

Non neghiamo che questi due fatti – la sottoutilizzazione delle competenze femminili e il sovrasfruttamento del doppio lavoro, domestico e produttivo, delle donne – esistano. Ma i fatti vanno interpretati. E noi non riusciamo a vedere nelle task force che oggi supportano l’azione di governo dei desiderabili “luoghi della decisione”: ci pare di assistere piuttosto al proliferare di luoghi della non-decisione, in cui il sovrapporsi di competenze specialistiche e competenze di governo non riesce a ridare vita a quella competenza politica autorevole e credibile che invece si eclissa sempre più nelle nostre democrazie in crisi. Quanto alla cura femminile della vita, sappiamo bene che essa è sempre a rischio di appropriazione e sfruttamento da parte di un sistema economico che dopo aver distrutto il welfare pretende di sostituirlo con l’erogazione gratuita di prestazioni femminili. Ma sappiamo altrettanto bene che alla cura della vita – della vita propria, dei propri cari, delle relazioni d’amicizia, dell’ambiente, del legame sociale – le donne non rinunciano, perché sanno quanto sia necessaria e perché è la loro impronta sull’esistenza collettiva. Quello che viene letto come doppio sfruttamento, nel lavoro produttivo e in quello riproduttivo, va letto piuttosto come la sacrosanta pretesa femminile di affermare l’inseparabilità della produzione dalla riproduzione e del lavoro dalla vita.

Non si risponde a questa doppia pretesa chiedendo per le donne solo un più alto tasso di occupazione e lasciando non si sa a chi il lavoro di cura, ma togliendo la sfera della riproduzione dal cono di invisibilità e sfruttamento in cui il primato della produzione l’ha confinata. Mai come oggi è evidente che questo primato va messo in discussione perché è un primato incurante, letteralmente, della vita. E mai come oggi le donne sono la prima linea di questo urgente ribaltamento delle priorità dell’agenda economica e sociale.

La politica delle donne non è mai stata una questione di numeri, né di competenze specialistiche. Il femminismo della differenza sessuale, che è il nostro femminismo, è stato spesso e ingiustamente accusato di essenzialismo: ma non c’è niente di più essenzialista di un femminismo paritario che invoca “più donne” in tutti campi della vita associata come se questa fosse la magica formula in grado di cambiare le cose e renderci felici. Le donne oggi sono già dappertutto, e che siano “di più” nei posti apicali significa poco o nulla, se questo di più non è accompagnato da pratiche politiche che rendano la loro presenza un punto di riferimento per altre donne e che facciano la differenza rispetto all’ordine dato.

Comprendiamo il desiderio di riconoscimento sociale che muove quell’invocazione, tanto più in un paese come l’Italia che di riconoscimento, e di riconoscenza, verso noi donne è particolarmente avaro. Tuttavia non possiamo non ricordare che la libertà femminile comincia, è cominciata storicamente, precisamente quando abbiamo imparato a fare a meno del riconoscimento delle istituzioni del patriarcato, e a cercarlo piuttosto nelle nostre simili. Così come non possiamo non ricordare alle amiche francesi promotrici dell’appello “dateci voce” che la voce, come la libertà, non ci è stata mai data: ce la siamo sempre presa, al prezzo di lotte e di conflitti.

La querula richiesta di cooptazione ci mortifica, perché abbiamo appreso da Virginia Woolf a non accodarci al “corteo degli uomini colti”, o competenti che siano. Il riconoscimento delle competenze individuali non può sostituirsi al senso e alla potenza di una soggettività politica che abbiamo acquisito e che rinnoviamo collettivamente. La pretesa di prescindere dal nostro sesso per approdare nel nuovo limbo dell’indifferenza di genere postmoderna, che somiglia tanto al vecchio limbo dell’individuo neutro moderno, ci fa sobbalzare: non è nonostante ma in quanto siamo donne che ci sentiamo attrici del cambiamento. Non abbiamo niente da rimproverare alle nostre antenate, dalle quali abbiamo imparato a ribellarci, e non abbiamo niente da rimproverarci di fronte alle nostre figlie, alle quali consegniamo un percorso di libertà, certe che non mancheranno di arricchirlo e di potenziarlo.

Qui il PDF

Per adesioni, interlocuzioni, dissensi commentate qui sotto

50 Commenti

  1. maria

    Raramente ho letto in articolo cosi lucido e capace di dare forza a tutte le donne per quello che sono e per quello che fanno.Far risaltare interdipendenza tra la cura e la possibilita, necessità che questa debba e possa fare parte del progetto più ampio chiamato Salto di civiltà è una straordinaria occasione di riflessione e di crescita per tutte le donne. Per noi tutte e tutti.
    Grazie a tutte voi per questa bella riflessione: così si può davvero ricominciare a ricostruire il mondo.

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    • ida Dominijanni

      grazie a te

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      • Daniela

        Grazie di questo chiaro e lucido scritto.
        È da molto che non leggevo jn documento che condivido appieno ✊

        #lacura #lecuredelsè #LoveThePlanet #ZeroWaste #MicroCosmo

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    • Elisabetta

      Grazie. È una lettura lucida e propositiva del difficile momento che stiamo attraversando e offre nel contempo una via innovativa per uscire dagli stereotipi che di volta in volta ci hanno cucito addosso e…che abbiamo anche accettato.

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  2. Anna M. Algeri

    Aderisco convinta. Come diffonderlo?

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    • ida Dominijanni

      come vuoi. social, wapp, etc

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    • Adriana Re

      la mia adesione è totale
      Ottimo testo, descrive perfettamente quello che le donne sono e fanno da sempre e oggi più che mai.

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    • Rosalba

      Condivido subito !
      Mi viene da piangere…
      E gioisco allo stesso tempo perche’ finalmente
      L’essere donna viene descritto in tutte le sue sfaccettature …senza pietismi ma con consapevolezza che esistiamo ed agiamo e viviamo in tutte le angolazioni di questa vita.
      Questa dura prova che tutta l’umanità sta subendo (per proprie responsabilità)spero porti umanità e cervello!!
      Vi ringrazio per questo bellissimo articolo.❤️

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      • Patricia

        È sempre un gran piacere leggervi e condividere il vostro pensiero lucido e indispensabile perché aiuta sempre a chiarire e rimettere al centro la prima matrice femminista dal quale tutto è partito. Ricordarcelo aiuta a non perderci. Grazie

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  3. Franca Tombari

    Sono d’accordo su molte cose, solamente che l’essersi “dimenticate” di nominare delle donne nella task force é stata una cosa troppo grande per essere taciuta, dice molto delle resistenze del maschile a cambiare. É vero non é una cosa per cui ci dovevamo stupire e chiedere voce è uno slogan sbagliato perché la voce bisogna prenderlo. La parlo la parità fa danni.. Per quanto riguarda la differenza femminile al suo interno ci sono tante differenze: età, stato sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, ecc : noi donne dobbiamo interloquire con le nostre differenze e con altre differenze con cui possiamo fare delle lotte comuni… proprio per questo non mi sembra affatto che un certo pensiero postmoderno stia pensando a una società del dominio del neutro… ma piuttosto a superare il destino che viene imposto dall’esterno se nasci donna, o nasci povera ecc. . Penso anche che il femminismo si sta sempre più dividendo al suo interno facendo difficoltà a comunicare… questo è un peccato perché in questo modo non c’è la trasmissione intergenerazionale di quelle pratiche che lo hanno reso forte…

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    • Alessandra guermandi

      Penso a Sara Gandini, all’ articolo suo e di altre sue collaboratrici ripreso dal New York Times: è una donna che insieme ad altre chiede di dire la propria, di esserci nel ripensare alla ripresa. Il desiderio femminile va sostenuto, è vitale, perchè son stanca di voci incravattate che ostentano sicumera: nel mondo c’è bisogno della moneta del desiderio e dell’ambizione femminili, da sostenere e da contrastare, non importa. Ma devono circolare, per il bene di tutti. È anche qui che vedi la forza di una storia: nel saper essere valide interlocutrici. Basta con le retrovie: troppo narcisismo, scusate, troppo pensiero di autorità che si alimentano di riconoscimenti circuitati nel chiuso. Nel medesimo. Basta con i freni del purismo: ho fiducia di poter dare di più.

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    • Mariella Pasinati

      Ringrazio per l’ottimo testo e la mia adesione è convinta.
      Vorrei sottolineare la necessità e priorità, perché il salto di civiltà avvenga, di agire il cambiamento soggettivo e individuale in tutti i nostri comportamenti (dal consumo alla stessa pratica della “cura”), a volte la distanza fra ciò che si dice e ciò che si fa è ancora troppo grande.

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  4. Caterina FP

    Niente da aggiungere se non che la violenza psicologica nei luoghi di lavoro, il cosiddetto mobbing, miete vittime specialmente tra le donne. Temo che la ripresa coinciderà con una recrudescenza del fenomeno, che di solito colpisce donne al rientro dalla maternità.
    Ne ho esperienza personale, raccontata in un diario-saggio che invio gratuitamente su richiesta in formato ebook.

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  5. Marta Garosi

    Un lavoro magnifico, un passaggio via l’altro in una sequenza perfetta. Bravissime, vi ringrazio tutte

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  6. Donatella Delfino

    Come donna l’adesione è totale, non potrebbe essere altrimenti. Il punto è come arrivare al “salto di civiltà”? Ho l’impressione che il modello maschile non mostri nessun segno di indebolimento perché le donne, non tutte ma quasi, che arrivano in posizioni apicali vi si adeguano invece di praticare una politica che “renda evidente la differenza verso l’ordine dato e sia punto di riferimento per le altre donne”. Come arrivare quindi a modificare questo stato di cose? Come allargare tra le giovani donne la consapevolezza della loro differenza? Con molti più esempi positivi che vengano da donne in posizioni di potere come punto di riferimento per le altre donne?

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  7. Antonella

    Dell’articolo non mi piace come viene liquidato il Coronavirus. Certo “prodotto sociale…..” ma il conoscere e pensare che esisteva un piano per la pandemia, un isituto che doveva prendersene cura, un responsabile che non si sente tale e imperversa impundentemente in televisione…si schianta sui 30 mila morti/e, sulla sofferenza per la privazione delle libertà affettive e sociali, sull’angoscia di essere contagiata e di contagiare. A me sembra che il documento, pur condividendolo, sia ancora una mano tesa….a chi?

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  8. Gabriella

    Adesione convinta. Per quello che mi riguarda il salto dovrebbe cominciare dalle regole di ingaggio del lavoro, dai contratti collettivi. Le logiche competitive con cui sono costruiti hanno la firma del patriarcato. Pretendo cooperazione e non competizione. Solidarietà e inclusione e non false logiche meritocratiche.
    Insomma ci sto.

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  9. Rossana Mungiello

    Aderisco profondamente all’appello, credo che sia la questione più evidente e urgente messa in luce da questa emergenza

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  10. Chiara Sacchet

    “Non abbiamo niente da rimproverare alle nostre antenate, dalle quali abbiamo imparato a ribellarci, e non abbiamo niente da rimproverarci di fronte alle nostre figlie, alle quali consegniamo un percorso di libertà, certe che non mancheranno di arricchirlo e di potenziarlo”. Le prime avvisaglie che tutto va tornando (peggio di) com’era le stiamo vivendo: il lessico e lo sguardo del femminismo si sono rivelati strumenti profetici verso la situazione che abbiamo vissuto. La responsabilità politica è, oggi, quella di fare di tutto per non dimenticarsene.

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    • María Elisa

      C’è bisogno e continuare avanti , ma da la libertà femminile.

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  11. Rita Podda

    Aderisco convinta e ringrazio per il bel lavoro che riesce a dar conto di tanti pensieri che ci stanno attraversando in questo periodo; pareva fosse giunto il momento per la politica di raccogliere programmaticamente i pur certi mutamenti di sensibilità e visione che anche attraverso questa vicenda si stanno manifestando nelle vite di donne e uomini per cui ci si attendeva un segnale di cambio di paradigma. Nessuno invece si assume la responsabilità di invertire lo stato delle cose, si governa solo l’emergenza per un ritorno all’ordine dato e le ritardatarie cooptazioni femminili, seppure autorevoli, mi pare vadano in questa direzione. Resta senza risposta e senza interlocuzione il nodo centrale da voi sottolineato: “Quello che viene letto come doppio sfruttamento, nel lavoro produttivo e in quello riproduttivo, va letto piuttosto come la sacrosanta pretesa femminile di affermare l’inseparabilità della produzione dalla riproduzione e del lavoro dalla vita”.

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    • Grazia

      Ringrazio Disna Sartori per avermi inviato parole cosi profondamente assonanti nel mio profondo. Il linguaggio e la narrazione femminista mi aprono la mente come nessun’ altra. Comunque sono tra quelle che preferiscono essere fuori dalle istituzioni, quando é appena possibile. Grazie a tutte

      Rispondi
  12. Anna Bilotti

    Aderisco e sottoscrivo

    Rispondi
  13. Maria Ester Mastrogiovanni

    Chiarezza di pensiero e di sintesi rendono questo vostro lavoro una sorta di ‘manifesto’ da far circolare per dare valore ad una soggettività femminile autorevole che già esiste e si manifesta ma deve ancora lottare per essere riconosciuta e nominata da chi ha potere. Il nodo è e rimane il potere. L’autorevolezza è fondamentale, la vita è nelle mani della cura delle donne, ma se questo è importante bisogna affrontare la questione del Potere. Grazie.

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  14. Sandra Simonetti

    Aderisco.

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  15. Antonietta Potente

    Mi unisco a questa riflessione e appello. Normalmente gli uomini, maschi, addetti alla politica e alla religione, o ci escludono o ci scelgono a loro immagine e somiglianza, e questo è l’ennesimo caso.

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  16. Agata schiera

    Ottimo

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  17. Silvia Bergero

    Brave, grazie di aver dato forma lucida e “alta” a sensazioni, pensieri, constatazioni e costrizioni che ciascuna di noi vive. Aderisco e ora mi impegno a divulgare il documento via social

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  18. Giuliana Ruoti

    Mi dispiace dover ammettere che mi aspettavo di leggere un articolo con un appello più incisivo.
    Forse è da troppo tempo ormai che aspetto inutilmente che il pensiero della differenza si trasformi ed evolva verso un femminismo di elaborazione della differenza storica.
    Il nucleo centrale, ovvero: “Quello che viene letto come doppio sfruttamento, nel lavoro produttivo e in quello riproduttivo, va letto piuttosto come la sacrosanta pretesa femminile di affermare l’inseparabilità della produzione dalla riproduzione e del lavoro dalla vita” non trova il coraggio di mettere in discussione fino in fondo il sistema di produzione in sé, come proiezione della visione patriarcale dell’impronta umana impressa su tutto il pianeta.

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  19. Katia Maurelli

    Aderisco con un sospiro di sollievo: era ora. E aggiungo: dalla teoria alla pratica, dichiariamo lo stato di secessione, con pratiche di astensione delle donne da tutto, in chiave dichiaratamente ambientalista ( non dimentichiamo l’esperienza dell’ eco femminismo); astensione come fine di ogni forma di connivenza con lo Stato patriarcale. Un’azione Politica trasversale nei Media mainstream, nel parlamento, negli organi giudiziari, nei consumi. Lisistrata all’ennesima potenza. Il momento è propizio: nella stasi da pandemia non abbiamo più nulla da perdere, tutto da sovvertire. Grazie. Diffondo

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    • Carola Spadoni

      La riflessione é puntuale e necessaria ma inquadra un contesto privilegiato nel quale forse esiste una comunanza che nella realtá urbana italiana é ormai difficile da intercettare. Le contingenze di disparitá sfruttamento e abuso erano enormi e lo sono ancora più oggi, cé bisogno in italia di più donne ovunque che prendano decisioni e in questa maggioranza abiteranno anche le migliori e più conscie dei diritti da difendere e degli ordini del giorno da sottolineare. Le quali si auspica facciano la differenza nella vita di tutti i giorni in solidarietà con le più deboli e sfruttate.

      Rispondi
      • Carola

        Potete cancellare il doppio commento grazie

        Rispondi
  20. Donatella Franchi

    Mi ritrovo completamente in questo testo di cui vi ringrazio molto.
    Lo faccio circolare.

    Donatella

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  21. Betti Briano

    Sottoscrivo ogni parola! Vi ringrazio, lo diffondo con gran piacere. Betti

    Rispondi
  22. Patrizia Sentinelli

    Brave! Sono molto d’accordo
    Serve un salto

    Rispondi
  23. ARCANGELO DIASPRO

    Analisi lucida e perfettamente aderente all’attualità.

    Rispondi
  24. Daniela Dioguardi

    Condividiamo il testo e vi ringraziamo per aver dato voce in forma compiuta a riflessioni, critiche, pensieri che si agitavano confusamente in molte di noi femministe della differenza. C’è una questione tuttavia che vogliamo porvi. Il problema per noi non è l’assenza delle donne dalle task force che “proliferano” inutilmente, ma il fatto che si siano istituite. Sono uno dei tanti segni che la politica istituzionale, massmediatica, quella che abbiamo chiamata politica seconda, agisce all’interno di percorsi noti e che è rimasta del tutto estranea alle critiche che muoviamo da più di mezzo secolo. Questa purtroppo è la politica che decide e che sicuramente non è d’accordo con il salto di civiltà, di specie, oggi necessario. Abbiamo realizzato moltissimo, ci siamo prese voce e libertà, come le nostre antenate si erano prese i diritti elementari di cittadinanza, ma non siamo riuscite a scalfire l’idea e la pratica del potere. È come se ci muovessimo su due binari paralleli, destinati a non incontrarsi. Sarà quindi difficile che possa realizzarsi il salto di civiltà che auspichiamo anche perché sui massmedia, quando non impazza la misoginia, trionfa il femminismo paritario, delle lamentele e delle rivendicazioni di posti, che ci vuole “dappertutto” ma nel rispetto dell’”ordine dato”. È un messaggio che arriva velocemente e facilmente a tutte, anche alle più giovani. E come fare per abbattere “il primato della produzione, incurante della vita”, quando sembra che una parte del femminismo della differenza condivida l’idea che anche i corpi possano essere messi in produzione? In nome sì della libertà, ma non certo di quella che si nutre ed è venuta al mondo attraverso le parole tratte dall’esperienza comune femminile: vulnerabilità, relazione, interdipendenza, cura.
    Le compagne della Biblioteca delle donne e centro di consulenza giuridica Udipalermo

    Rispondi
  25. Gemma

    Aderisco in pieno a questa riflessione perché confermo che state consegnando a noi figlie un percorso autentico di libertà e di condivisione con le nostre madri. State continuando a tracciare una via lastricata di desideri, intuito femminile e di profondo contatto con noi stesse. La strada maestra per intraprendere relazioni di senso.

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  26. Gabriella Rossetti

    Grazie. È una svolta credo .sono parole note ma è nuovo il modo in cui sono intrecciate a creare una visione larga. Non si chiede di entrare ma di capovolgere gentilmente. Da qui in poi storie e cose da fare.

    Rispondi
  27. Elisabetta Désirée Ghiotto

    Condivido ogni passaggio del vostro articolo, grazie

    Rispondi
  28. Carola Spadoni

    La riflessione é puntuale e necessaria ma inquadra un contesto privilegiato nel quale forse esiste una comunanza che nella realtá urbana italiana é ormai difficile da intercettare. Le contingenze di disparitá sfruttamento e abuso erano enormi e lo sono ancora più oggi, cé bisogno in italia di più donne ovunque che prendano decisioni e in questa maggioranza abiteranno anche le migliori e più conscie dei diritti da difendere e degli ordini del giorno da sottolineare. Le quali si auspica facciano la differenza nella vita di tutti i giorni in solidarietà con le più deboli e sfruttate.

    Rispondi
  29. Silvia

    Anch’io leggerei volentieri il diario saggio.

    Rispondi
  30. giusi ambrosio

    Bellissimo testo. Condivido il senso complessivo e lo sottoscrivo. Credo però che anche una riflessione su cosa è natura possa avere un significato politico oltre che filosofico. Dire che il coronavirus non è naturale potrebbe voler significare che in natura niente costituisce pericolo, eppure i virus sono naturali. In natura per citare Spinoza, sub specie aeternitatis non esistono il bene e il male che sono tali nella esperienza umana, cioè sub specie societatis.
    Altra riflessione sulla presenza/ assenza delle donne nei luoghi in cui si decide; quello che da tempo abbiamo definito tetto di cristallo e che il raggiungerlo non significa necessariamente cooptazione per decisione patriarcale o omologazione al modello maschile, non sempre.
    Il salto di civiltà necessario mi sembra una buonissima idea che una pratica filosofica metterà in circolazione. Un grande grazie per il lavoro e la discussione. Giusi Ambrosio

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  31. Iolanda da Deppo

    Condivido la riflessione perché da femminista non mi interessa avere più spazio nel modello maschilista della società, mi interessa cambiare il modello e i suoi valori gerarchici, autoritari e capitalistici.

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  32. Marisa Guarneri

    l vostro testo da respiro. Ci fa uscire dalla imposta obbedienza del presente. Marisa Guarneri

    Rispondi
  33. ROSA DALMIGLIO

    Le DONNE fanno la DIFFERENZA nel dopo COVID 19
    è iniziata l’ERA della DONNA così ha parlato il Presidente Xi Jinping al Congresso Legislativo delle Donne Cinesi- 11 Maggio a Pechino
    il primo progetto di 224 milioni di dollari sul COVID 19 vede una donna imprenditrice al vertice

    servono uomini migliori in ITALIA, le DONNE ONESTE e CAPACI non mancano

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  34. Rita Corsi

    Le parole che servono, grazie

    Rispondi
  35. Antonietta Lelario

    Finalmente un testo che resituisce energia. Condivido e aderisco anche firmandolo. lo sto facendo girare fra soci e socie del circolo La Merlettaia di Foggia.

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  36. Adlo

    Come uomo ed essere umano vi ringrazio per avermi commosso con questo pezzo liberatorio che mette così bene in chiaro la strada da seguire.

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