La lenta ginestra. Lente sulla pandemia dei più deboli

Un’inchiesta diacronica per osservare da vicino precarietà, difficoltà economiche, emarginazione sociale e violenza domestica che, in tempo di pandemia, hanno colpito ancor più duramente la società, in particolare i suoi soggetti più fragili. Conoscere è indispensabile per imparare a schivare i colpi e riprendere la lotta. Di Miriam Di Paola, Livia Panarini e Lorenzo Teodonio

La lenta ginestra. Lente sulla pandemia dei più deboli

Foto di Thomas B. da Pixabay

Di Miriam Di Paola, Livia Panarini e Lorenzo Teodonio (Hotel Gagarin)

Abbiamo svolto un’inchiesta metropolitana e diacronica sulle conseguenze del COVID19 su quella parte del “corpo sociale” che maggiormente subisce l’attacco del capitale neoliberista, relegando le persone alla marginalità e all’esclusione sociale. Abbiamo indagato quindi di chi, a Roma, in mancanza di un alloggio, deve occupare una casa; di chi ha aperto una partita IVA al tempo “dell’auto-imprenditorialità come libertà”; di chi, infine, da sempre, subisce il capitalismo nella sua dimensione patriarcale, ossia le donne, raccogliendo alcuni dati dai Centri Antiviolenza.

Inchiesta, dicevamo, diacronica perché le interviste e i dati risalgono al periodo più duro del “lockdown”, mentre l’analisi è di questi giorni in cui l’allentamento delle prescrizioni favorisce un approccio più meditato e distante. È a metà degli anni novanta che Pier Aldo Rovatti lanciò la sfida di “abitare la distanza” ed è oggi, nell’oggi, che quel sostantivo, distanza, si è fatto prossimo e attuale, pervasivo e odioso nella sua dimensione educativa della “didattica a distanza”; ma anche distanza è quella virtù degli occhiacci di legno che Ginzburg auspica per dotarsi di una “prospettiva” e non cadere nella trappola del pensiero post-moderno.

Un’inchiesta, inoltre, che vuole proporre una metodologia trans-disciplinare in cui le voci sono giustapposte ai dati e i dati sono interpretati con la solida narrazione di chi, come noi, sceglie “la prospettiva” antagonistica allo stato di cose presenti. Fare inchiesta, nel periodo più duro della pandemia, ha significato chiaramente strutturare le domande e porle per via telematica (mail e/o messaggistica cellulare). Tale modalità ha dovuto, oltre alle difficoltà connesse con il mezzo e alla situazione generale, scontare una certa diffidenza; la normale empatia, che comunque si stabilisce – o si cerca di stabilire – fra intervistato e intervistatore, è venuta meno facendoci utilizzare, per parafrasare Ginzburg, una sorta di occhiaccio digitale o un drone di legno, se si preferisce.

Donne senza mascherina

La storia delle occupazioni abitative a Roma nasce da molto lontano e continua a essere un punto centrale per chiunque voglia, in questa città, occuparsi di politica. A una popolazione “storica” di militanti si è ormai affiancata una nuova generazione di poveri (per lo più migranti) che, in mancanza di una seria politica abitativa di case popolari, confluisce nei vari edifici più o meno organizzati.

Edifici che fanno parte del tessuto metropolitano a tutti gli effetti: non solo perché rispondono a un’emergenza, ma anche perché alcuni luoghi, come Metropoliz o Spin Time, sono diventati punti di riferimento culturale per una città carente di case popolari così come di musei d’arte contemporanea (come Metropoliz) o di teatri (come Spin Time).

Queste realtà hanno chiaramente un tipo di vita comunitario dove la diffusione del virus può procedere rapidamente fra gli abitanti, come nel caso del Selam Palace (un’occupazione in zona università di Tor Vergata), provocando, a parte la canea mediatica, interventi incentrati solo all’isolamento manu militari da parte delle forze dell’ordine. Lì, per fortuna, opera l’Associazione Cittadini del Mondo, che, fra mille difficoltà, è riuscita a intervenire e intercedere per una soluzione non solo militare. Ma durante il lockdown come hanno reagito le persone che stavano lì dentro? Come si è attivata intorno a loro quella social catena di leopardiana memoria davanti all’eruzione del Virus/Vesuvio?

L’associazione Nonna Roma, nata nel quadrante sud-est della capitale, ha provveduto alla fornitura di pacchi alimentari a oltre 7000 famiglie sparse per la citta. Più volte i volontari di Nonna Roma si sono recati al Salem Palace con decine di pacchi alimentari, perché, come recita il loro motto, “nessuno si aiuta da solo”. Già in “tempi normali” è difficile interagire con chi occupa: lo stigma sociale è molto sentito e difficilmente ci si espone. La pandemia (per rimanere alle metafore ottiche) ha agito come “lente di ingrandimento”: da una parte aumentando la sensazione di vergogna; dall’altra innescando una paura generalizzata di essere scoperti nei piccoli espedienti adottati (anche non illegali) per la sopravvivenza.

A parlarci, poi, sono state solo donne, proprio perché sono solo loro, rispetto agli uomini, a non aver paura di mostrarsi senza mascherina. L’abitante di un’occupazione all’inizio della Colombo ci ha raccontato del “lavoro a fatica, con la presenza anche di due bimbi”, i quali sono “uno piccolo” e la “grande che sta in prima elementare e segue le sue maestre che le consegnano su piattaforma video e compiti”. L’aiuto esterno è arrivato anche da uno dei pochi Municipi virtuosi (l’ottavo).

L’intervento fra istituzioni “per bene” (primo municipio e Chiesa) e associazioni di quartiere esiste anche nel racconto di un’altra occupante di Santa Croce/Spin Time, per la quale “l’uscita dal palazzo è solo per la spesa e – ahimè o per fortuna – per il vizio della sigaretta”. Mentre la vita dentro procede con “l’aiuto che ci scambiamo tra noi occupanti: qualche chiacchiera, necessaria vista la reclusione per tutta la giornata non in appartamenti ma in stanze, anche perché i servizi igienici sono fuori dalle nostre ‘case’”. Incontri che avvengono con mascherine indossate e la consepevolezza che “il nostro palazzo ha grandi spazi, così si possono mantenere distanza di sicurezza”. Anche se “resilienza, mi dico, attendendo il momento un cui (non so in che maniera e in che stato) si riattiveranno le nostre quotidianità. Sicuramente non vedo l’ora: senza restrizioni, libera di condividere l’avvicinamento, il semplice stare vicino senza distanze”. Anche perché “sono oggi un mese e due giorni che il mio calendario non ha più la solita programmazione quotidiana fatta di lavoro, riunioni, seguire iniziative, relazioni con tutto quello che è il mondo di questo palazzo fatto di abitativo e di socio-culturale”.

Senza contare, ci racconta un’altra occupante inglese (“ora extracomunitaria, ma non per mia volontà”), il ruolo degli animali domestici. “Una ventina di cani, qualche gatto… Anche a loro spettano dei diritti! Costano sai! C’è l’antiparassitario mensile e il mio cane Whisky, essendo allergico, mangia roba che costa di più”. Nonché il fatto che “molti di noi fanno i badanti e si prendono cura degli altri: facciamo un gran lavoro per Roma”. Con la pandemia poi “è aumentata la serietà con cui affrontiamo le pratiche igieniche in tutte e 28 le etnie che vivono qui”. In queste affermazioni vediamo davvero la resistenza al virus come epifania della catena sociale; come momento di possibile riscatto: non solo perché “nessun occupazione è un’isola” ma perché (prosegue l’occupante dell’VIII Municipio) “la pandemia ha mostrato in tutta evidenza lo scempio del sistema sanitario pubblico perpetrato negli ultimi venti anni. Spero pertanto che il ritorno alla normalità coincida con una seria revisione della destinazione dei fondi… Più sanità pubblica! Reddito di esistenza per tutt*! E sul versante della scuola: immaginiamo una scuola all’aperto, visto che il tempo romano ce lo permette praticamente sempre ad eccezione di un mese l’anno”.

Nella giungla neo-liberista

Erano bei tempi, erano gli anni ruggenti del liberalismo. In quei tempi lì abbiamo creduto che per essere felici bastasse avere una partita IVA, imprenditori di se stessi e liberi da vincoli. Lo stato ruba i soldi e “la mano invisibile” smithiana ce li restituirà. Era una favola; ora lo specchio si è incrinato e non dice più cosa c’è di bello nel reame.

Durante la quarantena ci sono state tante famiglie rimaste a casa senza un reddito o con redditi di emergenza, tra questi, senz’altro, vi sono le guide turistiche, una delle categorie che più accusa i colpi del COVID19. Perché è una categoria che da sempre è lasciata allo sbaraglio dalle istituzioni (ad esempio la legge quadro sul turismo ha scatenato un conflitto StatoRegioni sostanzialmente mai risolto) e si caratterizza per una forte concorrenza interna, spesso ai limiti della legalità (basti pensare ai ricorsi sulla legge 97/2013 sul diritto di circolazione dei cittadini dell’UE e delle guide in Europa che ha visto scontrarsi diversi regionalismi delle associazioni di guide tra loro). Nessuno si è mai veramente interessato di dirimere le questioni, piuttosto le abbiamo lasciate cadere, convinti che in fondo la forza del libero mercato avrebbe risolto le controversie, anche perché erano controversie di poco conto, lavori di second’ordine. Come se fosse possibile lavorare per hobby, con i famosi “lavoretti” (che nei fatti si traducono con lavori senza diritti).

Spesso i clienti ci chiedono che lavoro facciamo, la gente pensa che noi facciamo delle piacevoli passeggiate, invece è un lavoro stancante dove capita di fare chilometri a piedi o di dire sempre le stesse cose, davanti agli stessi posti, per ore. Può essere simile a un lavoro di fabbrica, alienante perché ripeti sempre le stesse due cose a memoria”. Così ci racconta una giovane (o quasi) coppia di guide turistiche che sta pensando di formare una famiglia in questa “giungla” dove il mercato impone regole implacabili. “Le agenzie, già a febbraio, abbassavano i prezzi, perché c’era una flessione delle visite e dovevano incrementare le vendite. Finché puoi abbassi il prezzo, fino a quando non ci rientri delle spese. È così, o vai o non lavori”.

Ma le preoccupazioni più grandi arrivano ora con la riapertura, dove ci sarà una lotta senza quartiere per accaparrarsi il tour più grande e lavorare. E forse alcuni pur di lavorare finiranno per non riuscire nemmeno a ripagarsi le spese. Arianna (nome di fantasia) ha un brivido: “Io non avevo un contratto, c’era un accordo tra me e il museo. Una sorta di stretta di mano, che funzionava finché c’erano turisti. Ora non so se mi richiameranno.” L’ambito dei contratti delle guide turistiche è variegato e complesso, c’è chi lavora tramite cooperative, chi coopera con i musei, chi è freelance a partita IVA, alcuni come Arianna non hanno nemmeno un contratto; pochi, pochissimi sono i dipendenti dei musei e per la maggior parte rappresentano la generazione passata (segno che si poteva benissimo assumere anche negli ultimi 20 anni).

Sul lavoro che verrà, Andrea, il marito di Arianna, evidenzia che “il contatto è fondamentale: devi vivere il monumento altrimenti ci sono i documentari” e prefigura “microfoni personali quindi disinfettati, con pochi problemi per la pulizia delle cuffie e dei microfoni; gruppi piccoli e ingressi ai musei contingentati”. Le guide hanno ricevuto sussidi ma non direttamente rivolti a loro. Alcuni hanno potuto beneficiare del reddito di emergenza (600 euro), come tutte le partite IVA, altri beneficeranno del decreto rilancio. Arianna, ad esempio, resterà senza tutele confidando nei risparmi di una vita e nei sussidi del marito. “Noi siamo abituati a non guadagnare per mesi. Siamo lavoratori stagionali, a novembre dobbiamo campare con i soldi che abbiamo guadagnato da marzo a settembre. Siamo abituati a stare senza reddito. Ma questo non può durare a lungo”.

Donne, “state a casa!”

Nella fase più dura della pandemia, quando tutti stavamo a casa per quella che ci è stata raccontata come un guerra epocale, molte combattevano la loro battaglia quotidiana per la propria vita (e per quella dei figli) in quella stessa casa che, sempre nella narrazione dominante, è stata descritta come il perfetto rifugio e che, come abbiamo visto, molti sono costretti a occupare.

Marta (altro nome di fantasia), operatrice di un centro antiviolenza nell’hinterland romano, ci racconta che i telefoni non squillano più. Ma le operatrici non hanno mai pensato che le violenze siano finite, anzi “le violenze stanno senz’altro aumentando perché tutte le donne che avevamo contattato negli ultimi mesi, che si stavano preparando a trasferirsi nelle case-rifugio, ora non possono contattarci. Siamo molto preoccupate per loro, ma non possiamo nemmeno tentare di contattarle o rischieremmo di metterle in pericolo”.

Le donne in quei momenti di picco del COVID19 hanno vissuto (e purtroppo in buona parte ancora vivono) con il maschio violento (“maltrattante” nella terminologia dei Centri) a così stretto contatto da non potersi mai allontanare né avere un minuto di respiro. Prima, almeno quando lui usciva di casa o andava a lavoro, avevano la possibilità di raggiungere il telefono. Durante il lockdown è stato stimato che circa il 5% delle reali violenze viene denunciato (a fronte del 20% che di solito chiama e che è una percentuale calcolata sul presunto numero totale di maltrattamenti). Quelle pochissime che riescono a denunciare lo fanno solo in casi diventati disperati, nei quali le donne si sono trovate a faccia a faccia con la morte, e hanno deciso di tentare il “tutto per tutto”. “In questo periodo non denunciano” ci racconta Marta, a meno che non si trovino in pericolo di morte, perché non hanno possibilità di movimento dentro i pochi metri di casa che le separano dai propri uomini, ed hanno paura di “farli arrabbiare”.

I centri antiviolenza, hanno cercato di spostarsi sui social media, di fare campagne pubblicitarie in tv; c’è anche un nome in codice che le donne possono dire se vanno in farmacia per non farsi capire (“mascherina 1522”): eppure le denunce sono sempre troppo poche rispetto ai casi reali. È evidente che la violenza di genere è subdola. Non è certo solo l’atto violento in sé: il pugno, lo schiaffo o quello culminante nella coltellata, a determinare un comportamento violento. La violenza inizia dentro casa con lo svilimento, l’umiliazione delle donne, il loro convincimento di non poter fare nulla da sole senza il marito maltrattante. “Nella condizione forzata che abbiamo vissuto tutti in casa sarà ancora più difficile ora convincerle che loro non possono uscire per nessuna ragione, perché non sono in grado, perché farebbero danni” ci racconta ancora Marta. “Le donne vittime di violenza in questo periodo sono più sole che mai, perché tutta la loro realtà è filtrata dal loro carceriere che ha impiegato tutto il tempo della quarantena per il controllo e il terrore. Quante riusciranno a liberarsi di questo pesantissimo giogo psicologico ora che la quarantena sta finendo? C’è il rischio di una regressione anche nei contatti che già erano stati avviati”.

Inoltre l’accesso alle case rifugio è stato ancora più complicato del solito. Prima di entrare nella casa (dove si convive in molte e con spazi in comune) era necessario (e non sappiamo cosa succederà in futuro) rimanere per quindici giorni in quarantena in alberghi disponibili per fare da “Ellis Island”. Un processo del genere e una situazione già di per sé estremamente complessa hanno riportato i riflettori sull’ingiustizia palese di questi allontanamenti. Perché deve essere la donna maltrattata a dover lasciare la propria casa e mettersi in pericolo? Una nota associazione che si batte contro la violenza sulle donne sostiene che sia giunto il momento di premere sull’allontanamento obbligatorio dell’uomo maltrattante. Questo, in una situazione di palese ingiustizia e di impossibilità di movimento delle donne, faciliterebbe l’accesso dei diritti a chi vede questi diritti sempre più negati a causa di un’emergenza che fa più che mai il gioco del patriarcato.

La lenta e la lente

La lenta ginestra di Leopardi, evocata anche nell’ormai classico testo di Antonio Negri, ci è sembrata un’ottima metafora delle attuali strategie messe in campo da chi ha vissuto la quarante da una posizione marginale.

Da questa prospettiva vengono fuori alcune riflessioni utili. Mai come in questi giorni è stato citato il Manzoni della peste ed è lì, al capitolo XXXII dei Promessi sposi, che scrive: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”. Mai come ora, con la lente COVID19 che ha reso cristallina una realtà di uno specchio rotto (ah, l’ottica!), è necessario riattivare questo conflitto: la proposta delle case occupate di una “scuola all’aperto” sembra una cosa di radicale buon senso che deve diventare senso comune; le guide hanno utilizzato una serie di metafore come il lavoro alienante degli operai (“ripeti sempre le stesse due cose a memoria”) nonché quello stagionale dei braccianti (“lavoriamo solo con la buona stagione”) a imporre una volta di più l’unificazione del mondo del lavoro; le donne, infine, senza mascherine e chiuse in casa ci parlano di un altro genere di forza (rubiamo il titolo a un bel libro uscito da poco!). Se davvero “l’unica forma di opposizione conflittuale ai provvedimenti governativi è venuta soltanto dai carcerati e dei loro familiari”è perché, spesso, da questo punto di marginalità viene la forza necessaria per ribaltare la situazione.

Un pò come il pugile della celebre canzone, che vagando nei quartieri poveri (“where the ragged people go”), memore dei guantoni presi, rimane un combattente (“the fighter still remains”); dobbiamo anche noi uscire dall’angolo e riprenderci il centro del ring.

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