Salvini non è invincibile, ma ora il PD riorganizzi il mondo del lavoro

Dopo la battaglia elettorale in Emilia-Romagna il Capitano è graffiato sul volto, ma non affatto abbattuto. Se la sinistra, e in essa soprattuto il PD, vuole davvero riguadagnare terreno contro l’onda espansiva della destra reazionaria, deve acquisire coscienza del suo ruolo, prendere una decisa posizione sul crinale della questione sociale e ricucire dal basso i legami con le fasce di popolazione che dovrebbe rappresentare

Salvini non è invincibile, ma ora il PD riorganizzi il mondo del lavoro

Articolo uscito su Strisciarossa il 29.01.2020

Il capitano non è invincibile. Affrontato in condizioni di scontro aperto è anzi vulnerabile. Ha indovinato, in un recente passato, una fondamentale mossa strategica che gli ha consentito di raccogliere un partito moribondo, di resuscitarlo in fretta sino a varcare nei sondaggi il 30 per cento. Lo ha fatto con una indubbia intelligenza tattica occupando nell’offerta politica un vuoto lasciato dalla destra radicale. Quando è venuta meno AN, che peraltro aveva rinunciato a politicizzare la questione etnico-identitaria alla maniera della destra francese, i nipotini dei leghisti, che agli esordi volevano “il tricolore nel cesso”, hanno indossato proprio loro le camicie del sovranismo, sfondando anche nel Meridione con il nuovo motto “prima gli italiani”.

A questo intuito politico, che per la conquista del Sud lo ha reso in breve tempo leader nazionale, Salvini però non ha aggiunto una sua effettiva crescita in termini di accettabile uomo delle istituzioni e di leader della coalizione. Al Viminale ha continuato a indossare maschere infinite di propaganda e a giocare nel teatrino della provocazione esibendo ruspe, rosari. Con le battaglie navali contro i naufraghi e con i tweet aggressivi ha accarezzato la bestia che cova in ognuno in tempi così banali e regressivi. Crede di poter diventare ancor più popolare, come leader della coalizione di destra, esibendosi in una caccia all’immigrato spacciatore. Con il suo terribile colpo di citofono in realtà fa precipitare la vita politica in un remoto tempo di incertezza, di arbitrio, di completa dimenticanza delle garanzie minime che segnalano una condizione ancora liberale. Troppo, anche per l’Italietta di questi anni confusi che mostrano il loro futuro cercandolo alle spalle.

La ribellione civile in terra emiliana (dove altro avrebbe potuto nascere una resistenza così forte alla prova di tirannide 2.0?) ha interrotto per ora la marcia delle forze leghiste. Il voto regionale è la condizione per una ripartenza, non l’approdo e la certificazione di una soluzione ormai trovata alla crisi italiana. Le urne confermano che gli elettori del M5S non si conquistano con accordi di vertice, ma sono energie in libera uscita che vanno catturate con l’azione politica, con il conflitto irriducibile contro la destra. La scomposizione che parrebbe definitiva del non-partito grillino è maturata nella dura mobilitazione di massa che imponeva di prendere una parte nella battaglia. Che il Presidente del Consiglio, dinanzi alla polverizzazione del suo non-partito, canti vittoria raffigurandosi come “il costruttore” del fronte anti-Salvini è solo un elemento di grottesca confusione che produce leadership pittoresche.

Il dato politico da cogliere è che la destra non è stata graffiata grazie al trasformismo che ha portato alla nascita del governo (l’esecutivo “di svolta” non ha prodotto una coalizione nelle Regioni contese) o alla ripresa dei motivetti della renzi-economics con buoni e regalie fiscali. La paura, solo la paura, di una regressione civile, culturale, sociale ha prodotto la scintilla per avviare la rivolta. La paura astratta del migrante, che Salvini cavalca in maniera ormai ossessiva per raccogliere voti a buon mercato, è stata soppiantata dalla paura più concreta di precipitare, con la condotta selvaggia del capitano, troppo in basso nella condizione dello Stato costituzionale.

La specifica paura di natura democratico-civile, che ha guidato l’insurrezione emiliana, non basta per vincere anche in altre aree del Paese. Quella ricetta, premiata soprattutto dal voto metropolitano e lanciata con efficacia dalle Sardine, è un prodotto rigidamente di origine geografica controllata, altrove non pare ripetibile nei medesimi termini. La sinistra, per dare seri grattacapi al capitano per ora solo graffiato sul volto e non affondato, deve dare voce alle altre paure che sono percepite in altri territori e in altre fasce di società. Deve cioè mostrare che il rosario paganeggiante del capitano non è un rimedio contro il lavoro precario, lo sfruttamento, la disoccupazione. La ruspa non cambia la condizione urbana malata, non cura il degrado, l’abbandono, le povertà.

Invece del chiacchiericcio metafisico su scioglimenti e nuovi inizi, il Pd potrebbe cominciare a prendere una persino tardiva consapevolezza che proprio la sua originaria composizione lo pone altrove rispetto alla questione sociale e alla precarietà come segno del tempo. Per questo anche la semplice adozione del nome che ha accettato in campo europeo, cioè quello di un partito dei Democratici e dei socialisti, è un ostacolo insormontabile nonostante la fuga chiarificatrice del rottamatore. Eppure, senza una interpretazione di parte della tarda modernità non è possibile competere con il sovranismo. Alla base del fascino del capitano c’è il capolavoro della destra per cui ai padroncini, che si servono dei migranti per comprimere salari, diritti, libertà, essa fornisce anche una egemonia elettorale impedendo una rappresentanza politica del lavoro grazie alla montagna di voti che i poveri regalano a chi inveisce contro quegli stessi migranti spremuti da imprenditori corsari con pratiche di lavori irregolari.

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