Ingrao, realista eretico del Novecento

Recensione dei volumi della collana Carte Ingrao di Gianpasquale Santomassimo da Il Manifesto dell’11/12/2013

Ingrao, realista eretico del Novecento

1804-4 Lezioni per Pietro Ingrao_cop_14-21Pietro Ingrao. Uomo delle istituzioni, costruttore di democrazia, uomo di partito, utopista. Sono alcune delle definizioni che hanno accompagnato la sua lunga militanza comunista e intellettuale. Due volumi che ripercorrono le tappe. Il primo raccoglie cinque contributi su un «capocorrente riluttante» che ha avuto un ruolo rilevante nella sinistra italiana. Il secondo libro, invece, presenta i suoi scritti sul lavoro, dove dialoga alla pari con uomini e donne considerati i pilastri della Costituzione

«Pochi sono, nella sto­ria, i pro­ta­go­ni­sti reni­tenti ad essere tali», era l’esordio memo­ra­bile del pro­filo di Mar­tin Lutero scritto da Delio Can­ti­mori nel 1966. Si sta par­lando di ere­sia, e forse, si parva licet, non è del tutto fuori luogo acco­stare Pie­tro Ingrao alla figura di un pro­ta­go­ni­sta rilut­tante sul ter­reno dell’eresia. Con la dif­fe­renza, però, che nel caso di Ingrao la reni­tenza non venne abban­do­nata, se non troppo tardi, a gio­chi ormai fatti, e in chiave retro­spet­tiva. In qual­che misura si potrebbe addi­rit­tura rie­su­mare l’«actus, non agens» per un pro­ta­go­ni­sta che affermò sem­pre la sua volontà di venir preso nel «gorgo» della sto­ria, ma sarebbe for­zare troppo l’analogia.

Ingrao fu «capo-corrente» rilut­tante ad esserlo, più per­ce­pito e iden­ti­fi­cato come tale che eser­ci­tante una effet­tiva volontà di agire in quel senso. Attorno a Ingrao si era costi­tuita nei primi anni Ses­santa qual­cosa che somi­gliava molto a una cor­rente (fra­zione la defi­nirà poi lui stesso in Volevo la luna). Non si vuol dire a sua insa­puta, il che sarebbe offen­sivo, ma certo senza il suo patro­ci­nio e senza la sua dire­zione attiva. E la cosa anzi gli è stata rim­pro­ve­rata più volte.

Il matu­rare di un dub­bio, sin­tesi ine­vi­ta­bil­mente sem­pli­fi­cata di molti dubbi (e sulla cate­go­ria del dub­bio e sulla sua decli­na­zione in Ingrao si vedano le pagine molto belle di Andrea Camil­leri), che alla metà degli anni Ses­santa diviene dis­senso espli­cito e riven­di­cato come tale (e, soprat­tutto, riven­di­cato come diritto nel modo di esi­stere dell’organismo poli­tico), lo porta a venire iden­ti­fi­cato allora e in seguito come lea­der di una tendenza.

Torti e ragioni

I ter­mini del con­ten­dere tra Ingrao e Gior­gio Amen­dola (che venne iden­ti­fi­cato come il suo anta­go­ni­sta) sono molto lon­tani nel tempo, tal­mente lon­tani che Ingrao vi dedica pochi cenni nella sua auto­bio­gra­fia. All’inizio degli anni Ses­santa, men­tre si pro­fi­lava la svolta del cen­tro­si­ni­stra, ten­sioni e intel­li­genze inquiete tanto nel par­tito quanto nel sin­da­cato comin­cia­rono a inter­ro­garsi sulle novità che inter­ve­ni­vano nella società e nella poli­tica in Ita­lia. Sulla pro­po­sta pos­si­bile di un nuovo modello di svi­luppo dell’economia ita­liana, men­tre il «mira­colo eco­no­mico» si affie­vo­liva, lasciando die­tro di sé una rivo­lu­zione epo­cale che aveva infranto quello che a distanza di tempo venne defi­nito il «blocco di quin­dici secoli» di una Ita­lia con­ta­dina, quasi immu­ta­bile nei suoi fon­da­men­tali, e con tutti i traumi e gli squi­li­bri che una tra­sfor­ma­zione di que­sta por­tata met­teva dram­ma­ti­ca­mente in luce. Si impo­ne­vano tanto una ana­lisi del «neo­ca­pi­ta­li­smo» ita­liano che sem­brava trion­fare, quanto delle impli­ca­zioni imme­diate e di pro­spet­tiva che la rot­tura dell’unità del movi­mento ope­raio com­por­tava con l’ingresso dei socia­li­sti nell’area di governo.

Retro­spet­ti­va­mente, lon­tani come siamo da quella con­tesa, potremmo dire che torti e ragioni erano fram­mi­sti in entrambe le let­ture con­trap­po­ste della società ita­liana che sot­tin­ten­de­vano: c’era dav­vero un neo­ca­pi­ta­li­smo dina­mico, e al tempo stesso il capi­ta­li­smo ita­liano con­ser­vava carat­te­ri­sti­che di arre­tra­tezza e arcai­cità che sareb­bero tor­nate ad emer­gere; il cen­tro­si­ni­stra rap­pre­sen­tava una svolta, ma non l’«integrazione» della classe ope­raia nelle logi­che di un sistema, come le lotte alla fine del decen­nio avreb­bero evidenziato.

Quasi dimen­ti­cato nel tempo è invece l’avvio di quella con­tesa, che si può far risa­lire al dicem­bre 1964, nella scelta del gruppo par­la­men­tare comu­ni­sta diviso tra le can­di­da­ture di Sara­gat e di Fan­fani alla Pre­si­denza della Repub­blica, con ciò che sot­tin­ten­de­vano in ter­mini di alleanze da pri­vi­le­giare, tra blocco laico o pro­gres­si­smo cat­to­lico. Qui Ingrao scon­fitto vide pre­va­lere nel tempo lungo la sua opzione, ma in cir­co­stanze diverse da quelle imma­gi­nate e dopo il dis­sol­vi­mento della nebu­losa che attorno a lui si era creata.

Ma ci sono alcune par­ti­co­la­rità nel per­corso di Ingrao su cui è oppor­tuno sug­ge­rire una rifles­sione futura. La sua vita poli­tica molto intensa lo ha visto impe­gnato soprat­tutto nel gior­nale di par­tito e nel Par­la­mento, assai poco nelle strut­ture del par­tito vero e pro­prio, dove non ha mai rico­perto inca­ri­chi diret­tivi, salvo una breve per­ma­nenza nella Segreteria.

Pie­tro Ingrao è stato cer­ta­mente «uomo di par­tito» e tra i più rap­pre­sen­ta­tivi del comu­ni­smo ita­liano, diri­gente amato dal popolo comu­ni­sta, pur senza esser mai né popu­li­sta né «capo­polo». Ma fu soprat­tutto «uomo delle isti­tu­zioni», da gestire e da rifor­mare. Capo­gruppo alla Camera dei depu­tati, suc­ce­duto nel ruolo a Togliatti e per­ciò indi­cato da taluni come «del­fino», rico­prì poi il ruolo di Pre­si­dente della Camera tra il 1976 e il 1979.

Fu allora uomo della «cen­tra­lità del par­la­mento», come ricorda giu­sta­mente Mario Tron­ti­nella sua Lezione del 2010 su Per­sona e poli­tica. Cosa si vuol dire? Va ricor­data la par­ti­co­la­rità della breve legi­sla­tura della Pre­si­denza Ingrao. C’era un governo di mino­ranza, che si reg­geva su asten­sioni con­cor­date, e c’era, soprat­tutto, un Par­la­mento che legi­fe­rava libe­ra­mente senza schie­ra­menti pre­co­sti­tuiti, e che approvò leggi impor­tanti e fon­da­men­tali tanto sul piano civile che sul piano sociale. Anche su que­sto ter­reno, l’ultimo Ingrao è molto sbri­ga­tivo e nell’autobiografia parla pres­so­ché esclu­si­va­mente del «rovello» legato alla man­cata libe­ra­zione di Moro (fu tra i desti­na­tari delle sue let­tere). Ma i ter­mini più pro­pri e spe­ci­fici dell’impegno poli­tico di Ingrao in que­gli anni furono quelli legati alla costru­zione di una demo­cra­zia, alla «nuova rela­zione fra Stato e popolo» che emer­geva dalla Costi­tu­zione, alla neces­sa­ria riforma di quel rap­porto attra­verso una rela­zione più ricca tra Par­la­mento e «trama delle assem­blee elet­tive locali», che diverrà nel tempo vero e pro­prio pro­getto di riforma com­ples­siva delle isti­tu­zioni, l’ultimo pro­getto, se pure inde­fi­nito nelle sue arti­co­la­zioni, di riforma isti­tu­zio­nale nel qua­dro della fedeltà ai prin­cipi costi­tu­zio­nali e in clima di mas­sima soli­dità ed espan­sione di un «sistema dei par­titi» del quale pochi comin­cia­vano ad avver­tire le prime crêpe.

Quale fosse lo spi­rito che ani­mava la sua pre­si­denza si può cogliere benis­simo nel discorso alle accia­ie­rie di Terni del 10 feb­braio 1978, dove Ingrao non parla da ospite o da auto­rità in visita isti­tu­zio­nale, ma si pone alla pari con gli inter­lo­cu­tori. Non parlo ad estra­nei — dice rivol­gen­dosi agli ope­rai — «parlo a gente che sta alla radice delle norme solenni scritte in quella carta: parlo a “fon­da­tori”, a “costi­tuenti”». Chie­deva loro di entrare nelle isti­tu­zioni recando con sé tutti i pro­blemi e la sapienza che il loro vis­suto faceva emer­gere, per arric­chire un patto costi­tu­zio­nale da ren­dere con­creto e operante.

Un curiosità interrogante

Finita per sua volontà quella espe­rienza, Ingrao scelse di dedi­carsi attra­verso il Cen­tro per la Riforma dello Stato alla que­stione dello Stato da ripen­sare, al rap­porti tra demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva e demo­cra­zia dif­fusa, tra isti­tu­zioni e società come asse di ricerca per una pos­si­bile tran­si­zione al socia­li­smo, con quella «curio­sità inter­ro­gante» che ha carat­te­riz­zato negli anni l’atteggiamento del per­so­nag­gio di fronte ai suoi tempi.

Ci sono però tre ordini di pro­blemi da distin­guere nettamente:

1) c’è l’Ingrao sto­rico, che dovrà essere pazien­te­mente rico­struito attra­verso le sue Carte, che qui ini­ziano a vedere la luce, docu­menti che soli potranno con­sen­tire la rico­stru­zione del suo agire poli­tico nel tempo e della dimen­sione cul­tu­rale (e let­te­ra­ria) che fu sem­pre stret­ta­mente con­nessa alla sua azione.

2) c’è l’Ingrao che ognuno si è costruito (come nota Ste­fano Rodotà) attra­verso il pro­prio par­ti­co­lare, più o meno inteso «ingrai­smo», o attra­verso una valu­ta­zione comun­que par­te­cipe pur se distante. Pro­prio le carat­te­ri­sti­che di lea­der «rilut­tante» che abbiamo ricor­dato hanno fatto sì che Ingrao dive­nisse sim­bolo di qual­cosa dif­fi­cile da defi­nire in ter­mini uni­voci, ma comun­que lie­vito e sti­molo per tanti.

3) e infine a com­pli­care le cose c’è anche l’Ingrao di Ingrao mede­simo. C’è in par­ti­co­lare l’ultimo periodo di rica­pi­to­la­zioni auto­bio­gra­fi­che (non solo il Volevo la luna, ma anche gli arti­coli sulla Rivi­sta del mani­fe­sto, le molte inter­vi­ste e i libri che ne sono a volte sca­tu­riti) che suscita molte per­ples­sità. Per­ché Ingrao si è dedi­cato ad auto­cri­ti­che che anda­vano spesso al di là del dovuto e del logico per diven­tare auto­fla­gel­la­zioni. E soprat­tutto per­ché l’ultimo Ingrao sem­bra in qual­che misura avere inte­rio­riz­zato e fatto pro­prie raf­fi­gu­ra­zioni dif­fuse e ridut­tive che sono a lungo cir­co­late sulla sua opera com­ples­siva. Accenno sol­tanto alla riven­di­ca­zione ricor­rente e quasi pre­do­mi­nante della forza dell’utopia, e addi­rit­tura l’autodefinirsi acchiap­pa­nu­vole (e senza vir­go­lette) per raf­for­zare que­sta immagine.

Credo che sia neces­sa­rio però uscire dalle neb­bie dell’«ingraismo», pur senza tra­scu­rare ovvia­mente la forza di miti che vivono di vita pro­pria e assu­mono forza di suggestione.

Biso­gne­rebbe invece ripar­tire da un’affermazione molto impor­tante di Ste­fano Rodotà nella sua bella intro­du­zione agli scritti di Ingrao sulla con­di­zione ope­raia, e che rove­scia il senso delle imma­gini ricor­renti. A ben vedere non è para­dos­sale affer­mare che su que­sto ter­reno l’Ingrao poli­tico fu «il più rea­li­sta di tutti». Nell’Ingrao che si occupa del lavoro c’è supe­ra­mento dell’economicismo, pro­prio di tanta parte dell’approccio poli­tico e sin­da­cale. C’è la per­ce­zione evi­dente dell’attacco al lavoro, e ai lavo­ra­tori in carne ed ossa, con tutta la disu­ma­nità e l’alienazione che que­sta com­porta. Non è un caso che ricorra tante volte nelle memo­rie di Ingrao il Cha­plin di Tempi moderni, che sem­bra avere influen­zato in forma dura­tura la sua per­ce­zione della moder­nità. Nell’articolo su La Tipo e la notte da cui prende titolo il volume (sul mani­fe­sto del feb­braio 1993) si parla dell’introduzione del lavoro not­turno come norma nella Fiat di Melfi, con lo scon­vol­gi­mento dei ritmi di vita, di affetti, dei rumori e dei silenzi che que­sto com­porta. C’era in que­sti scritti la capa­cità di cogliere il senso della pre­ca­rietà prima ancora che essa venisse rico­no­sciuta come com­po­nente essen­ziale della nuova con­di­zione lavo­ra­tiva e delle impli­ca­zioni reali di una «fles­si­bi­lità» che comin­ciava a imporsi come modello obbli­gato e indi­scusso. Ma soprat­tutto – in que­sto credo risieda il vero «rea­li­smo» di Ingrao – c’era la con­sa­pe­vo­lezza di par­lare sem­pre di per­sone reali, non di modelli socio­lo­gici ed eco­no­mici, con tutto il rispetto che alle per­sone è dovuto.

Gli uomini volano

A pro­po­sito di ere­sie, dopo aver citato Can­ti­mori, mi viene in mente anche un’autodefinizione di Euge­nio Garin, che si definì spesso «un ere­tico». Ma con una pre­ci­sa­zione sin­go­lare e impor­tante, scritta nel 1960: «l’eresia è feconda in quanto non si este­nua in una pro­te­sta anar­chica, ma è ere­sia den­tro un’ortodossia». Que­sta con­ce­zione dell’«eretico all’interno di una orto­dos­sia», è meno stra­va­gante di quanto possa sem­brare a prima vista, in quanto i due ter­mini si sosten­gono a vicenda e sono entrambi neces­sari. L’eresia ha un senso solo se nasce all’interno di un grande pro­getto, e l’eretico è tale solo se è parte di una comu­nità, di cui con­di­vide gli obiet­tivi di fondo.

C’è un rac­conto molto sug­ge­stivo nel Sarto di Ulm di Lucio Magri, per citare un altro grande poli­tico e intel­let­tuale che fu vicino alle sug­ge­stioni di Ingrao. Nella prima pagina del libro Magri scri­veva che l’idea del titolo gli era venuta ricor­dando un’affollata assem­blea in cui Ingrao, dopo la Bolo­gnina e in pole­mica con Occhetto, aveva citato scher­zo­sa­mente la poe­sia di Bre­cht sul sarto che voleva volare. E pro­se­guiva: «Tut­ta­via, com­menta Bre­cht – alcuni secoli dopo gli uomini riu­sci­rono effet­ti­va­mente a volare».

Que­sta cosa però non esi­ste in Bre­cht, era un’aggiunta otti­mi­stica di Ingrao. Il sarto si spiac­cica al suolo, e il vescovo con­ferma che l’uomo non può volare, e Bre­cht qui si ferma. Ma quell’aggiunta ci fa capire la dispo­si­zione men­tale di Ingrao: volare dav­vero, arri­vare alla luna, non solo volerla, assieme a milioni di altre per­sone che sognano la stessa conquista.

 

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