Sinistra senza bussola

Ida Dominijanni analizza il ruolo della sinistra in rapporto all’insorgere del populismo sovranista connaturato da relazioni intrinseche fra istanze di giustizia sociale e di conservatorismo valoriale. Articolo uscito sull’Huffington Post

Sinistra senza bussola

Articolo pubblicato il 1° luglio 2018 su “Huffington Post” – Qui il link

L’intervista di Nicola Zingaretti sul Corsera riapre con alcuni passaggi promettenti un dibattito nel Pd cominciato tanto male da far rimpiangere il lungo e disperante silenzio post-elettorale. Per Veltroni sta succedendo qualcosa che la sinistra non vuole vedere: forse lui ha gli occhiali giusti, ma non li tira fuori. Per Prodi ci vuole un pensiero nuovo: quanto ad articolarlo, ci pensi qualche altro. Calenda invece ce l’ha e siccome il medium è il messaggio lo affida al Foglio: il Pd va sciolto in un fronte repubblicano contro il populismo, basato – come il populismo – sul “diritto alla paura”. Non va meglio, fin qui, dalle parti di LeU: si va dall’appello al coraggio di Grasso all’invito a ricominciare a parlare di capitalismo (ma intanto nessuno comincia) all’inseguimento “da sinistra” del sovranismo (senza stato-nazione niente diritti). Questa non è un’analisi della sconfitta, è il balbettio di una sinistra che ha perso non solo il suo popolo ma anche le coordinate dell’epoca e il linguaggio per abitarla.

Alessandro De Angelis ha giustamente fatto presente pochi giorni fa che si dovrebbe ripartire quantomeno dal monito gramsciano a cogliere il nucleo di verità contenuto nelle tesi dell’avversario, per strapparglielo declinandolo diversamente. Purtroppo però il succitato dibattito tende a confondere quel nucleo con un suo effetto – la paura – e con la ricetta che la destra propone per placarla – il sovranismo – , e senza neanche declinarli tanto diversamente. Ma il nucleo vero sta altrove, e pochi sono disposti a farci i conti anche se l’avversario lo mette sul tavolo senza tanti complimenti.

Prendiamo l’intervista a Alexander Dugin pubblicata di recente dall’Huffington Post. Che Dugin sia o meno “il Rasputin di Putin”, come il titolo recitava, quello che va predicando è indicativo dello spirito del tempo che aleggia nella rete internazionale di nazional-populismi cui Salvini si iscrive esplicitamente con l’obiettivo di far crollare “il muro di Bruxelles”. In buona sostanza, l’ideologo russo della “Quarta Teoria Politica” sostiene tre cose. La prima: il Novecento è finito e per uscirne davvero bisogna seppellire le sue tre principali ideologie e relative prassi storiche, comunismo, fascismo, liberalismo. All’uopo, il nostro contrappone alla sintesi “fra marxismo culturale di sinistra e dottrine economiche liberiste di destra”, a suo giudizio egemone nell’ultimo trentennio, la sintesi “fra teoria economico-sociale di sinistra e valori tradizionalisti di destra”.

La seconda: dopo il crollo dell’Urss e la fine della guerra fredda, la Russia ha continuato a essere oggetto di indebite pressioni e ostracismi da parte dell’Occidente ed è ora che ritrovi la sua “degna collocazione” nel mondo, puntando su una “unione euroasiatica” fondata sulla sovranità dei popoli (non è chiaro se identificati su base nazionale, regionale o etnica). La terza: i populismi che proliferano negli Usa (Trump), in Europa (Alternative fuer Deutschland, Marine Le Pen e secondo Dugin anche Melanchon) e soprattutto nel “laboratorio d’avanguardia” italiano, sono già la realizzazione della QTP: né di destra né di sinistra, esprimono la reazione del popolo contro le élite liberali, una reazione che mescola richieste di giustizia sociale e valori conservatori e alla quale è vano contrapporre bandiere sia antifasciste (da sinistra) sia anticomuniste (da destra).

E’ chiaro che a questo discorso si possono fare molte pulci (sulle sue radici ben piantate nell’evoluzione della Nuova Destra dagli anni 80 in poi, altro che né di destra né di sinistra; sulla riduzione caricaturale non del liberalismo, come sostiene Dugin, ma del neo-liberalismo, che è tutt’altra storia, a “sintesi del marxismo culturale e del liberismo economico”; sulla concezione arcaica e identitaria del popolo). Noi però non stiamo qui a fare le pulci al filosofo, bensì ma a valutare gli effetti dell’ideologo. Il quale condensa una vulgata che sta diventando di senso comune anche qui in Italia, e purtroppo non solo a destra.

L’idea, ad esempio, che il – necessario – rilancio dei diritti sociali sia compatibile con valori conservatori e pulsioni suprematiste e razziste (tradotto: che Salvini stia effettivamente difendendo le ragioni popolari, e che in nome di questo si possa chiudere un occhio sulla sua xenofobia securitaria e fascistoide) è tutt’altro che assente nell’elettorato che da sinistra vira a destra, nonché in alcuni intellettuali di ascendenza comunista. L’idea che dal dominio incontrastato del mercato nella globalizzazione non si esca senza un ripristino della sovranità nazionale (e che dunque prima gli italiani, e quanto ai migranti si vedrà) è un’idea che circola non solo a destra ma anche a sinistra, in risposta al mito di una sovranazionalità europea rivelatasi subalterna alla moneta e allo spread. E si potrebbe continuare.

Non c’è modo di ritrovare una bussola né alcuna discriminante di campo senza affrontare il cuore del problema. Che è un’interpretazione di quello che è avvenuto nel mondo, sul piano geopolitico, economico e ideologico, dall’89 in poi, alternativa alla versione che ne danno i vari Dugin, Bannon, Fusaro, Salvini e altri esemplari in circolazione. Il che significa, per la sinistra che fu di governo, riconoscere il famoso nucleo di verità delle tesi dell’avversario: ammettere cioè che la fede cieca in una supposta spontaneità progressista della globalizzazione, la dismissione di qualunque critica del capitalismo e l’interiorizzazione della razionalità neoliberale sono state, per la sinistra post-89, catastrofiche. Dove per globalizzazione non si intende solo l’unificazione dei mercati e la moltiplicazione delle disuguaglianze, ma anche un nuovo assetto multipolare del mondo in cui Russia, Cina e altre potenze presentano ora il conto all’Occidente in declino. E per neoliberalismo non si intende l’intreccio caricaturale di liberismo economico e politically correct che Dugin rimprovera, come tutti i media di destra, alla sinistra “radical chic”, bensì una forma di razionalità che ha piegato alla logica del mercato e della concorrenza anche l’intero edificio democratico, dalle istituzioni, nazionali ed europee, al cittadino, divenuto uno strano soggetto bifronte che da un lato rivendica le “sue” libertà e i “suoi” diritti, dall’altro invoca politiche securitarie per tutelarli contro gli invasori, o i capri espiatori, esterni. Sì che è vano invocare l’ortodossia liberaldemocratica o i fronti repubblicani contro il populismo sorvolando sulle sfigurazioni della democrazia neoliberale e della sua base antropologica che al populismo hanno aperto la strada.

La febbre populista non è un antidoto al neoliberalismo, come i suoi ideologi e i suoi leader ci vogliono far credere: ne è la diretta conseguenza, che ne configura un’uscita da destra basata sul binomio diritti sociali (per pochi)-valori tradizionali (per tutti), sulla protesi neo-sovranista di stati in declino, su popoli costruiti su base nazionalista e razziale. Spetta alla sinistra delineare un’altra uscita, sulla base di un’altra interpretazione, autocritica, dell’egemonia neoliberale, e di un’altra terapia politica.

Le disuguaglianze non si combattono agitando i diritti dei “nostri” forgotten a spese degli altri dannati della terra, ma unendo le lotte degli sfruttati nella prospettiva internazionalista propria della tradizione marxista. Le paure non si vincono riconoscendo il diritto di esserne preda, ma smontandone la radice quasi sempre fantasmatica e ammettendo che un tasso di rischio è inevitabile nelle società aperte, ed eliminabile solo in quelle autoritarie. Il declino dello stato-nazione non si corregge con maschere neo-sovraniste e neo-nazionaliste, ma con politiche e istituzioni dell’interdipendenza, europea e globale. Il popolo non si mobilita simulandone una compattezza basata in realtà sul rancore di tutti contro tutti, ma riconoscendone le fratture di classe, di genere e di razza e allineandole in postazioni antagoniste non all’establishment, ma a quello che un tempo avremmo chiamato sistema.

Difficile, se non impossibile, che il Pd, o ciò che ne rimarrà al netto di ulteriori esodi macroniani, riesca ad assumere un ordine del discorso di questo tipo, che pure non è assente dalla proposta delineata da Zingaretti. Ma la sinistra italiana è più larga del Pd e non è destinata a seguirne le sorti. E se ci riesce una ventisettenne del South Bronx non si vede perché non provarci anche qui.

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