La cultura politica ha le radici nel futuro

La crisi della politica è la quasi totale scomparsa della cultura politica. La Prefazione di Mario Tronti a “Ricerca e Intervento” (Ediesse).

La cultura politica ha le radici nel futuro

cop-ricerca-intervento“Solo le tradizioni culturali sono in grado di dare solidità e credibilità alle novità politiche – scrive Mario Tronti – Queste infatti nascono e vivono sul rischio dell’approssimazione, della provvisorietà, dell’organizzazione del transitorio. Le culture politiche affondano le radici nella storia, non fermano il tempo, ma lo consegnano, in movimento e in mutamento, alla politica pratica, perché ne faccia buon uso. Una politica senza cultura è in balia del suo tempo, lo insegue senza conoscerlo, e invece, conoscendolo, deve guidarlo (Dalla prefazione a “Ricerca e Intervento” (Ediesse).

È una positiva anomalia italiana anche questa: il ruolo che ha avuto la cultura nella politica. Non ha contato tanto la figura dell’intellettuale engagé. Questo magari di più in altri paesi. Qui da noi, gli strumenti dell’impegno sono stati piuttosto di due tipi: le riviste e i centri studi. Due luoghi quindi collettivi di lavoro politico intellettuale. Parliamo naturalmente del secondo dopoguerra, seconda metà del Novecento. Oggi quella stagione sembra conclusa. E anche questo fa riflettere sui caratteri dell’attuale fase. Una delle manifestazioni di quella che si chiama crisi della politica è la quasi totale scomparsa della cultura politica.

Sulle riviste c’è molta letteratura, meno, molto meno, sui centri di ricerca. Temo che la ragione sia purtroppo quella solita: essendo quei centri iniziative dei partiti, e non godendo oggi questi di smagliante fortuna, meglio non ricordare, o meglio smemorare. Nel volume precedente, L’Archivio di Pietro Ingrao, Ediesse, Roma 2006, abbiamo parlato del «non dimenticare» e del «ricordare». Il valore della memoria cresce man mano che la storia decade. E chi non vuole lasciarsi trascinare a fondo dalla decadenza delle cose deve riaggrapparsi al filo della memoria, se vuole ripartire in avanti con un progetto nuovo. Quando si mettono in campo inedite forme di organizzazione politica, esattamente quello è il momento di portarsi dietro il meglio della propria tradizione, scegliendo, selezionando, «salvando» il passato.

Il CRS nasce nel 1972, un momento delicatissimo, la grande stagione degli anni Sessanta alle spalle, le conquiste sociali e istituzionali provocate dal nuovo biennio rosso ’68-69, ma anche il primo riorganizzarsi delle forze reazionarie colpite, con quella che sarà la strategia della tensione e le prime prove di quel «doppio Stato», secondo l’analisi magistrale che ne farà Franco De Felice. Il partito comunista, non d’Italia, ma in Italia, dalla svolta di Salerno in poi, il partito di Togliatti, e l’intellettuale collettivo di Gramsci, sarà una forza politica a vocazione statuale. Protagonista della Repubblica, costruttore, insieme alle altre componenti popolari della società italiana, della Costituzione, il PCI sarà sempre baluardo di difesa della legalità e della legittimità della forma-Stato, attento però a quelle riforme degli ordinamenti rese necessarie dalle impetuose fasi di avanzata delle condizioni di vita e dei livelli di coscienza del paese reale.

Non è affatto per caso che fondatore del CRS sarà Umberto Terracini, che da Presidente dell’Assemblea Costituente aveva messo la sua firma in calce al testo della Costituzione repubblicana. Come non casuale è il fatto che a succedergli sarà Pietro Ingrao, di lì a poco Presidente della Camera dei deputati, in un periodo in cui un inedito attacco allo Stato verrà sferrato entro ancora oscure vicende. Due uomini assai diversi, questi, per storia personale, per indole, per sensibilità, soprattutto per le assai differenti epoche vissute, ma accomunati da almeno due profonde affinità: personalità politiche nutrite di cultura e spiriti liberi, che hanno conosciuto e praticato il dissenso in un mondo e in un tempo di dogmatiche discipline.

Il movimento comunista, non solo italiano, è più ricco di queste figure di quanto la rappresentazione caricaturale, che se ne dà oggi comunemente, faccia sospettare. E questo proprio per la ragione che la cultura politica, luogo naturale di approcci differenziati,tanto simbolico è il gesto di Ingrao, anche qui in dissenso con la decisione del partito, di non accettare il secondo mandato alla Presidenza della Camera, per tornare a occuparsi di studi e iniziative per la riforma dello Stato. Cotturri ricostruisce molto bene, dal di dentro, il contesto di cultura e politica di quegli anni – 1979-1993 – che sono poi il vero e proprio CRS di Ingrao

Nel ’79 cambia il ciclo politico. Il PCI di Berlinguer e la DC del dopo-Moro fanno i conti con le loro rispettive incompatibilità strategiche. Arrivano gli anni Ottanta, falsa modernizzazione e reale restaurazione. Esaurita la spinta contestativa interna, si imponeva dall’esterno la grande riforma conservatrice. Dall’esterno, perché il diktat della Trilateral aveva lasciato il segno e si andava verso l’era thatcheriana e reaganiana. Appunto, non dimenticare e ricordare. Si dimentica che è a partire dall’era craxiana che si avvia quel cambio di egemonia culturale, da sinistra a destra, che ancora oggi quotidianamente sperimentiamo, nel pensiero e nel linguaggio. Si dimentica che, caduta l’illusoria prospettiva fuori tempo dell’eurocomunismo, fu il CRS di Ingrao, per primo, a indicare la realistica nuova frontiera di un eurosocialismo, oggi forse esso stesso fuori tempo, e infatti visto ormai come contaminazione tra democratici americani e post-socialisti europei.

Gli anni Ottanta sono stati, in verità, nello spazio politico Europa-mondo, la rottura del punto di equilibrio nei rapporti di forza tra lavoro e capitale, raggiunto dal ’45 in poi. È lì che il capitalismo ha vinto sul campo la terza guerra mondiale, la guerra fredda. Finché non si leggeranno gli esiti della fase – l’89-91 – non dico solo in questo modo ma anche in questo modo, non si coglierà fino in fondo il segno dei processi, entro cui ancora stiamo.

Andrebbero giudicate con più generosità le necessitate operazioni di opposizione a questa offensiva. L’ultimo Berlinguer, qui da noi, è stato praticamente questo. E invece di rivalutare i suoi avversari, si farebbe bene a ripensare le opportunità perdute, dopo la sua guerra di resistenza. È indubbio che il caso italiano, nel contesto della nuova rivoluzione conservatrice, fosse in rapida trasformazione. La risposta non era in un arroccamento difensivo sul vecchio assetto costituzionale avanzato rispetto allo spregiudicato aggressivo revisionismo. Era piuttosto nella formulazione di un alternativo progetto di cambiamento. La suggestione ingraiana del «governo giocava un ruolo essenziale nella pratica politica.

Anche qui, illuminante è il caso CRS. Come sono simboliche le due figure centrali nella storia del CRS, Terracini e Ingrao, altretcostituente» questo diceva: accettare la sfida e imporre, da sinistra, l’anticipazione di una crisi di sistema politico, a quel punto provocata, non subita. Se la seconda Repubblica fosse stata progettata allora, non sarebbe arrivata sull’onda di successivi improbabili soggetti, magistrati, leghisti, referendari. Andava accettato il terreno della «grande riforma», cimentandosi nel merito delle soluzioni. Ridare lo scettro al principe. Ma chi era il principe? L’ideologia della governabilità a tutti i costi o le nuove forme di una democrazia organizzata?

Il devastante connubio diretto, che poi prenderà piede irreversibilmente, tra leader assoluto e cittadini isolati o la dialettica virtuosa, istituzionalmente articolata, federalisticalmente e centralisticamente insieme, tra masse e potere, rappresentanza/rappresentazione e decisione politica?

E poi, su altri piani. Era in atto un mutamento storico nella geografia economica del paese, nuovo Nord e nuovo Sud emergono allora, dentro un’altra struttura di capitalismo, che prevedeva altre figure sia di imprenditore che di lavoratore. Quel filo di sviluppo non è stato più riafferrato politicamente e quindi si è spezzato, provocando perdita di radicamento e di consenso tra classi dirigenti e popolo, quello che ora maldestramente si chiama questione settentrionale, ma che è questione nazionale. Era in corso una mutazione antropologica, l’irrompere per la prima volta in Italia di spiriti animali borghesi a livello di massa, che andavano almeno posseduti a livello di conoscenza, se non, come io penserei, contrastati con una battaglia delle idee sul campo delle culture di senso comune, allora emergenti e oggi invadenti. Era, in campo, non come fenomeno ultimo, una rivoluzione femminile a cui nessuno è stato in grado di dare forma politica, con la conseguenza di lasciar disperdere un fiume dirompente in rivoli insignificanti: e qui si vede che il simbolico da solo non ce la fa, se non c’è una forza che lo porta.

Insomma, gli anni Ottanta non erano più gli anni di piombo, erano piuttosto anni di plastica, flessibile, degradabile e quindi per più usi maneggevole. Il CRS di Ingrao, non dico che tenne in mano il bandolo della matassa, ma su alcuni temi, soprattutto quelli istituzionali, un po’ meno quelli sociali, fu nel complesso in controtendenza rispetto alla gestione politica di quel gruppo dirigente postberlingueriano che finì per tenere il partito in uno stato di sostanziale immobilità strategica, prima del diluvio.

Allora, riproporre oggi la storia dei Centri studi all’epoca della Repubblica dei partiti, ha un senso: ripropone il tema della funzione essenziale che la cultura politica ha avuto nella pratica politica passata. E così rilancia il problema sulla situazione attuale. In una congiuntura di movimento del quadro politico, in una fase di riaggregazione delle forze politiche, tenere viva la tradizione di questi luoghi di ricerca e di elaborazione, luoghi di riconoscimento e di appartenenza di culture diverse, è fondamentale per l’efficace riuscita degli stessi progetti politici. E direi di più. Solo le tradizioni culturali sono in grado di dare solidità e credibilità alle novità politiche Queste infatti nascono e vivono sul rischio dell’approssimazione, della provvisorietà, dell’organizzazione del transitorio. Le culture politiche affondano le radici nella storia, non fermano il tempo, ma lo consegnano, in movimento e in mutamento, alla politica pratica, perché ne faccia buon uso. Una politica senza cultura è in balia del suo tempo, lo insegue senza conoscerlo, e invece, conoscendolo, deve guidarlo.

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